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Quando il ‘Narcisismo patologico maligno’ e la ‘Triade Oscura’ entrano in famiglia!

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Di Gilberto Di Benedetto, Psicologo e Psicoterapeuta 

Esistono personalità nelle quali il narcisismo non si limita al bisogno di essere ammirati, ma diventa progressivamente bisogno di controllo, superiorità e dominio dell’altro. È in questa zona psicologica che assume particolare interesse il concetto di Triade Oscura, una configurazione studiata dalla psicologia della personalità nella quale narcisismo, machiavellismo e tratti psicopatici possono presentarsi insieme, creando una combinazione relazionale potenzialmente molto inquietante, problematica e pericolosa.

Il narcisismo porta con sé il bisogno di sentirsi superiori, speciali, riconosciuti, insieme alla pretesa di avere sempre ragione.

Le manie di grandezza, spesso volte ad esternare forzatamente uno ‘status symbol’ superiore alle proprie possibilità, nasconde una struttura estremamente fragile, incapace di tollerare il rifiuto, la critica o la perdita del controllo. È come se il narcisista avesse bisogno continuamente dello specchio degli altri per convincersi del proprio valore. Quando quello specchio si rompe, può comparire la parte più aggressiva e violenta della personalità: la svalutazione, il rancore, la vendetta, la riscrittura falsata degli eventi e, nei casi più estremi, il tentativo di distruggere psicologicamente la persona che non accetta più di svolgere il ruolo di vittima che le è stato assegnato, fino al tentativo di eliminare materialmente la vittima in qualsiasi modo, perché nella sua testa l’eliminazione diventa necessaria alla sua sopravvivenza.

Il machiavellismo introduce la strategia, la manipolazione e la menzogna, l’utilizzo dell’altro come mezzo per raggiungere un obiettivo, una pedina da utilizzare. Conosce i suoi punti deboli, osserva le sue reazioni, studia le sue necessità e può trasformare persino l’empatia apparente in uno strumento di controllo.

E proprio il controllo, merita un discorso approfondito a parte, perché per il narcisista patologico maligno, machiavellico e psicopatico, il controllo è un’ossessione. Per lui è normale usare sistemi di spionaggio avanzato per tenere sotto controllo tutti i membri della famiglia e chiunque altro potrebbe dargli fastidio. E quindi le vittime, in famiglia o nella loro attività lavorativa, vengono sempre sottoposte a spionaggio, violando qualsiasi legge sul diritto alla privacy senza timore, perché il narcisista è convinto di essere troppo furbo per essere scoperto, così tanto da poter uscire sempre indenne da qualsiasi attività illegale. Microspie in casa, registrazioni giornaliere delle discussioni che avvengono in famiglia, spie nel telefono fisso e nei cellulari, spie nel computer e indirizzi email hackerati, specie se contenenti documenti per lui compromettenti, a cui si aggiungono, per lo stesso motivo, intrusioni in casa, con furto di qualsiasi cosa avente valore probatorio contro di lui e, dato l’attaccamento al denaro, furto anche di quanto possa avere un minimo valore economico, di cui appropriarsi in prima persona o tramite ladri di professione, sempre con l’appoggio interno di qualche miserabile figura ‘corrotta’ e senza valore morale, pronta a vendersi in favore di chi incarna il male sulla terra, perché facente parte della stessa diabolica specie.

La componente psicopatica, quando realmente presente a livelli significativi, può rendere ancora più inquietante il quadro, perché introduce freddezza emotiva di fronte alla sofferenza provocata, impulsività e una ridotta sensibilità in generale verso la sofferenza altrui, fino all’attuazione pratica dell’istinto criminale.

Sono proprio questi soggetti, infatti, che poi arrivano ad uccidere qualcuno dei membri della propria famiglia, siano essi genitori, sorelle, fratelli, fidanzate, mogli o figli, perché ritenuti colpevoli di aver scoperto la loro crudele quanto pericolosa natura e quindi diventati un impedimento al proseguimento delle loro attività diaboliche e criminali.

Non significa, naturalmente, che chi manifesta alcuni tratti narcisistici appartenga automaticamente alla Triade Oscura o che possa essere definito psicopatico.

La psicologia seria lavora su dimensioni e comportamenti e, quando si parla di diagnosi, richiede una valutazione clinica completa.

Ma cosa accade quando una dinamica di questo tipo, comprendente la ‘Triade Oscura’, entra dentro una famiglia?

La risposta può essere drammatica, perché la famiglia è il luogo nel quale normalmente dovremmo sentirci protetti, riconosciuti e liberi di essere noi stessi. Quando invece una persona fortemente orientata al controllo riesce a imporre progressivamente la propria narrazione, le proprie decisioni e la propria interpretazione falsata degli eventi, gli altri membri possono iniziare a dubitare persino delle proprie percezioni.

La relazione può trasformarsi lentamente in una struttura gerarchica nella quale uno decide e gli altri devono adattarsi.

