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Vecchi e giovani si capiscono?

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Sarebbe oltremodo importante che i ricordi e le esperienze degli anziani, che rappresentano un patrimonio che non va sciupato o un testamento che non va disatteso, fossero incanalati verso un proficuo apprendimento dei giovani

di Augusto Lucchese

L’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica), fonte delle più disparate informazioni (sovente approssimate o amalgamate a convenienza, “ad usum delphini”), ha portato a conoscenza degli italiani almeno un dato certo. Gli ultra sessantacinquenni, nel quadro globale della popolazione, sono in costante aumento. S’è accresciuta, parimenti, la percentuale degli ultra ottantenni ed è sempre più nutrita la categoria dei vegliardi seriamente intenzionati a festeggiare il proprio centenario.

Tuttavia, prima di considerare tale notizia alla stregua di un puro tendenziale fenomeno sociale, e prima che i “media” la facciano divenire un luogo comune, non sarebbe male attenzionarla in funzione delle varie fasce di popolazione, dei luoghi e delle condizioni sociali e ambientali in cui gli anziani portano avanti la propria residua esistenza, delle problematiche della cosiddetta “terza età”, oggi abbondantemente protesa a generare una “quarta età”.

Va ricordato, in ogni caso, che il dato statistico concernente l’età media della popolazione non può essere collegato solo alla semplice conta dei cittadini anziani che, magari con pochi acciacchi o solo con qualche non preoccupante patologia, palesano una “forma” ancora accettabile. Sarebbe giusto considerare, a tal proposito, che l’allungamento della vita media è in gran parte dovuto, oltre che al miglioramento del tenore di vita soggettivo, al notevole sviluppo della scienza medica e farmaceutica e della diffusa presenza, sul territorio, di più o meno attrezzati e funzionali centri d’assistenza geriatrica e specialistica. Pur se i notevoli “sciupii”, le diffuse malversazioni, le disfunzioni organizzative e strutturali del sistema sanitario gravano pesantemente sulla collettività.

I soloni dell’ISTAT, bontà loro, nell’informarci che gli anziani sono sempre più numerosi, non hanno tuttavia elaborato, come prima accennato, il dato complessivo rispetto alle variabili riferite alle diverse realtà ambientali che, ovviamente, determinano incidenze differenti da zona a zona.

Non è certo il generico riferimento all’età anagrafica che, da solo, può portare alla corretta valutazione del fenomeno o dei multiformi effetti socio economici che l’invecchiamento della popolazione inevitabilmente produce.

Non sembra che la società e la politica, al di là delle consuete ciance elettorali o degli intendimenti promessi ma non realizzati, si siano fatti carico seriamente delle delicate problematiche che stanno insorgendo.

Occorrerebbe osservare, prima d’ogni cosa, in qual maniera e con quali mezzi l’anziano porta avanti la propria vecchiaia, pur in presenza dei citati positivi fattori sanitari e farmaceutici. E qui è d’uopo una domanda provocatoria: l’anziano del terzo millennio, in generale, vive meglio o peggio rispetto agli anziani dei tempi andati? Sicuramente vive di più ma non è dimostrato che viva più sereno, maggiormente accudito e compreso, più rispettato.

Sta di fatto che, a fronte dell’aumentato numero degli anziani, è in notevole fase di regresso la percentuale di chi, fra loro, ha la possibilità di continuare ad impersonare, come nel passato, l’emozionante e tenera figura del “nonno” o della “nonna”, nel quadro di quei sentimenti d’affetto e di considerazione che una volta, quasi istintivamente, si palesavano spontaneamente nei confronti dei “patriarchi” della famiglia.

L’odierna difficile e complicata svolta generazionale trova conferma, purtroppo, in una precisa constatazione: gli anziani vivono sempre più soli, spesso emarginati e non confortati dalla sicurezza d’avere accanto qualcuno che voglia loro veramente bene. La loro quotidianità, a parte gli eventuali acciacchi, è colma talvolta di gravi problematiche esistenziali, oltre che d’ogni sorta di difficoltà connesse con la corretta alimentazione, con la gestione dell’abitazione, con la cura della persona, con l’uso del tempo libero.

Pochi riflettono sul fatto che lo stato di più o meno accentuata “solitudine”, in gran parte dovuta alla carenza d’affetto, è per gli anziani la fonte principale di molte malattie, psichiche e fisiologiche.

Tutto ciò in aperto contrasto con la demagogica enunciazione di talune teorie (belle parole non rispondenti ai fatti) in base alle quali gli anziani dovrebbero godere di maggiore rispetto e cura. Ciò a prescindere dal fatto che parecchi di essi, in particolare i tradizionali “vegliardi”, potrebbero essere valorizzati, anche nel contesto dei “servizi sociali”, a fronte della diffusa e intrinseca loro capacità di trasmettere utili valori e insegnamenti. Potrebbero essere chiamati a contribuire alla formazione della società di domani nel quadro di un sostanziale indirizzo verso un sano ordine di vita, verso nobili sentimenti e ideali, verso il rispetto del vivere sociale e del prossimo, ecc. ecc..

La realtà, purtroppo, è ben diversa. Quanti sono, oggi, coloro i quali hanno compreso che amare e rispettare gli anziani vuole dire fare il bene della società oltre che di se stessi? Pochi, molto spesso in modo insufficiente, errato o addirittura improprio. La vecchiaia non dovrebbe essere considerata, nell’ambito del contesto civile e familiare, alla stregua dell’ultimo “irreversibile” periodo che precede la dipartita degli anziani, bensì come una fase dell’esistenza che merita di essere vissuta, pur nei limiti pratici di ciascuno, con la stessa intensità emotiva, se non operativa, con cui s’è trascorsa l’adolescenza, la giovinezza, la maturità.

