Di Gilberto Di Benedetto, Psicologo e Psicoterapeuta, in arte Hypnos
Ci sono uomini che attraversano il tempo e uomini che, attraversando il tempo, lasciano qualcosa agli altri. La differenza è enorme: i primi semplicemente accumulano anni; i secondi trasformano esperienza, incontri, errori, intuizioni e passioni in un patrimonio capace di parlare alle generazioni successive. Giorgio Cegna appartiene, a mio avviso, a questa seconda categoria.
«Se il giovane sapesse e l’esperto potesse» è una frase che sembra scritta per raccontare il senso più profondo dell’educazione: il giovane ha davanti a sé il mondo, ma ancora non ne conosce tutte le insidie; chi ha maturato esperienza conosce molte strade, ma non possiede più necessariamente l’impeto con cui, in gioventù, avrebbe potuto percorrerle. Quando però il sapere dell’uno incontra l’energia dell’altro, nasce qualcosa di più profondo di una semplice trasmissione di conoscenze: nasce il compagno più grande, colui che sa camminare accanto all’allievo senza sostituirsi a lui, indicandogli una direzione e aiutandolo a riconoscere ciò che già vive dentro di sé.
Ed è proprio questa la figura che viene spontanea pensando a Cegna: il compagno più grande, colui che ha attraversato molte stagioni della cultura e che può mettere la propria esperienza al servizio di chi sta ancora costruendo il proprio percorso. Non soltanto per ciò che ha fatto, né per i ruoli ricoperti, ma perché la sua vicenda attraversa decenni della cultura artistica italiana e riunisce esperienze raramente concentrate in una sola persona: arte, editoria, poesia visiva, sperimentazione, insegnamento, organizzazione culturale, istituzioni accademiche, rapporto con gli artisti e con le nuove generazioni. Non è soltanto un curriculum: è una vita trasformata in percorso educativo.
Cegna appartiene a una generazione che ha avuto il coraggio di non considerare l’arte una stanza chiusa. L’arte poteva uscire dai musei, entrare nei libri, diventare parola, materia, gesto, provocazione, ricerca; poteva incontrare la scienza e la tecnologia, interrogare perfino la gravità, come nell’esperienza dell’Agrà insieme a Sante Monachesi e Silvio Craia.
Poi c’è l’esperienza editoriale della Foglio OG, divenuta La Nuova Foglio: un editore non pubblica soltanto libri, sceglie chi ascoltare, quali idee mettere in circolazione, quali incontri favorire. Ogni libro può diventare una porta. Attraverso quella porta passarono esperienze artistiche e intellettuali importanti, compreso il rapporto con Emilio Villa, figura straordinaria e irregolare della cultura italiana. Cegna non si limitò dunque a produrre oggetti editoriali: contribuì a creare un ambiente nel quale persone e idee potessero incontrarsi e contaminarsi.
Questa è forse una delle grandi lezioni della sua storia: la cultura non nasce mai da soli, nasce quando qualcuno apre una porta.
Poi arriva l’Accademia, e il percorso assume una responsabilità ancora maggiore. Un conto è vivere l’avanguardia, un altro è trasformare ciò che si è vissuto in esperienza per gli altri. Educare significa mettere ciò che si è imparato nelle mani di persone che devono poter andare oltre chi li ha accompagnati.
Il compagno più grande non vuole che l’allievo diventi come lui. Vuole che l’allievo scopra ciò che può diventare.
È qui che emerge l’immagine che più mi convince: quella di chi sa coltivare nell’allievo il fiore che merita di essere. Non imporre una forma, non piegare una personalità, non costruire una copia di sé, ma riconoscere un seme, proteggerlo, nutrirlo, dargli spazio e tempo, fino a quando quel fiore possa finalmente aprirsi secondo la propria natura.
Gli anni diventano allora strumenti, gli errori avvertimenti, gli incontri mappe, le sconfitte anticorpi, le intuizioni semi. Cegna porta con sé questo patrimonio.
Un giovane che incontra una persona con una storia così lunga non incontra semplicemente qualcuno appartenente a un’altra generazione: incontra una biblioteca vivente, capace di raccontare non soltanto ciò che è accaduto, ma il clima, le emozioni, le difficoltà e le scelte attraverso cui una cultura si è costruita.