La svalutazione diventa uno strumento di potere, il senso di colpa un mezzo di controllo, la vittimizzazione una strategia, la manipolazione una modalità ordinaria di comunicazione e la diffamazione diventa un mezzo per tutelarsi e difendersi, screditando preventivamente chi un giorno potrebbe esplodere e raccontare la verità dei fatti, in modo che la diffamazione nel frattempo abbia avuto i suoi effetti e intorno alla vittima sia stata fatta ‘terra bruciata’, tanto da renderla poco credibile.

Purtroppo per il narcisista, questa tecnica della diffamazione è la trappola che stupidamente egli tende a sé stesso, in cui spesso cade da solo e che smaschera tutte le sue bugie, ipocrisie e manipolazioni della realtà, perché prima o poi la verità viene sempre alla luce, facendo crollare tutta l’impalcatura di bugie negli anni costruita con dovizia di particolari inventati e molto fantasiosi.

Chi si trova a dover vivere fin dall’infanzia con un soggetto di tal genere all’interno della famiglia, è costretto a vivere una relazione dolorosa, caratterizzata da angherie, vessazioni, svalutazioni, comportamenti profondamente prevaricatori, violenze verbali, fisiche, psicologiche e psichiche, vivendo praticamente un inferno sulla terra, a cui è difficile sopravvivere.

Con il passare degli anni, il narcisista patologico maligno peggiora molto in crudeltà e cattiveria e gode sempre di più nel fare del male agli altri, godimento a lui necessario per rifornirsi di energie e continuare a fare del male. Progressivamente assume un ruolo sempre più dominante all’interno della famiglia, fino ad assumere il comando nelle decisioni familiari al solo scopo di soddisfare i propri interessi, il più delle volte prettamente economici.

Sono comportamenti che hanno come obiettivo la totale sottomissione e la riduzione in stato di soggezione di ogni singolo membro della famiglia, incutendo paura e timore per le sue violenze, con gravi minacce e ricatti, per arrivare alla conseguente perdita dell’autonomia e della libertà di ciascun membro della famiglia.

È proprio qui che comprendiamo una delle caratteristiche più insidiose delle relazioni con personalità fortemente narcisistiche o manipolative: la sofferenza non rimane confinata nella relazione con il narcisista, ma può propagarsi all’intero sistema familiare.

La letteratura scientifica ha documentato livelli significativi di burden, ansia, depressione e desiderio di suicidio nelle persone vicine a soggetti con narcisismo patologico, mostrando come il disagio possa coinvolgere profondamente partner e familiari. La persona che vive accanto a una dinamica di questo tipo può sentirsi costantemente costretta a difendersi, spiegarsi, giustificarsi, dimostrare ciò che è accaduto e tentare di recuperare una verità che sembra continuamente sfuggirle.

La sofferenza delle vittime si manifesta anche attraverso il corpo: ansia, attacchi di panico e diverse forme di somatizzazione. Sappiamo che stress cronico, conflitti interpersonali, impotenza percepita e continua esposizione a situazioni emotivamente minacciose, possono contribuire al deterioramento del benessere psicologico. Quando la mente non riesce più ad elaborare una situazione, il corpo può diventare il luogo nel quale la sofferenza trova una propria espressione.

E qui compare un elemento che considero di straordinario interesse umano: il bisogno di dare un nome alla propria rabbia, al proprio dolore, alla propria impotenza e forse anche al proprio senso di colpa per non aver saputo mettere dei limiti, con denunce chiare e circostanziate in cui il coraggio possa avere il sopravvento su ogni tipo di paura e ripercussione.

In tutto ciò un ruolo importante può avere la Fede, per chi fortunatamente ce l’ha. Per una persona credente, questo può assumere un valore profondo. La ricerca psicologica ha mostrato che alcune forme positive di coping religioso possono rappresentare una risorsa nell’affrontare situazioni di stress e sofferenza, soprattutto quando la Fede offre significato, speranza e sostegno.

Da psicologo e psicoterapeuta, considero però essenziale mantenere una distinzione: la Fede, soprattutto attraverso il sacramento della confessione che può essere catartico e liberatorio dal dolore, non è psicoterapia e la psicoterapia non è confessione. Sono due esperienze differenti, che possono tuttavia incontrarsi nella stessa persona. La psicoterapia può lavorare sui sintomi, sui meccanismi dell’ansia, sulle dinamiche relazionali, sull’autostima e sulla costruzione di confini psicologici; la dimensione spirituale può offrire alla persona credente un linguaggio per affrontare il significato della sofferenza, la speranza e la riconciliazione interiore con sé stessi.

Ed è proprio il concetto di confine che considero centrale.

Per questo ritengo particolarmente significativo ciò che accade con la Fede e la confessione. Non perché la confessione possa cancellare il passato, ma perché può aiutare a trasformare il significato che quel passato ha nella propria vita.

