di Redazione
Non è soltanto un rapporto sui consumi. È soprattutto il ritratto di un Paese che sembra avere smarrito una parte della propria fiducia nel futuro.
Il “Rapporto Coop 2026 – Consumi e stili di vita degli italiani di oggi e di domani”, presentato il 10 settembre a Milano, descrive famiglie sempre più prudenti, condizionate dall’instabilità internazionale, dall’inflazione, dalla debole dinamica dei redditi e da un’economia che continua a crescere troppo lentamente.
Le previsioni dell’Ufficio Studi Coop indicano per l’Italia una crescita del Pil dello 0,8% nel 2026 e dello 0,9% nel 2027. Numeri positivi, ma insufficienti per produrre quella sensazione di miglioramento economico che famiglie e imprese attendono.
Il problema, infatti, non riguarda soltanto quanto cresce il Paese. Riguarda soprattutto quanto questa crescita riesca a entrare nella vita quotidiana degli italiani.
Ernesto Dalle Rive, presidente di Ancc-Coop, individua uno degli aspetti più significativi della situazione: i consumatori stanno attraversando una vera e propria crisi rispetto alla propria idea di futuro.
È probabilmente questo il dato più importante dell’intero rapporto.
La frugalità non è necessariamente una nuova moda o una scelta culturale. Per una parte consistente delle famiglie sta diventando una strategia difensiva.
Si confrontano maggiormente i prezzi, si cercano offerte e promozioni, si modificano le abitudini di acquisto e si rinviano le spese considerate non indispensabili.
Il consumatore non smette necessariamente di spendere perché non desidera più acquistare.
Spesso non spende perché non sa cosa potrà accadere domani.
E quando l’incertezza diventa strutturale, il risparmio assume la funzione di una polizza contro il futuro.
Uno degli errori più frequenti nel dibattito economico consiste nel confondere il rallentamento dell’inflazione con la diminuzione generalizzata dei prezzi.
Sono fenomeni profondamente diversi.
Se l’inflazione rallenta significa che i prezzi continuano mediamente ad aumentare, ma più lentamente. Non significa che tornino automaticamente ai livelli precedenti.
Ed è proprio questa differenza che le famiglie percepiscono quando fanno la spesa, pagano l’affitto, utilizzano l’automobile o affrontano le bollette.
La vera misura del benessere familiare non è quindi soltanto l’indice generale dei prezzi.
È quanto reddito rimane disponibile dopo avere pagato le spese essenziali.
Se alimentazione, casa, energia, trasporti e servizi assorbono una parte crescente delle entrate, inevitabilmente diminuisce ciò che può essere destinato agli altri consumi.
Dietro la debolezza dei consumi emerge ancora una volta una delle questioni strutturali dell’economia italiana: il rapporto tra salari, produttività e costo della vita.
Non si può chiedere indefinitamente alle famiglie di sostenere la crescita attraverso maggiori consumi senza creare contemporaneamente le condizioni perché dispongano di maggiore reddito reale.
Per consumare servono due elementi fondamentali: denaro e fiducia.
Quando i salari faticano a recuperare il potere d’acquisto perduto e le prospettive economiche vengono percepite come incerte, il comportamento razionale di una famiglia è diventare più prudente.
Ed emerge così uno dei paradossi dell’economia italiana.
Da una parte abbiamo bisogno che aumentino i consumi interni per sostenere imprese e occupazione. Dall’altra milioni di cittadini cercano comprensibilmente di proteggersi aumentando il proprio margine di sicurezza.
Il Rapporto Coop fotografa inoltre un cambiamento fondamentale: la geopolitica è entrata nella vita economica quotidiana delle famiglie.
Le guerre non sono più avvenimenti lontani osservati soltanto attraverso i telegiornali.
Una crisi nel Golfo Persico, nel Mar Rosso o lungo una grande rotta commerciale può significare aumento del prezzo del petrolio, maggiori costi dei carburanti, rincari dei trasporti marittimi e incremento dei premi assicurativi.
E tutto questo, prima o poi, entra nel prezzo dei prodotti.
L’energia incide sull’industria.
I carburanti incidono sulla logistica.
La logistica incide sulla distribuzione.
Le materie prime incidono sulla produzione.
Alla fine di questa catena c’è il consumatore.
Ma esiste anche un effetto psicologico: più il mondo viene percepito come instabile, maggiore diventa la propensione delle famiglie a conservare risorse per affrontare eventuali difficoltà future.
È qui che il fenomeno diventa un problema macroeconomico.
Una singola famiglia che decide di risparmiare maggiormente rafforza la propria sicurezza economica.
Ma se milioni di famiglie contemporaneamente riducono o rinviano gli acquisti, il risultato complessivo cambia.
Le imprese vendono meno.
Se vendono meno, possono ridurre gli investimenti.
Se diminuiscono gli investimenti, rallenta la creazione di nuova occupazione e diventa più difficile aumentare i salari.