Questa è la vera potenza dell’esperienza: non tutto ciò che conta può essere scritto; alcune cose devono essere raccontate, altre viste, altre ancora trasmesse da persona a persona.
Chi possiede una lunga esperienza, spesso ingiustamente considerato soltanto come appartenente al passato, può diventare una delle risorse più preziose del futuro, perché il futuro senza memoria rischia di diventare ripetizione inconsapevole e la memoria senza futuro rischia di trasformarsi in nostalgia. L’educazione deve prendere la memoria e consegnarla al futuro.
In questo senso Giorgio Cegna può essere letto come un ponte: da una parte i giovani, con la loro energia, la tecnologia, l’impazienza e il desiderio di cambiare tutto; dall’altra una generazione che ha visto cambiare il mondo più volte e porta con sé una quantità enorme di esperienze. In mezzo c’è il compagno più grande, colui che tiene insieme le due rive senza pretendere di scegliere per chi deve attraversarle.
Anche Leonardo appartiene a questa idea: studiarlo non significa soltanto guardare al passato, ma comprendere quanto possa essere potente un’immaginazione capace di trasformarsi in progetto. Un disegno può diventare una macchina, un’intuizione può diventare un oggetto, una domanda può diventare ricerca. E quando un ragazzo costruisce quella macchina insieme a chi ha più esperienza, scopre che la conoscenza prende vita quando le mani cominciano a lavorare insieme alla mente.
L’arte diventa educazione, l’esperienza diventa trasmissione, la memoria diventa futuro.
«Se il giovane sapesse e l’esperto potesse»: se il giovane avesse la profondità dell’esperienza eviterebbe molti errori; se chi ha accumulato conoscenza conservasse intatta anche l’energia della giovinezza potrebbe forse realizzare molte delle cose che la vita gli ha fatto soltanto immaginare. Ma l’essere umano non può possedere contemporaneamente tutte le età. Può però fare qualcosa di più grande: incontrare un giovane e consegnargli ciò che ha imparato.
A quel punto qualcosa della propria giovinezza ritorna, non nel corpo ma nelle idee, nelle mani di chi viene dopo, nei progetti degli allievi e nelle opere che nasceranno domani.
Forse questa è la forma più bella della continuità a cui possa aspirare un uomo di cultura: non essere semplicemente ricordato, ma continuare. Continuare negli occhi di un ragazzo che ha imparato a guardare, nella mano di un artista che ha trovato il coraggio di sperimentare, nella mente di uno studente che ha capito che la cultura non è un deposito di cose morte, ma una materia viva da trasformare.
Per questo il cursus formativo di Giorgio Cegna può essere letto come una grande lezione di vita prima ancora che di arte. Ci ricorda una cosa che la nostra società sembra avere dimenticato: l’esperienza non è un peso, è una ricchezza.
Un Paese che sa mettere l’esperienza di chi ha vissuto e costruito nelle mani dei suoi giovani possiede una ricchezza che nessuna tecnologia può sostituire. Il giovane porta il fuoco; chi ha attraversato molte stagioni della vita porta la memoria di tutti gli incendi che quel fuoco può provocare; il compagno più grande non lo spegne, ma insegna a trasformarlo in luce.
Ed è forse qui che Giorgio Cegna, al di là di ogni titolo e di ogni riconoscimento, può ancora svolgere la sua funzione più importante: essere una sorgente dalla quale altri possano continuare ad attingere. Non per indicare quale fiore debba nascere, ma per riconoscere, tra tanti semi, quello che merita di essere coltivato.
Perché alla fine della vita non conta soltanto ciò che abbiamo fatto. Conta ciò che abbiamo permesso agli altri di fare.
Chi ha vissuto, studiato e imparato può ancora moltissimo: può consegnare una chiave, raccontare una storia, correggere un errore, accendere una curiosità, dire a un ragazzo: «Prova».
E qualche volta una sola parola pronunciata al momento giusto può cambiare una vita.
«Se il giovane sapesse e l’esperto potesse». Forse la vera educazione consiste proprio nel fare in modo che, almeno per un istante, queste due condizioni possano incontrarsi. E quando accade, il tempo smette di essere una distanza e diventa un ponte.
E su quel ponte il compagno più grande non cammina davanti all’allievo: cammina accanto a lui, abbastanza vicino da indicargli la strada, abbastanza lontano da permettergli di trovare la propria.