I giovani scambiano spesso una persona “anziana” per “vecchia”. Non sarebbe male convincerli dell’inesattezza di tale valutazione, vieppiù ai fini di una migliore reciproca coesistenza e di un proficuo risultato ottenibile dalle rispettive esperienze e versatilità. L’istintiva paternalistica “filosofia” degli anziani può aiutare molto i giovani, specie nella fase di maturazione, anche facendoli sognare attraverso il racconto e la proiezione del loro passato che, sovente, rappresenta una preziosa memoria storica.

La scuola, si sa, non riesce a colmare il vuoto della integrazione generazionale e, quindi, gli anziani potrebbero essere un efficace e importante rimedio a tale stato di fatto. Molti di essi, come detto, potrebbero essere valorizzati mediante l’istituzione di periodici incontri con le scolaresche, anche a livello didattico. Sarebbe oltremodo importante che i ricordi e le esperienze degli anziani, atteso che rappresentano un patrimonio che non va sciupato o un testamento che non va disatteso, fossero incanalati verso un proficuo apprendimento dei giovani.

Chi giunge alla “terza età” va aiutato e compreso, vieppiù per indurlo a non avviarsi passivamente verso il traguardo della propria esistenza. È risaputo, infatti, che l’anziano tende a divenire ipocondriaco, a chiudersi nel proprio mondo di ricordi, di ansie, di paure, ad essere refrattario ad ogni formalistico contatto, quasi a non volere disturbare o farsi disturbare dal prossimo, pur se cosciente delle angustie che costantemente affronta. In lui è forte la preoccupazione di essere considerato un indesiderato “ospite” proprio nell’ambito di quel contesto familiare cui prima ha dedicato, nel bene e nel male, le proprie energie e nel quale ha riversato i propri affetti. Il rischio più grave, diviene allora quello che possa convincersi di essere di peso agli altri, di non essere più in grado di mantenere autonomi rapporti sociali, di non potere più soddisfare istintive aspettative. È possibile, quindi, che si apra per lui il baratro dell’inedia e della rinuncia e possa convincersi che non valga più la pena di continuare a vivere nella precarietà dell’oggi e in mancanza di una valida prospettiva del domani.

La più recente evoluzione della psicologia senile propende, in questo scenario, a fare leva sull’apporto della moderna tecnologia elettronica e informatica. Il “personal computer”, ad esempio, può essere un importante mezzo per ridare agli anziani la sensazione di essere ancora in lizza, anche creativi, di riuscire a mantenere un collegamento con il mondo esterno. Si sente dire, soventemente, che “internet” è una finestra aperta sul mondo; ebbene, si offra agli anziani la possibilità, quando già non lo hanno fatto spontaneamente, di avvalersi delle immense risorse di tale mezzo. Potrebbero “affacciarsi” sull’immenso scenario virtuale che consente di visitare musei, biblioteche, mostre, di conoscere luoghi lontani o irraggiungibili, di ottenere disparate informazioni. Il tutto standosene arroccati fra le protettive pareti domestiche.

Guai a considerare gli anziani alla stregua di un mobile in disuso, di un fardello che diviene sempre più gravoso, di un prodotto di consumo che ha maturato i limiti di “scadenza”! Non sono giustificabili quei giovani che non accettano di comunicare con l’anziano – parente o non parente – e che non s’impegnano per comprenderne le naturali esigenze. Non è ammissibile alcun alibi, pur se a fronte di eventuali atteggiamenti di rifiuto psicologico da parte del soggetto interessato. Non sono scusabili quei figli che dimostrano colposa ingratitudine nell’abbandonare al loro destino i genitori, magari dopo averli relegati al ruolo di “baby-sitter” o a quello, ancor più riprovevole, di “salvadanaio”, attingendo ai loro risparmi.

Guai a guardare gli anziani con commiserazione, con distacco, con indifferenza, facendo mancare loro affettuose attenzioni, validi incoraggiamenti, opportuni apprezzamenti.

Il materialismo della odierna compagine sociale e, a maggior ragione, la tristezza delle considerazioni di cui sopra, non dovrebbero portare, tuttavia, a conclusioni pessimistiche. Non dovrebbero, principalmente, far chiudere nel nulla i buoni proponimenti e le possibili benemerite azioni. Occorre gettare un ponte fra le ristrette vedute di una sostanziale parte del mondo giovanile e le naturali esigenze degli anziani. Occorre scavalcare il fossato dell’insensibilità, della trascuratezza, dell’egoismo, prima che esso divenga talmente profondo da creare una definitiva frattura fra due mondi che, invece, sono interdipendenti e possono benissimo agire in sintonia.

Preso atto, infine, della stanchezza fisica e psichica con cui gli anziani, soprattutto in questo calamitoso periodo di pandemia, s’avviano spesso verso il capolinea della vita, dovrebbero essere i giovani a fare il primo passo, assicurando loro un’atmosfera di maggiore affetto, integrazione e comprensione. Gli anziani, di contro, pur se ostacolati dalla propria debolezza fisiologica e psicologica, dovrebbero essere indotti, con l’affetto e con la vicinanza, a sforzarsi di mantenere un più soddisfacente rapporto di coesistenza con le più giovani generazioni. Non sarebbe male contemperare le rispettive posizioni, frenando l’egoismo che porta a volere predominare su tutto e su tutti, evitando pregiudiziali prese di posizione, evitando la tendenza a richiamare l’attenzione solo su se stessi.

Sarebbe giusto, con spirito altruistico, offrire più spazio al sereno dialogo e più remissività alle diverse valutazioni, coltivando l’arte del sapere ascoltare, del sapere accettare gli altri per quello che sono, del saper rispettare e accettare il naturale evolversi delle varie fasi della parabola della vita.