Le banche centrali di Emirati Arabi Uniti ed Egitto coordinano la risposta. Washington minaccia di tagliare le filiali emiratine dall’accesso al sistema del dollaro. Al centro dell’inchiesta le presunte reti finanziarie parallele di Teheran
Si apre un nuovo fronte nella strategia americana per isolare finanziariamente l’Iran. Questa volta al centro dell’attenzione non c’è direttamente una banca iraniana, ma Banque Misr, istituto egiziano controllato dallo Stato, e in particolare le sue cinque filiali operative negli Emirati Arabi Uniti.
Il 30 agosto le banche centrali degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto hanno annunciato una «piena e continua cooperazione e coordinamento» sulla vicenda, precisando che le filiali emiratine di Banque Misr stanno continuando a operare normalmente e adotteranno le misure necessarie entro i termini previsti. �
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L’accusa americana: 1,8 miliardi transitati per 103 società
Il caso nasce dall’intervento della Financial Crimes Enforcement Network (FinCEN) del Tesoro statunitense.
Secondo le autorità americane, tra gennaio 2024 e giugno 2026 le filiali emiratine di Banque Misr avrebbero processato circa 1,8 miliardi di dollari di transazioni riconducibili a 103 società potenzialmente collegate alla cosiddetta “shadow banking network” iraniana. �
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Washington sostiene che fra i clienti figurino società di facciata utilizzate per operazioni riconducibili al Ministero della Difesa iraniano e alle Guardie Rivoluzionarie.
Si tratta, è importante sottolinearlo, di contestazioni formulate dalle autorità statunitensi, non di responsabilità giudiziarie definitivamente accertate.
Il rischio più pesante: fuori dal sistema del dollaro
Il Tesoro americano non ha disposto un congelamento generale degli asset.
La misura proposta può però essere estremamente incisiva: impedire alle filiali di Banque Misr negli Emirati di mantenere rapporti di correspondent banking con le istituzioni finanziarie statunitensi, limitandone così l’accesso alle transazioni in dollari. La proposta prevede un periodo di consultazione prima dell’eventuale entrata in vigore definitiva. �
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La vicenda dimostra ancora una volta quanto il controllo dell’accesso al dollaro rappresenti uno degli strumenti più potenti della politica estera americana.
Gli Emirati ordinano un esame urgente
La risposta di Abu Dhabi è stata immediata.
La Banca Centrale degli Emirati ha disposto un esame speciale e urgente delle attività delle filiali di Banque Misr, comprendente un’analisi forense approfondita delle operazioni relative al periodo indicato dagli Stati Uniti e con particolare attenzione alle società segnalate dalle autorità americane. �
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Banque Misr ha a sua volta annunciato di voler interloquire con il Tesoro statunitense e di adottare le iniziative necessarie, ricordando che la misura proposta non è ancora definitiva. �
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La Banca Centrale egiziana ha inoltre circoscritto la questione alle attività delle filiali negli Emirati: la contestazione americana non riguarda l’intero gruppo Banque Misr né le sue operazioni in Egitto e negli altri Paesi. �
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Washington cambia strategia contro Teheran
Il significato geopolitico dell’operazione va ben oltre Banque Misr.
Gli Stati Uniti stanno cercando di colpire non soltanto società e banche iraniane direttamente sottoposte a sanzioni, ma anche gli intermediari finanziari di Paesi terzi che, secondo Washington, permetterebbero a Teheran di continuare a muovere valuta e finanziare il commercio internazionale.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha adottato una linea particolarmente dura: gli istituti che facilitano l’accesso iraniano al sistema finanziario internazionale rischiano di dover scegliere tra quei rapporti commerciali e l’accesso al dollaro. �
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Gli Emirati al centro della partita
La posizione degli Emirati è particolarmente delicata. Dubai costituisce da decenni uno dei principali snodi commerciali e finanziari tra Iran e resto del mondo.
Proprio per questo Washington guarda con crescente attenzione alle società commerciali, agli exchange e agli intermediari finanziari che operano nell’area.
Il caso Banque Misr potrebbe quindi rappresentare un precedente importante: invece di colpire esclusivamente Teheran, gli Stati Uniti aumentano il costo economico per le istituzioni straniere accusate di consentire all’Iran di aggirare le restrizioni finanziarie.
Una vicenda da seguire anche per il sistema bancario europeo
La questione riguarda indirettamente anche l’Europa.
L’accesso al dollaro e al correspondent banking statunitense resta essenziale per una parte considerevole del commercio e della finanza internazionale. Una politica americana più aggressiva verso gli intermediari di Paesi terzi potrebbe quindi obbligare numerosi istituti a rafforzare ulteriormente controlli antiriciclaggio, compliance sulle sanzioni e verifica dei beneficiari effettivi delle società.
Il messaggio che arriva da Washington è chiaro: la guerra finanziaria contro l’Iran si sta spostando dalle banche iraniane alle reti internazionali che consentono al denaro di attraversare le frontiere.
E i 1,8 miliardi di dollari contestati alle filiali emiratine di Banque Misr potrebbero essere soltanto uno dei primi grandi casi di questa nuova fase.
Posso monitorare il caso e segnalarti eventuali nuove misure contro banche o intermediari collegati alle reti finanziarie iraniane. Vuoi che lo imposti?