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Una vita da soldato con il disturbo post-traumatico da stress

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Durante l’arco della propria vita, ogni persona ha avuto un’esperienza traumatica o difficile da gestire, il cui ricordo si può ripresentare in certi contesti: quando ciò accade, l’evento doloroso e le sensazioni provate portano il soggetto ad uno stato di ansia ed inquietudine, debilitandolo. Un  disturbo chiamato anche ‘nevrosi da guerra’, poiché venne inizialmente riscontrato nei soldati coinvolti in pesanti combattimenti

di Angela Medda

Sigmund Freud, padre della psicanalisi, sostiene che alla base di un qualunque problema che affligge la quotidianità, ci sia un trauma che non è stato superato razionalmente e che deriva, solitamente, dal periodo infantile; tale trauma si supera attraverso un percorso guidato di introspezione, che identifica la causa scatenante e primaria del problema tentando di risolverlo.
Durante l’arco della propria vita, ogni persona ha avuto un’esperienza traumatica o difficile da gestire, il cui ricordo si può ripresentare in certi contesti: quando ciò accade, l’evento doloroso e le sensazioni provate portano il soggetto ad uno stato di ansia ed inquietudine, debilitandolo.
Questo è ciò che in psicologia e psichiatria, viene chiamato ‘disturbo da stress post-traumatico’ (PTSD), ovvero l’insieme delle sensazioni negative che susseguono all’evento traumatico subito e che persistono per oltre un mese, rendendo difficoltosa la vita lavorativa e sociale. Questo disturbo è chiamato anche ‘nevrosi da guerra’, poiché venne inizialmente riscontrato nei soldati coinvolti in pesanti combattimenti (dalla I guerra mondiale in poi), la cui
drammaticità ha portato delle conseguenze come attacchi di panico, difficoltà nel prender sonno, mangiare o camminare. Insomma, una vita che prevede difficoltà anche nei gesti più naturali.
Da queste prime informazioni, si può intuire che le persone più inclini a questo tipo di problema siano coloro che operano in ambito militare. A tale conclusione però, non ci si è arrivati nell’ultimo periodo o recentemente, ma è un discorso che venne affrontato per la prima volta durante il primo conflitto bellico, quando i medici dei vari schieramenti si resero conto che la guerra, e tutto il suo contorno, stavano ‘modificando’ il comportamento dei soldati.
Si sa, la vita militare in generale non è una passeggiata, ma quando ci si ritrova all’interno di una situazione bellica o su territorio di guerra, i rischi sono ancora maggiori. Infatti, secondo alcuni studi condotti dall’OMS (organizzazione mondiale della sanità) in questi ultimi anni, solo in Italia, il 12,2% della popolazione ha sviluppato un PTSD per eventi legati alla guerra, mentre a livello mondiale le stime oscillano tra il 10 e il 40%, dove il rischio è concreto per coloro che vivono su quei territori o si trovano li per ragioni di guerra.
Ma quali sono le conseguenze così debilitanti che si trova ad affrontare un individuo a seguito di tale trauma?
Solitamente i sintomi più comuni sono flashback (che si verificano anche a seguito di un rumore o una luce che ricorda l’evento traumatico, e che porta il soggetto a rivivere la scena), incubi con conseguente difficoltà nel dormire, attacchi di panico, e ciò che viene chiamato ‘iperattivazione psicofisiologica’, ovvero uno stato di tensione persistente caratterizzato da aggressività e
irritabilità; molte persone, per trovare sollievo da questo stato, abusano di alcol, droghe o farmaci peggiorando la situazione.
Spesso si verificano anche episodi di depressione, accompagnati da un perenne senso di colpa (spesso immotivato) per ciò che è accaduto, che rendono anche la vita familiare più tesa e complessa.
A tal proposito, nella storia cinematografica moderna, ci sono varie pellicole che affrontano questa problematica: una delle più acclamate è uscita nel 2015, col titolo di ‘American Sniper’, la cui storia si propone di raccontare la vita del soldato dei Navy Seal, Chris Kyle; si tratta di un nome reale, una storia veramente accaduta e con un finale drammatico, tanto nella realtà quanto
nel film. Infatti Chris Kyle, il quale lui stesso aveva un PTSD dopo aver combattuto in Iraq per anni e che aveva deciso di affrontare una terapia di supporto, è stato ucciso da un altro veterano di guerra, Eddie Ray Routh, anch’esso vittima del disturbo post-traumatico da stress, che preso da
un raptus ha ucciso l’amico che stava tentando di aiutarlo nel processo di terapia.
La storia di Chris Kyle è solo un esempio concreto di ciò che accade costantemente nel mondo, che rappresenta centinaia di donne e uomini che si trovano in questa situazione e che, per sopravvivere, hanno bisogno del supporto costante di una figura professionale.
Infatti attualmente, il metodo più accreditato per affrontare il PTSD è quello di intraprendere un percorso di psicoterapia, che si occupa non solo di aiutare la vittima ma anche familiari e amici di quest’ultima, affinché attraverso un trattamento mirato si possa risolvere, o quanto meno mitigare, la sintomatologia, permettendo a queste persone di riappropriarsi della propria serenità.