Di Angioletta Massimino
In Sicilia la stanchezza non è più un sintomo: è diventata diagnosi. La gente non è solo sfiduciata, è logorata.
Ogni giorno aggiunge un nuovo strato di amarezza, come se la realtà politica avesse preso gusto a superare se stessa in negativo. Tocchiamo il fondo e subito dopo scopriamo che quel fondo non era altro che un piano inclinato verso un altro abisso. E questo non è un modo di dire: è la percezione quotidiana di una Regione che non governa, non decide, non guida. Un governo regionale che secondo molte analisi giornalistiche è il peggiore degli ultimi decenni, incapace di visione, incapace di gestione, incapace perfino di riconoscere la gravità del proprio fallimento.
Catania ne paga il prezzo più alto. Una città che resiste per inerzia, non perché qualcuno la sostenga. Una città che si muove solo grazie ai suoi cittadini, mentre chi dovrebbe sostenerla sembra impegnato a non disturbare il declino.
La Sicilia è stata tradita così tante volte che ormai la rassegnazione è diventata quasi un’abitudine.
Ed è qui che la situazione diventa pericolosa: quando una comunità smette di credere che le cose possano cambiare, allora il declino diventa destino. E questo, oggi, è il rischio più grande. Non la crisi economica, non la crisi sociale, non la crisi politica: la crisi della volontà.
Ma la soluzione esiste, ed è dura, concreta, senza illusioni.
La prima è RICONOSCERE LA CRISI!
Basta con la narrazione del “siamo abituati a tutto”. No, non siamo abituati a tutto. Questa volta la stanchezza è diversa: è strutturale, profonda, corrosiva. Guardarla in faccia è un atto politico. Significa smettere di normalizzare il disastro, smettere di accettare che la Regione sia paralizzata, smettere di credere che “tanto non cambia nulla”. La lucidità è la base di ogni rinascita.
La seconda soluzione è RICOSTRUIRE LA PARTECIPAZIONE!
Non quella dei grandi eventi, ma quella quotidiana. Comitati, associazioni, gruppi di quartiere, cittadini che pretendono risposte e non si accontentano di scuse.
La Sicilia è stata tradita troppe volte, ma proprio per questo deve tornare ad essere esigente.
Una comunità che chiede è una comunità che costringe la politica a muoversi. Una comunità che tace è una comunità che consegna il proprio destino all’inerzia.
La terza soluzione è PRETENDERE COMPETENZE!
Basta con la politica dell’improvvisazione, delle nomine per fedeltà, delle decisioni prese per convenienza.
La Sicilia non può più essere governata da chi non ha visione, non ha piani, non ha capacità. Pretendere competenze non è elitismo: è sopravvivenza. Significa chiedere amministratori che sappiano gestire crisi idriche, infrastrutture, fondi europei, sviluppo economico. Significa rifiutare la mediocrità come destino.
La verità è che la Sicilia non si salva con un governo regionale migliore – anche se sarebbe necessario – ma con una società che smette di essere spettatrice.
La stanchezza è comprensibile, la rassegnazione no. E la speranza non è un sentimento ingenuo: è una scelta politica. È decidere che questa terra non è condannata. È decidere che Catania non deve affondare. È decidere che il fondo non è un luogo dove restare, ma un punto da cui risalire.
La Sicilia non è perduta. Catania non è finita. Ma serve una scossa che non arriverà dall’alto. Arriverà da chi, pur stanco, decide di non smettere di crederci. Perché la stanchezza è umana, la rassegnazione è una resa.
La Sicilia non è un territorio da compatire, è una terra che pretende dignità. E chi ci vive non ha alcuna intenzione di farsi seppellire dall’incapacità altrui: se la politica continua a sprofondare, saranno i Siciliani a tirarsi fuori da soli, perché questa regione è stanca, sì, ma non è disposta a farsi calpestare ancora.