Guardare i fatti e il male ricevuto dal punto di vista della Fede non significa dichiarare giusto ciò che si è subìto, né rinunciare ai propri diritti e al chiedere Giustizia. Può significare semplicemente decidere che il comportamento di un’altra persona non avrà più il potere di governare la propria vita interiore.

Di fronte ad una personalità manipolativa, spesso commettiamo l’errore di pensare che la nostra salvezza dipenda dalla capacità di convincere l’altro. Vogliamo dimostrargli che abbiamo ragione, che ci ha fatto del male, che deve cambiare. Ma una persona profondamente prigioniera dei propri meccanismi narcisistici è incline a non riconoscere mai ciò che noi consideriamo evidente.

E purtroppo non c’è cura per questo tipo di disturbo della personalità, perché questi soggetti sono incurabili, in quanto non ammettono di essere bisognosi di cure, non ci può essere mai un miglioramento, anzi, possono solo peggiorare nel tempo.

Ciò che invece le vittime devono imparare a riconoscere sono i comportamenti: la manipolazione sistematica, la menzogna, l’umiliazione, l’inversione della colpa, ossia ‘le proiezioni a specchio’ con cui il narcisista attribuisce alla vittima le proprie colpe, la triangolazione, il bisogno di controllo, la svalutazione dell’altro e soprattutto l’incapacità di assumersi responsabilità.

A mio avviso, il segnale più importante non è quanto una persona parli di sé, ma cosa accade quando le diciamo di No.

È nel momento del limite che spesso comprendiamo davvero chi abbiamo davanti. Una persona equilibrata può essere delusa, arrabbiata, ferita, ma conserva il riconoscimento dell’altro come essere umano. Una personalità profondamente manipolativa può invece vivere il tuo “No” come un affronto, il tuo dissenso come un tradimento e la tua autonomia come una minaccia. Ed è qui che la relazione può trasformarsi in una guerra psicologica.

Personalmente ritengo che la vera forza non sia dominare qualcuno, ma riuscire a stare davanti all’altro senza aver bisogno di dominarlo. Chi ha bisogno continuamente di sottomettere, umiliare o controllare gli altri, in fondo, rivela una fragilità molto più profonda di quella che vuole mostrare.

La Triade Oscura ci aiuta, quindi, a comprendere una parte della psicologia umana, ma non deve diventare un’arma diagnostica. Il nostro compito, come psicologi, non è distribuire etichette, ma aumentare la consapevolezza. E forse la consapevolezza più importante è questa: non dobbiamo sempre capire perché qualcuno ci fa del male per avere il diritto di allontanarci da ciò che ci fa male.

A questo punto la domanda deve cambiare: non più “come posso cambiare lui?”, ma “come posso proteggere me stesso?”

È un passaggio psicologico fondamentale.

Il narcisista può cercare di occupare lo spazio mentale dell’altro anche quando non è fisicamente presente, anche con atti di stalkeraggio a distanza o per interposta persona, in modo da riportare la mente della vittima nella situazione di stress cronico, di ansia e paura, per toglierle ancora una volta la pace e la libertà, anche da lontano.

La vittima, pertanto, continua a pensare a ciò che potrebbe fare per difendersi, a ciò che ha detto, a ciò che avrebbe dovuto rispondere, a come dimostrare la verità, a come difendersi dalla prossima aggressione. Il conflitto continua così a vivere nella mente della vittima anche quando la persona non è fisicamente presente. Ed è proprio da questa colonizzazione psicologica che bisogna progressivamente liberarsi.

In fondo, questa è la grande contraddizione del narcisista patologico: può apparire forte perché domina, manipola e impone la propria volontà, ma la sua forza dipende spesso dalla capacità di ottenere una reazione dall’altro. Quando l’altro recupera autonomia, stabilisce confini e smette di cercare continuamente le sue ragioni o di rispondere, qualcosa nella dinamica cambia profondamente.

La vera liberazione, allora, non consiste necessariamente nel vincere la battaglia contro il narcisista, che peraltro di solito la vittoria avviene autonomamente contro questi soggetti, i quali vengono puntualmente smascherati e puniti dalla legge terrena e divina, ma molto più semplicemente la vera liberazione consiste nel non vivere più in funzione della battaglia. Significa tornare proprietari dei propri pensieri, delle proprie emozioni e delle proprie scelte. Significa poter dire: “Quello che mi è stato fatto appartiene alla mia storia, ma non determinerà per sempre chi sono oggi e chi sarò in futuro”.

E così la consapevolezza più importante torna ad essere questa: non dobbiamo sempre capire perché qualcuno ha voluto farci del male, ma dobbiamo sentire il dovere di allontanarci da chi ci fa del male, perché alla fine non sempre possiamo cambiare le persone che ci hanno ferito, ma possiamo impedire che continuino a vivere dentro di noi come padroni della nostra serenità, affidandole a chi meglio di noi saprà fare Giustizia.