Di Angioletta Massimino
La Sicilia brucia e nessuno spegne. Non è un’immagine, è la fotografia di un’Isola che ogni notte si sveglia più fragile, più violenta, più sola.
Da Agrigento a Palermo fino a Catania, la mappa della regione sembra un bollettino di guerra: incendi, sparatorie, rapine, crolli, intimidazioni, baby-gang che diventano manovalanza criminale, aziende prese di mira come in una strategia militare.
E mentre il fuoco avanza, lo Stato arretra. La politica nazionale parla di sicurezza come fosse un ritornello da comizio, ma qui la sicurezza è un lusso che nessuno può permettersi. Qui si vive in trincea!
Agrigento è il primo segnale del collasso: auto incendiate in pieno centro, un quartiere storico che si sbriciola sotto gli occhi dei residenti, una rapina brutale a Canicattì che lascia un uomo ferito a terra, colpito con una violenza che racconta più di qualsiasi statistica.
È una provincia che cade a pezzi, letteralmente: muri che crollano, strade che cedono, e una criminalità che approfitta delle crepe per infilarsi ovunque. Non è degrado: è abbandono. E l’abbandono è sempre il preludio dell’assalto.
A Palermo il quadro è ancora più feroce. Otto giovani arrestati, “picciotti” sedotti da Cosa Nostra che sui social inneggiano alla galera come fosse un destino glamour, un’alternativa alla miseria. È la prova che la mafia non è sconfitta: è mutata, si è fatta pop, si è infilata negli smartphone, nelle periferie, nelle vite senza futuro.
E mentre i ragazzi vengono risucchiati, le aziende vengono colpite una dopo l’altra. Sicily by Car è diventata il bersaglio simbolo: tre attacchi in meno di tre mesi, colpi di Kalashnikov, roghi, intimidazioni seriali. Un’azienda che resiste al racket e che per questo viene punita.
E la domanda resta sospesa: come è possibile che un’impresa venga colpita tre volte senza che lo Stato riesca a impedirlo? Palermo non è fuori controllo: è senza controllo.
Poi c’è Catania, dove la notte del 13 giugno tre minorenni vengono colpiti alle spalle mentre giocano a carte in piazza Beppe Montana. Bossoli di diverso calibro, più armi, più mani, più fuoco. Una sparatoria che non è un regolamento di conti: è un messaggio. È la conferma che lo spaccio in via Capo Passero è diventato un fronte di guerra, che i clan usano i quartieri come scacchiere, che i ragazzi sono carne da macello.
E intorno, come un’eco, si moltiplicano gli episodi: un accoltellamento a Paternò, roghi a Belpasso, furti ad Acireale. È una provincia che vive in apnea, dove ogni notte può essere la notte sbagliata.
Tre province, un’unica trama. La criminalità rialza la testa, occupa spazi, occupa silenzi, occupa assenze. E l’assenza più grande è quella dello Stato. Non è più cronaca: è politica.
È la dimostrazione che la Sicilia è stata lasciata sola, che il governo nazionale non ha una strategia, che la parola “sicurezza” è diventata un esercizio retorico mentre qui si spara ai minorenni e si incendiano aziende.
La Sicilia non è un caso locale: è un’emergenza nazionale e ogni giorno che passa senza un intervento straordinario, coordinato, massiccio, è un giorno regalato alla criminalità.
E allora la domanda diventa brutale ma inevitabile: cosa sta aspettando il governo per muoversi? Che ci siano i morti. Perché se la Sicilia brucia, se si spara ai minorenni, se le aziende vengono incendiate, se gli uomini restano a terra feriti, se le città crollano, e tutto questo non basta a far scattare un intervento nazionale, allora il messaggio è uno solo: finché non ci scappa il morto, per Roma non è un problema.
Ma quando lo Stato aspetta i morti per intervenire, non è più lo Stato: è un osservatore distratto di una tragedia annunciata.