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Quando la natura entra nelle monete: a Bologna la mostra “Natura in nummis”

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Dal 9 settembre al Museo Civico Archeologico di Bologna un viaggio dalle monete dell’antichità all’euro. Spighe, rose, ulivi, querce e frutti raccontano duemila anni di economia, potere, agricoltura e identità
BOLOGNA – Una moneta non racconta soltanto quanto vale. Racconta l’epoca che l’ha prodotta, ciò che una comunità considera importante e perfino il rapporto tra l’uomo e la natura.
È questa la chiave di lettura di “Natura in nummis – Iconografie vegetali tra sussistenza antica, ricostruzione nazionale e tutela globale”, la mostra che apre il 9 settembre al Museo Civico Archeologico di Bologna e resterà visitabile fino al 13 gennaio.
L’esposizione, allestita nell’atrio del Museo nell’ambito della rassegna Il Medagliere si rivela, nasce dalla collaborazione con l’Accademia Italiana di Studi Numismatici e l’Accademia Nazionale di Agricoltura.
Il percorso presenta una selezione di monete appartenenti alle collezioni del Museo, dall’antichità fino all’euro, accomunate da un elemento: fiori, piante, frutti e prodotti della terra diventano protagonisti della rappresentazione monetaria.
Quando una pianta identificava una città
Nel mondo antico le immagini impresse sulle monete erano un potente strumento di comunicazione.
Non esistevano televisioni, giornali o social network. La moneta, invece, passava continuamente di mano in mano, attraversava città e territori e poteva diventare uno straordinario veicolo di simboli.
Alcune rappresentazioni vegetali funzionavano addirittura come una sorta di firma geografica.
Sono i cosiddetti “tipi parlanti”.
Sulle monete di Rodi compare la rosa, mentre quelle dell’antica Selinunte, in Sicilia, utilizzano il sedano selvatico, pianta legata anche al nome della città.
Un’immagine semplice poteva così identificare immediatamente una comunità.
Il grano come simbolo della vita
Particolarmente importante è la presenza dei cereali.
La spiga non rappresenta soltanto l’agricoltura: significa nutrimento, fertilità, ricchezza e soprattutto capacità di sopravvivere.
Nella mostra bolognese compare sullo statere di Metaponto, una delle più significative testimonianze della monetazione della Magna Grecia.
La stessa iconografia attraversa i secoli e arriva nella monetazione romana, ornando anche i sesterzi di bronzo dell’imperatore Adriano.
La ragione è facilmente comprensibile.
Per le società antiche controllare la produzione e l’approvvigionamento dei cereali significava garantire la stabilità della comunità.
Il grano era economia, ma era anche politica.
Dal papavero alla quercia
Ogni pianta possiede poi un proprio linguaggio.
Il papavero richiama le sue antiche proprietà medicinali: analgesiche, ipnotiche e associate nella tradizione anche alla sessualità.
Quercia e alloro assumono invece un significato differente.
Diventano simboli di forza, prestigio, vittoria e onore.
Le loro foglie vengono utilizzate per comporre le corone che circondano i personaggi rappresentati sulle monete.
La natura, dunque, non è semplice decorazione.
Diventa linguaggio del potere.
L’Italia del dopoguerra raccontata attraverso una moneta
Uno dei passaggi più affascinanti della mostra riguarda l’Italia repubblicana.
Dopo la Seconda guerra mondiale il Paese deve ricostruire città, infrastrutture ed economia. Ma deve soprattutto uscire dalle privazioni provocate dal conflitto.
La nuova Repubblica sceglie allora di raccontarsi anche attraverso i prodotti della terra.
Sulle monete compaiono spighe di grano, foglie d’ulivo, un’arancia e un aratro.
Non sono immagini casuali.
Rappresentano un’Italia nella quale il settore agricolo occupa ancora una posizione fondamentale e nella quale la produzione alimentare significa sicurezza e rinascita.
La moneta diventa così quasi una piccola fotografia economica del Paese.
Dalla sopravvivenza all’identità europea
Con l’arrivo dell’euro il significato delle rappresentazioni vegetali cambia ancora.
La società europea non deve più utilizzare quelle immagini principalmente per celebrare la capacità di produrre il cibo necessario alla sopravvivenza.
La natura diventa soprattutto identità nazionale.
La Finlandia sceglie il lampone artico.
L’Austria rappresenta alcuni dei fiori più caratteristici del proprio territorio, tra cui la stella alpina, la genziana e la primula di montagna.
Le piante diventano così una carta d’identità impressa nel metallo.
La natura diventa ambiente da proteggere
Arrivando alla contemporaneità avviene un’ultima trasformazione.
La natura non rappresenta più soltanto ciò che l’uomo coltiva o ciò che identifica un territorio.
Diventa qualcosa da proteggere.
La monetazione celebrativa europea ha infatti utilizzato le immagini vegetali anche per richiamare la tutela della biodiversità e la salute delle piante.
Ed è probabilmente questo il passaggio culturale più interessante proposto dalla mostra.
Nel corso della storia cambia il nostro modo di rappresentare la natura perché cambia il nostro rapporto con essa.
Prima era soprattutto sussistenza.
Poi è diventata ricchezza e potere.
Successivamente identità nazionale.
Oggi è sempre più patrimonio ambientale da salvaguardare.
Piccoli oggetti, una grande storia
“Natura in nummis” dimostra così quanto possa essere sorprendente osservare attentamente qualcosa di apparentemente ordinario come una moneta.
Dentro pochi centimetri di metallo possono convivere economia, religione, propaganda, agricoltura, medicina, politica e ambiente.
Da una spiga incisa oltre duemila anni fa fino alle rappresentazioni vegetali dell’euro contemporaneo emerge un unico, lunghissimo racconto.
È la storia del rapporto dell’uomo con la terra.
E forse proprio per questo le monete esposte a Bologna ci ricordano qualcosa che la modernità rischia spesso di dimenticare: prima ancora di essere economia, la ricchezza dell’uomo nasce dalla natura.