Confedercontribuenti–Imprese Italia: «Quasi due terzi delle maggiori imposte contestate riguardano piccole e medie imprese. Combattere l’evasione è necessario, ma lo Stato non può trasformare chi produce e crea lavoro nel bersaglio più facile»
31 agosto 2026
ROMA – Meno tasse, meno burocrazia, un fisco amico e un nuovo rapporto tra Stato e contribuente. Erano queste alcune delle promesse con cui il centrodestra si era presentato agli italiani. Per milioni di piccole e medie imprese, però, il cambiamento resta ancora largamente da vedere.
I dati relativi agli accertamenti fiscali mostrano quanto sia pesante la pressione esercitata sul sistema delle PMI.
Secondo l’analisi nel 2024 sono stati effettuati 189.578 accertamenti fiscali ordinari. Di questi, 81.027 hanno riguardato piccole e medie imprese, pari al 42,7% del totale.
Ma il dato più significativo riguarda le somme: alle PMI sono stati contestati 9,098 miliardi di euro di maggiore imposta, quasi il 64% dei 14,225 miliardi complessivamente accertati.
«Sono numeri che non possono essere liquidati come una semplice statistica», denuncia Carmelo Finocchiaro, presidente di Confedercontribuenti–Imprese Italia.
«Il Governo Meloni aveva promesso una rivoluzione fiscale e un rapporto completamente diverso tra Stato, cittadini e imprese. A distanza di anni dobbiamo constatare che per moltissime PMI italiane il fisco continua a essere sinonimo di pressione, burocrazia, incertezza e paura del futuro».
«Non confondiamo gli evasori con gli imprenditori in difficoltà»
Confedercontribuenti ribadisce che la lotta all’evasione fiscale è indispensabile. Ma proprio per questo deve essere indirizzata verso frodi, grandi patrimoni occultati e comportamenti realmente evasivi.
«Non accettiamo l’equazione secondo cui impresa in difficoltà significhi impresa evasore», prosegue Finocchiaro. «Ci sono migliaia di imprenditori che vogliono pagare le tasse ma devono contemporaneamente trovare le risorse per gli stipendi, i fornitori, le banche, l’energia e i contributi. Uno Stato serio deve distinguere chi froda da chi non riesce temporaneamente a pagare».
Il problema riguarda soprattutto le aziende più piccole.
Nel 2024 le piccole imprese hanno ricevuto 73.056 accertamenti, pari al 38,5% di tutti i controlli, con 5,115 miliardi di maggiore imposta contestata.
Le medie imprese sono state oggetto di 7.971 accertamenti, con contestazioni per 3,983 miliardi.
Complessivamente, quindi, le PMI hanno ricevuto meno della metà degli accertamenti ma concentrano quasi due terzi delle maggiori imposte contestate.
«Basta annunci: serve una rivoluzione fiscale vera»
Per Confedercontribuenti–Imprese Italia questi dati devono diventare il punto di partenza per una revisione profonda delle politiche fiscali rivolte al mondo produttivo.
«Le PMI non chiedono privilegi», sottolinea Finocchiaro. «Chiedono aliquote sostenibili, norme comprensibili, meno burocrazia, certezza del diritto, possibilità realistiche di rateizzare i debiti e un’amministrazione finanziaria capace di prevenire gli errori prima di sanzionarli».
Occorre soprattutto superare definitivamente una concezione puramente repressiva del rapporto tra Stato e contribuente.
«Un imprenditore che investe, assume e produce ricchezza non può trascorrere una parte della propria vita professionale cercando di orientarsi in una giungla di norme, scadenze e interpretazioni. La semplificazione fiscale deve diventare un fatto concreto, non lo slogan di ogni campagna elettorale».
Finocchiaro: «Chi produce non è il bancomat dello Stato»
La richiesta al Governo è quindi precisa: passare dalle promesse agli interventi strutturali.
«La presidente Meloni e il Governo dicano chiaramente quale modello fiscale vogliono costruire per le PMI italiane. Perché chi produce, investe e mantiene posti di lavoro non può essere considerato il bancomat dello Stato».
E conclude:
«Confedercontribuenti sarà sempre dalla parte della legalità e contro l’evasione. Ma saremo altrettanto determinati nel denunciare un sistema fiscale che diventa insostenibile per chi vuole rispettare le regole. La vera riforma non consiste nel cambiare il nome delle tasse o nell’annunciare provvedimenti: significa costruire un fisco più semplice, equo e proporzionato alla capacità reddituale vera.