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Sicilia senza classe dirigente: un Palazzo lontano dai cittadini e una politica prigioniera delle clientele

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L’Assemblea regionale appare sempre più distante dai problemi reali dell’Isola. Inchieste, scarsa capacità legislativa, nomine politiche e spartizioni alimentano la sfiducia. Ma il vero problema è anche l’assenza di un’alternativa credibile
La Sicilia non soffre soltanto per i suoi problemi economici, infrastrutturali e sociali. Soffre soprattutto per una drammatica crisi della classe dirigente.
La distanza tra il Palazzo e la vita quotidiana dei siciliani è diventata enorme.
Mentre famiglie e imprese affrontano sanità inefficiente, trasporti inadeguati, infrastrutture incompiute, disoccupazione, emigrazione giovanile, crisi idrica e una pubblica amministrazione troppo spesso incapace di fornire risposte rapide, la politica regionale sembra continuare a vivere dentro un mondo tutto suo.
Un Parlamento che deve tornare a legiferare
L’Assemblea Regionale Siciliana dovrebbe essere il luogo nel quale si costruiscono le grandi riforme necessarie alla Sicilia.
Troppo spesso, invece, il dibattito pubblico è dominato da scontri interni, equilibri di maggioranza, cambi di casacca, distribuzione degli incarichi e vicende giudiziarie che coinvolgono singoli esponenti politici — vicende sulle quali, naturalmente, valgono sempre la presunzione di innocenza e le garanzie previste dall’ordinamento.
Il problema politico rimane però enorme.
Quante grandi riforme strutturali ha prodotto la Sicilia?
Dov’è una vera riforma della sanità territoriale?
Dov’è una strategia moderna sui trasporti?
Dov’è il progetto industriale della Sicilia?
Dov’è una politica capace di trattenere i giovani?
Dov’è una riforma della burocrazia regionale?
Dov’è una strategia per utilizzare pienamente e rapidamente le risorse europee?
Sono queste le domande che interessano ai cittadini.
La Regione delle nomine
C’è poi il gigantesco capitolo delle nomine.
Sanità, partecipate, enti regionali, consorzi, autorità e organismi pubblici continuano troppo spesso a essere percepiti come territori sui quali misurare i rapporti di forza tra partiti, correnti e gruppi politici.
La domanda dovrebbe essere semplicissima: quella persona è la migliore disponibile per ricoprire quell’incarico?
Curriculum, competenza, esperienza, indipendenza e risultati dovrebbero venire prima di ogni appartenenza.
Quando invece prevale la logica della spartizione, il danno non è soltanto etico o politico. È economico.
Un dirigente inadeguato può significare servizi peggiori, investimenti ritardati, risorse sprecate e opportunità perdute.
E alla fine il conto lo pagano sempre i siciliani.
Clientela al posto della programmazione
La politica siciliana deve definitivamente liberarsi dalla cultura della clientela.
Non servono contributi distribuiti per costruire consenso. Non servono microinterventi pensati per soddisfare questo o quel territorio elettorale.
Serve programmazione.
Bisogna decidere quale Sicilia vogliamo costruire nei prossimi vent’anni.
Una piattaforma logistica del Mediterraneo?
Un grande polo europeo delle energie rinnovabili?
Una terra dell’agroalimentare di qualità?
Una destinazione turistica e culturale internazionale?
Un centro dell’innovazione digitale?
La Sicilia potrebbe essere contemporaneamente tutte queste cose.
Ma servono classe dirigente, competenza e visione.
E l’opposizione?
Sarebbe troppo semplice attribuire ogni responsabilità esclusivamente a chi governa.
La debolezza più grave dell’attuale sistema politico siciliano è forse un’altra: chi detiene il potere può sentirsi politicamente al sicuro quando dall’altra parte non emerge un’alternativa sufficientemente forte, credibile e riconoscibile.
Un’opposizione efficace non può limitarsi a denunciare.
Deve proporre.
Deve costruire una classe dirigente diversa. Deve selezionare persone competenti. Deve parlare alle imprese, ai giovani, alle professioni, alle università, al Terzo settore e alle periferie.
Deve presentare ai siciliani un progetto concreto di governo.
Altrimenti il rischio è quello di una politica nella quale gli stessi gruppi di potere continuano a riprodursi non necessariamente perché abbiano governato bene, ma perché gli elettori non vedono una vera alternativa.
La Sicilia merita molto di più
Questa terra possiede università, imprenditori, professionisti, ricercatori, amministratori, associazioni e giovani di straordinario valore.
La classe dirigente siciliana non può continuare a essere selezionata prevalentemente dentro le segreterie politiche e attraverso appartenenze personali.
Bisogna aprire porte e finestre.
Servono competenza, merito, trasparenza, legalità e capacità amministrativa.
E soprattutto bisogna tornare a una politica che consideri l’incarico pubblico un servizio e non un sistema di potere.
Perché il problema della Sicilia non è soltanto chi governa oggi.
Il vero problema è costruire finalmente una classe dirigente migliore e un’alternativa capace di convincere i siciliani che cambiare è possibile.
Se maggioranza e opposizione continueranno invece a vivere dentro gli stessi vecchi meccanismi, cambieranno i nomi e le coalizioni.
Ma la Sicilia resterà ferma.