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Sigonella: la base che è italiana quando conviene e americana quando serve, ma mai siciliana quando la Sicilia è in ginocchio!

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Di Angioletta Massimino 

L’Etna ha oscurato il cielo, ha seppellito di cenere l’aeroporto di Fontanarossa, ha paralizzato la Sicilia nel pieno dell’estate, trasformando una regione già fragile in un deserto di cancellazioni, ritardi, turisti abbandonati e un danno economico che si misura in centinaia di milioni. 

E mentre tutto questo accadeva, mentre la Sicilia arrancava tra code infinite e notti in aeroporto, a venti chilometri di distanza c’era una pista perfettamente pulita, operativa, intatta. Sigonella. Una base che vive dentro la nostra terra come un corpo estraneo, che occupa territorio siciliano da decenni, che ospita una presenza militare imponente, che pretende rispetto ma non restituisce nulla. E che, nel momento del bisogno, è rimasta chiusa come un fortino, impermeabile ai disagi di chi la ospita.

Per capire la portata del paradosso bisogna ricordare cosa è davvero Sigonella. Non è una base americana in senso territoriale: è proprietà dello Stato italiano, gestita dall’Aeronautica Militare. Gli Stati Uniti non possiedono nulla: sono ospiti, inquilini. La base ha una doppia anima: da un lato l’aeroporto militare italiano, dall’altro la stazione aeronavale americana. Due comandi, due strutture, due catene operative, ma un’unica sovranità: quella italiana. Le attività sono regolate da accordi internazionali che stabiliscono che la base resta italiana, che il comandante italiano ha il controllo amministrativo e del traffico, che gli americani hanno autonomia solo sui propri mezzi, che ogni operazione offensiva richiede autorizzazione del governo italiano. Sigonella non è il MUOS: non è un avamposto interamente americano. È una base mista, strategica per NATO e USA, ma giuridicamente italiana. E proprio per questo, quando la Sicilia è in ginocchio, la domanda diventa ancora più bruciante: perché una base italiana non viene messa a disposizione dei siciliani?

La posizione della base la protegge quasi sempre dalla cenere, lo si osserva da anni: i venti spingono la sabbia vulcanica altrove. Non è un mistero. Non è un dettaglio tecnico. È un fatto. E infatti, durante l’ultima emergenza, mentre l’aeroporto di Fontanarossa era paralizzato, Sigonella era pienamente operativa. Una pista pulita, funzionante, inutilizzata. Un paradosso che grida vendetta: un’infrastruttura enorme, piazzata nel cuore della Sicilia, che non viene mai messa a disposizione dei civili, neanche quando la regione è in ginocchio.

E qui entra in scena il famoso “precedente del 2012”, spesso citato come prova che Sigonella sarebbe stata usata come scalo alternativo. In realtà, le fonti disponibili non confermano alcun traffico civile con passeggeri. Non risultano voli di linea, charter, né operazioni regolari. Si parla di un supporto tecnico durante i lavori di rifacimento delle piste di Fontanarossa: attività logistiche, movimenti interni, operazioni militari coordinate. Nulla che assomigli a un’apertura al traffico civile. Nessun precedente reale. Nessuna prova che Sigonella abbia mai accolto un solo volo passeggeri quando l’aeroporto di Catania era chiuso.

E poi arriva la parte più grottesca: nel 2023, quando l’aeroporto di Fontanarossa era di nuovo in difficoltà, Schifani chiese formalmente al ministro della Difesa di aprire Sigonella. Crosetto rispose pubblicamente di sì. Il ministero diffuse una nota in cui confermava la disponibilità. La Regione ringraziò il governo. Tutto sembrava pronto. E invece non fu concesso nulla. Una promessa evaporata. Una disponibilità annunciata e poi smentita dai fatti. Una recita. Una messa in scena che servì solo a fare rumore politico, senza produrre alcun risultato concreto.

E nel 2026? Silenzio totale. Nessuna richiesta. Nessun comunicato. Nessuna pressione. Nessuna domanda. Nessuna voce istituzionale che abbia osato pronunciare la parola “Sigonella”. Mentre la Sicilia bruciava, mentre aeroporto di Fontanarossa era paralizzato, mentre i turisti venivano dirottati a centinaia di chilometri, mentre le compagnie contavano perdite gigantesche, mentre la regione si arrangiava con bus, treni e soluzioni improvvisate, nessuno ha chiesto l’apertura della base di Sigonella. Nessuno. Né il governo regionale, né quello nazionale, né l’opposizione, né i sindacati. Un silenzio che pesa più della cenere.

E allora la domanda brucia: perché una base che occupa il nostro territorio non viene mai messa a disposizione neanche in parte? Perché, mentre l’aeroporto di Fontanarossa è sepolto dalla cenere vulcanica, mentre i voli vengono cancellati a raffica, mentre la Sicilia perde milioni ogni giorno, quella pista resta un miraggio? Perché chi aveva già promesso collaborazione non ha mosso un dito? Perché chi governa questa terra non ha avuto il coraggio di pretendere ciò che era necessario? Perché la Sicilia deve sempre arrangiarsi mentre un’infrastruttura perfettamente funzionante resta blindata?

La risposta è una verità scomoda: Sigonella è qui, ma non è per noi. È qui, ma non ci appartiene. È qui, ma non ci aiuta. È un gigante che occupa spazio, che condiziona il territorio, che pretende rispetto, ma che non restituisce nulla. E questa estate lo ha dimostrato con una chiarezza che non lascia dubbi: quando la Sicilia è in difficoltà, Sigonella non apre le piste. Non tende la mano. Non collabora. Non esiste.

La Sicilia ha passato settimane di disagi, di caos, di perdite enormi. Ha visto la propria economia turistica devastata, la propria immagine internazionale compromessa, la propria mobilità ridotta a un gioco di incastri impossibili. E tutto questo mentre una pista perfettamente operativa restava inutilizzata. Sigonella non è solo una base. È un simbolo di potere che non dialoga. È un pezzo di territorio sottratto alla Sicilia che non restituisce nulla. È la prova che, quando la nostra terra è in ginocchio, chi potrebbe aiutarla sceglie di non farlo. E questo, dopo un’estate di fuoco e di disagi, è semplicemente intollerabile!