Di Angioletta Massimino
L’Italia ha trasformato un Ponte mai costruito in un motore perpetuo di rendite. Il Ponte sullo Stretto non è un’infrastruttura: è un pretesto che da decenni alimenta stipendi, incarichi, consulenze, pressioni, aspettative e una società pubblica che prospera senza produrre nulla. La Società Stretto di Messina S.p.A. non realizza opere: realizza sopravvivenza.
Dentro questo scenario, l’inchiesta della Procura di Roma non è un dettaglio: è la prova che il sistema non teme più nemmeno di sfiorare la magistratura. Un giudice di altissimo livello, chiamato a valutare la legittimità degli atti sul progetto, sarebbe stato avvicinato con la prospettiva di un incarico proprio nella società che avrebbe beneficiato di un suo parere favorevole. Un cortocircuito istituzionale che altrove farebbe saltare poltrone, qui invece scivola via come routine.
Il magistrato è Tommaso Miele, figura storica della Corte dei conti, ex presidente aggiunto, uno dei nomi più pesanti della magistratura contabile. Una carriera costruita sul rigore, chiusa nel febbraio 2026 con il pensionamento. Un profilo che, proprio per il suo peso, rende la vicenda ancora più inquietante.
Secondo gli inquirenti, a cercare un canale con lui sarebbero stati Giacomo Francesco Saccomanno, avvocato ed ex commissario della Lega in Calabria, membro del CdA della Stretto di Messina fino al 2026, e Vincenzo Virgiglio, imprenditore con solide relazioni politiche.
L’obiettivo attribuito ai due: influenzare l’esame della delibera Cipess, spingendo verso una posizione favorevole alla società concessionaria.
La leva non sarebbe stata una tangente, ma qualcosa di più sottile e più efficace: la promessa di sostegno per futuri incarichi pubblici, proprio mentre Miele si avvicinava alla fine della carriera e valutava nuove prospettive. Tra le ipotesi che emergono dagli atti, perfino la possibilità di puntare alla guida dell’Antitrust.
Gli investigatori sostengono che Miele avrebbe condiviso informazioni riservate sull’istruttoria. In un’intercettazione del 31 ottobre 2025, Virgiglio racconta a Saccomanno una Corte dei conti spaccata, una camera di consiglio tesa, e la scelta di Miele di non partecipare al voto.
Se confermato, sarebbe la dimostrazione che un Organo di controllo teoricamente impermeabile può essere attraversato da pressioni esterne.
Miele respinge ogni accusa. Saccomanno parla di normali scambi tra professionisti. La Società Stretto di Messina si dice estranea e pronta a collaborare. Ma il quadro che emerge non è quello di un incidente isolato: è quello di un sistema che tenta di insinuarsi nelle pieghe della giustizia per orientarla.
Tre figure emergono come snodi di questa vicenda:
Miele, il magistrato eccellente che secondo gli inquirenti avrebbe condiviso informazioni interne;
Saccomanno, il politico‑avvocato indicato come uno dei promotori del tentativo di condizionamento;
Virgiglio, il mediatore che nelle intercettazioni riporta le confidenze ricevute.
Tre uomini che non costruiscono ponti, ma reti di influenza.
La politica non discute il Ponte: lo brandisce come un oggetto rituale. Non è un’opera, è un simbolo da agitare quando serve coprire un vuoto. Salvini lo ripete come un mantra identitario, Meloni lo inserisce nel repertorio delle promesse salvifiche, e intanto la Società Stretto di Messina S.p.A. continua a funzionare come un organismo che si nutre di fondi pubblici senza restituire nulla al Paese.
Il paradosso è che il Ponte non deve avanzare: deve restare immobile. La sua utilità sta nella sua assenza. Se diventasse reale, l’intero sistema che vive della sua incompiutezza perderebbe ossigeno. Il progetto non è pensato per essere costruito, ma per essere evocato. È un oggetto politico, non ingegneristico.
Così il Ponte diventa un rito stagionale: ogni governo lo rilancia, ogni leader lo promette, ogni campagna elettorale lo resuscita. Non serve un cantiere, basta un titolo di giornale. Non serve un progetto, basta un annuncio. Il Ponte è un dispositivo narrativo che funziona solo finché rimane sospeso.
Intanto, attorno a questa eterna attesa, si è formato un ecosistema che vive di ruoli, funzioni, incarichi, gettoni, consulenze. Una struttura che non ha bisogno di piloni, ma di bilanci. Non di ingegneri, ma di consiglieri. Non di calcoli strutturali, ma di relazioni. È un mondo che prospera proprio perché il Ponte non c’è.
La vita reale dei cittadini scorre altrove: tra servizi che crollano, infrastrutture che cadono a pezzi, territori che aspettano interventi concreti. Ma il Ponte assorbe attenzione, risorse, retorica. È diventato un magnete che attira soldi e respinge responsabilità.
La magistratura, che dovrebbe essere il punto fermo del sistema, finisce invece sfiorata dal sospetto di essere stata trasformata in un terreno da sondare. Non più un confine invalicabile, ma una zona grigia dove qualcuno ha provato a mettere piede. E questo basta a far capire quanto fragile sia diventato l’intero impianto istituzionale.
Il Ponte, così com’è, non unisce nulla: divide. Separa chi vive di lavoro da chi vive di procedure. Separa chi aspetta opere reali da chi prospera su progetti eterni. Separa chi paga da chi incassa.
È una linea invisibile che attraversa il Paese e lo spacca in due: da una parte la normalità, dall’altra un’élite che si muove in un circuito chiuso, autoreferenziale, impermeabile.
Il Ponte sullo Stretto non è un’opera: è un meccanismo economico‑politico progettato per durare proprio perché non verrà mai realizzato. È la più grande infrastruttura immaginaria d’Europa, la più costosa, la più redditizia per chi ci vive sopra.
E finché un magistrato potrà essere sfiorato dal sospetto di essere stato “prenotato”, finché una società pubblica potrà distribuire stipendi milionari senza costruire nulla, finché tre figure apicali potranno essere indagate senza che nessuno lasci la poltrona, l’Italia resterà sospesa non tra due sponde, ma tra due condizioni: chi subisce e chi sfrutta.
Il vero Ponte, quello che funziona davvero, è quello che collega potere e impunità. Un viadotto invisibile ma solidissimo, costruito con protezioni politiche, silenzi istituzionali, incarichi distribuiti e favori che scorrono senza interruzione.
E mentre i cittadini aspettano un’opera che non arriverà mai, i professionisti dell’incompiuto continuano a incassare, firmare, galleggiare. Il Ponte non si farà, ma la macchina che lo circonda sì: quella non conosce pause, non ha bisogno di cantieri, non teme scandali. Va avanti da sola.
La domanda non è più “quando faranno il Ponte”, ma “quando smetteranno di usarlo come scusa”. Perché il Ponte non è un progetto: è un alibi. E finché resterà tale, l’unica infrastruttura realmente funzionante sarà la rendita.