di Carmelo Finocchiaro
La sanità pubblica italiana è stata per decenni uno dei pilastri della coesione sociale del Paese. Ha garantito cure universali, indipendentemente dal reddito, dal luogo di nascita o dalla condizione sociale. Oggi, però, quel modello mostra crepe sempre più evidenti.
Le liste d’attesa si allungano, i pronto soccorso sono sovraffollati, medici e infermieri lasciano il servizio pubblico, mentre milioni di cittadini rinunciano alle cure o sono costretti a rivolgersi alla sanità privata pagando di tasca propria.
Il rischio è che il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione, si trasformi progressivamente in un diritto condizionato dalle disponibilità economiche delle famiglie.
Tornare a un vero Servizio Sanitario Nazionale significa innanzitutto rifinanziare la sanità pubblica, riportandola al centro delle politiche nazionali. Significa assumere personale medico, infermieristico e sociosanitario, valorizzandone professionalità e retribuzioni. Significa investire nella medicina territoriale, nella prevenzione e nella digitalizzazione dei servizi.
Occorre inoltre ridurre le disuguaglianze territoriali. Oggi esistono differenze enormi tra regioni e tra aree urbane e periferiche. Un cittadino non può avere possibilità di cura diverse a seconda del luogo in cui vive.
Serve una riforma che garantisca tempi certi per visite ed esami diagnostici, rafforzi la sanità territoriale e restituisca fiducia ai cittadini. Il rapporto tra pubblico e privato deve essere equilibrato: il privato può integrare il sistema, ma non sostituirlo.
La pandemia da Covid-19 ha dimostrato quanto sia essenziale disporre di una sanità pubblica forte, capace di proteggere tutti nei momenti più difficili. Dimenticare quella lezione sarebbe un errore grave.
Investire nella sanità non è una spesa, ma un investimento sulla qualità della vita, sulla produttività del Paese e sulla dignità delle persone.
Perché una società è davvero civile quando garantisce a tutti il diritto di curarsi bene, in tempi ragionevoli e senza che il portafoglio determini l’accesso alle cure. La salute non può essere un privilegio: deve tornare a essere un diritto universale.