Se redditi e prospettive rimangono deboli, le famiglie diventano ancora più prudenti.
È una spirale della sfiducia che un Paese con una crescita inferiore all’1% deve evitare.
La trasformazione non riguarda soltanto quanto spendiamo.
Riguarda anche come spendiamo.
Il consumatore italiano sta diventando più selettivo e più attento al rapporto tra prezzo, qualità e reale utilità dell’acquisto.
La fedeltà assoluta al marchio può indebolirsi quando la differenza di prezzo diventa rilevante. Promozioni, comparazione e convenienza acquistano maggiore importanza.
Parallelamente, alcune spese vengono considerate più importanti di altre.
Casa, alimentazione, salute, benessere ed esperienze personali competono per una quantità di reddito disponibile che rimane limitata.
Prima di acquistare, sempre più persone sembrano porsi una domanda molto semplice:
“Ne vale veramente la pena?”
C’è poi un’altra trasformazione destinata ad accelerare nel 2027: l’utilizzo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale nelle decisioni quotidiane.
Confrontare prezzi, cercare offerte, programmare un viaggio, individuare il prodotto migliore o organizzare il bilancio familiare diventerà sempre più semplice.
Il consumatore del prossimo futuro potrebbe essere quindi contemporaneamente più prudente e più informato.
Per la distribuzione e per le imprese rappresenterà una rivoluzione.
Prezzo, qualità, reputazione e caratteristiche dei prodotti saranno confrontabili con crescente rapidità.
Non sarà sufficiente comunicare bene un prodotto: bisognerà dimostrarne concretamente la convenienza e il valore.
Il Rapporto Coop deve interessare profondamente anche il mondo produttivo.
Dietro ogni consumatore che riduce una spesa c’è infatti un’impresa che registra un mancato ricavo.
E dietro quell’impresa ci sono lavoratori, fornitori, professionisti, trasportatori e altre aziende.
Per le piccole e medie imprese il problema è ancora più delicato.
Una grande multinazionale dispone generalmente di maggiori capacità finanziarie per assorbire temporaneamente una contrazione della domanda o un aumento dei costi.
Una piccola attività commerciale, artigiana o familiare possiede margini molto più limitati.
La debolezza dei consumi rischia quindi di diventare rapidamente un problema di liquidità, credito e sopravvivenza aziendale.
Per Confedercontribuenti – Imprese Italia, i segnali che emergono dal rapporto devono essere presi seriamente dalla politica.
Non bastano interventi occasionali per incentivare gli acquisti.
Bisogna affrontare le ragioni strutturali per cui le famiglie hanno paura di spendere.
Servono politiche capaci di intervenire sul potere d’acquisto dei salari, sul peso fiscale sul lavoro, sul costo dell’energia, sull’accesso al credito, sulla produttività e sulla competitività delle PMI.
Ma occorre anche proteggere le imprese da un possibile nuovo ciclo di aumento dei costi energetici e logistici provocato dalle tensioni internazionali.
Famiglie e imprese non rappresentano infatti due mondi separati.
Sono parti della stessa economia.
Se le famiglie non consumano, le imprese soffrono.
Se le imprese non investono e non crescono, diminuiscono le possibilità di aumentare occupazione e redditi.
La mancanza di fiducia nel futuro produce inoltre conseguenze che vanno ben oltre il supermercato.
Quando una generazione considera incerto il proprio futuro economico tende a rinviare le grandi decisioni della vita.
L’acquisto di una casa.
La formazione di una famiglia.
La nascita di un figlio.
L’avvio di un’attività imprenditoriale.
Un investimento importante.
Per questo consumi, salari, demografia e crescita economica sono molto più collegati di quanto possa sembrare.
Un Paese nel quale i giovani non riescono a immaginare il proprio futuro difficilmente può costruire una crescita robusta.
Il Rapporto Coop 2026 pone dunque una domanda che supera largamente il mondo della grande distribuzione:
che idea hanno oggi gli italiani del proprio futuro?
Quando una società pensa che domani starà meglio, investe, compra casa, crea imprese, assume lavoratori, viaggia, mette al mondo figli e consuma.
Quando teme di stare peggio, conserva risorse, rinvia gli acquisti e riduce il rischio.
È per questo che il vero indicatore che l’Italia deve recuperare non è soltanto qualche decimale di Pil.
È la fiducia.
Un Paese può crescere statisticamente dello 0,8% o dello 0,9% e contemporaneamente sentirsi fermo.
La grande sfida del 2027 sarà allora trasformare la prudenza in fiducia, il risparmio difensivo in investimento e la paura del futuro nella voglia di costruirlo.
Perché senza fiducia non ripartono i consumi.
Senza consumi soffrono le imprese.
E senza imprese capaci di investire, innovare e creare buon lavoro, non può ripartire davvero l’Italia.