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Progetti, soldi, soluzioni: c’è tutto a Catania. Manca solo chi sappia usarli

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Di Angioletta Massimino

Catania vive da anni una distanza crescente tra ciò che potrebbe essere e ciò che è: una città con progetti approvati, fondi disponibili, opere strategiche già pianificate, ma incapace di trasformare il potenziale in sviluppo reale.

Le infrastrutture restano sulla carta, le soluzioni restano nei cassetti, le emergenze restano irrisolte.

È un paradosso amministrativo che ha trasformato l’inefficienza in sistema, la lentezza in metodo, la rinuncia in normalità. Ed è in questo contesto che arriva la relazione tecnica di Luigi Bosco, un documento che non racconta visioni astratte ma elenca ciò che è già pronto e ciò che non viene fatto.

Luigi Bosco non è uno che parla di Catania dall’esterno. È un ingegnere che ha passato decenni dentro i cantieri, dentro gli uffici tecnici, dentro le amministrazioni, uno che ha ricoperto ruoli pubblici veri: assessore comunale ai Lavori Pubblici, assessore regionale, presidente dell’Ordine ingegneri Catania. Conosce la città per esperienza diretta, non per narrazione.

Nella sua analisi tecnica, una delle poche in città capaci di trasformare i dossier in cantieri e non in conferenze stampa, Bosco elenca senza pietà le priorità infrastrutturali e sociali, smontando in poche righe decenni di mediocrità amministrativa.

La sua è una diagnosi spietata e insieme un piano operativo: non parole ma fatti, non promesse ma progetti, non propaganda ma numeri.

E soprattutto una verità che brucia più di tutto il resto: tutto ciò che serve a Catania esiste già, manca solo chi sia capace di farlo.

Bosco parte da un dato che dovrebbe essere scolpito sulla scrivania di ogni politico catanese: evasione scolastica al 25,5%, record nazionale e probabilmente europeo. Da lì discende tutto: la fuga dei giovani migliori, l’esodo della borghesia verso i comuni pedemontani, l’impoverimento culturale, la nascita di una classe dirigente debole, permeabile ai patronati, incapace di visione.

Ciò che rende devastante la sua analisi è che non si limita a denunciare: elenca, dettaglia, propone, indica soluzioni già progettate, già avviate, già finanziate e poi abbandonate in un letargo colpevole.

Le sue azioni di grande rilievo progettuale sono un inventario di ciò che Catania avrebbe già potuto essere: fondi di rotazione per accelerare gli appalti, una legge speciale antisismica per un territorio che vive sopra una faglia, la linea Etna Rail per fermare l’assalto quotidiano delle auto dei pendolari, il sistema di depurazione per uscire dall’infrazione europea e smettere di scaricare liquami in mare, l’interramento della ferrovia per restituire il mare alla città e dare continuità all’alta velocità, il rilancio del Corso Martiri della Libertà come laboratorio di architettura contemporanea, il completamento della metropolitana, la nuova bretella autostradale, la protezione idraulica, il termovalorizzatore. Tutto già scritto. Tutto già pronto. Tutto fermo.

E poi c’è la parte più irritante, e Bosco lo dice senza mezzi termini: le azioni low cost, quelle che si potrebbero realizzare domani mattina, che costano poco e risolvono problemi enormi.

Il sottopasso pedonale alla Cittadella universitaria per eliminare i semafori, i collegamenti pedonali protetti tra stazione centrale e metro Giovanni XXIII, il percorso sicuro tra parcheggio Ognina e piazza Mancini Battaglia, il potenziamento della Fiumefreddo Catania, la riduzione immediata, e secondo Bosco a costo zero, dei tempi del Roma Catania da 10 a 6 ore, il coordinamento tra interramento ferroviario e nuova pista dell’aeroporto, il miglioramento del nodo Gioeni con uno schema progettuale già donato.

Infine la visione regionale: completare le grandi arterie, chiudere il cerchio delle reti fognarie, creare un sistema di porti turistici e di dighe irrigue, accelerare sulle ZES, costruire un polo universitario e ospedaliero mediterraneo collegato agli aeroporti principali.

Bosco non parla per slogan: parla per progetti. Non parla per suggestioni: parla per cantieri. Non parla per propaganda: parla per esperienza.

La sua relazione è feroce perché è concreta. È feroce perché dimostra che Catania non ha bisogno di miracoli ma di competenza. È feroce perché mette a nudo la verità che nessuno vuole dire: il problema non è ciò che manca, ma ciò che è già pronto e che nessuno ha il coraggio di fare.

E alla fine della sua analisi ciò che resta è un’evidenza che brucia: Catania non è una città senza futuro, è una città senza esecutori.

Le idee ci sono, i progetti ci sono, le soluzioni sono state scritte, disegnate, finanziate, persino cantierate. Quello che manca è la capacità o il coraggio di trasformare la carta in realtà.

Bosco lo dice senza mai dirlo: il problema non è la complessità delle opere, ma la semplicità dell’incapacità. Non servono profeti, servono amministratori che sappiano leggere un progetto, firmare un atto, assumersi una responsabilità. Servono persone che conoscano la città come lui, che la vivano come un organismo da curare e non come un palcoscenico da occupare.

La sua relazione è un avvertimento e una condanna: se Catania continuerà a essere governata da chi non sa fare, resterà esattamente dov’è.

Se invece deciderà di affidarsi a chi conosce i fatti, i numeri, le infrastrutture, allora potrà rialzarsi. Non c’è nulla di romantico in tutto questo: è solo tecnica, competenza, lavoro.

Bosco lo dimostra con una precisione che non lascia scampo. E alla fine la domanda che la sua relazione impone è brutale nella sua semplicità: Catania vuole continuare a sopravvivere o vuole finalmente ricominciare a funzionare?