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Un marxista sotto il fascismo

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120 anni fa nasceva ad Acireale Umberto Barbaro, eclettico e poliedrico ingegno siciliano

di Franco La Magna

Nato ad Acireale il 3 gennaio 1902 e morto a Roma il 19 marzo 1959, narratore, drammaturgo, storico, critico e teorico del cinema e dell’arte figurativa, regista, documentarista, sceneggiatore, giornalista e saggista, già a 21 anni direttore della rivista “La Bilancia” e a 27 elemento di spicco del “Movimento Immaginista”, Umberto Achille Daniele Barbaro è stato uno degli ingegni siciliani più eclettici e poliedrici.

Giovanissimo scrive novelle grottesche, romanzi e testi teatrali per il “Teatro degli Indipendenti” di Roma, diretto da Anton Giulio Bragaglia. Collaboratore di molte riviste, poliglotta (conosce il russo e il tedesco), traduce scrittori dal tedesco e dal russo (Michail Bulgakov). Nel 1927 su “La ruota dentata” comincia ad elaborare una sua teoria estetica, ripresa nel 1954 da “Filmcritica”. Fa tesoro delle esperienze artistiche e intellettuali maturate con le avanguardie e con il gruppo futurista romano, finché nel 1932 si “converte” definitivamente al cinema, traduce e pubblica gli scritti di Pudovkin e inizia la collaborazione con la Cines di Emilio Cecchi. Appare tra i soci fondatori della rivista “Cinematografo” e della cooperativa “Augustus” (1928), promossa da Blasetti, che produce “Sole” (1929, purtroppo perduto) regia dello stesso Blasetti, film fetish della rinascita del cinema italiano.

Un anno prima della morte spiega così la sua conversione al cinema: “… l’illusione sull’utilità del mio lavoro svanì quando mi accorsi che, non solo i miei scritti, ma tutte le opere letterarie, in Italia, hanno un pubblico limitatissimo, che è un grande successo se esso raggiunge qualche migliaio di lettori, o di spettatori. E, siccome esisteva, già da parecchi decenni un’arte che, per sua natura, necessita di un pubblico immenso, smisi di colpo e quasi del tutto la mia precedente attività, e presi ad occuparmi di quell’arte affascinante che è il film…Quando Pittaluga creò la nuova Cines, a via Veio, lavorai saltuariamente a quell’ufficio soggetti, segnalando opere letterarie suscettibili di riduzione cinematografica. Successivamente fui assunto alla Cines, quando ne fu direttore Emilio Cecchi… Nel 1932 pubblicai in un volumetto i primi scritti teorici di Pudovkin. Quando Chiarini creò il Centro Sperimentale di Cinematografia, collaborai attivamente con lui alla fondazione di una teoria del film e di una didattica del cinema”. (“Vie Nuove”, 1958).

Sostenitore del realismo cinematografico aborre quelli che chiama tecnicismi o vuoti virtuosismi. Traduce e divulga le opere chiave della triade dei grandi maestri, Bela Balàzs, Ejsenstejn e Pudovkin ed elabora, a seguito dello studio del cinema sovietico del periodo rivoluzionario, la sua teoria dell’espressione cinematografica, pubblicata in “Film, soggetto e sceneggiatura” (1939). Per primo rivaluta, il mitico “Sperduti nel buio” (1914) di Nino Martoglio e Roberto Danesi, interpretato dal catanese Giovanni Grasso e da Virginia Balistrieri, che non esita a definire “il miglior film di tutta la cinematografia italiana”.

Nel 1933 dirige il documentario “I cantieri dell’Adriatico” (Cines), scrive il soggetto e collabora alla sceneggiatura di “Seconda B” (1934) regia di Goffredo Alessandrini che rese il film “zuccheroso”; scrive, dirige e cura il montaggio de “L’ultima nemica” (1938), cosceneggia “La peccatrice” (1941) soggetto e regia di Amleto Palermi, “Via delle cinque lune” (1942), il formalista “La bella addormentata” (1942, considerato film della cosiddetta “opposizione passiva”), “La locandiera” (1943) diretti da Chiarini, quest’ultimo con il tandem degli “amanti maledetti”, Luisa Ferida e Osvaldo Valenti di la a poco fucilati dai partigiani; e ancora “Paura d’amare” (1942), “La figlia del forzato” (1953), “Caccia tragica” (1948) di De Santis. Dirige i documentari “Carpaccio” (1947) e “Caravaggio” (1948), appare tra i fondatori del Centro Sperimentale di Cinematografia (1935, del quale diviene docente) e della rivista teorica “Bianco&Nero”.

Commissario straordinario del Centro Sperimentale di Cinematografia, con l’arrivo della repubblica viene clamorosamente rimosso anche dalla docenza. Traduce Freud, collabora come critico cinematografico militante con “L’Unità”, col settimanale “Vie Nuove” e con “Filmcritica”. “Ejsenstejn – scrisse a proposito de “La corazzata Potemkin” – non fantasticava vuotamente ma indovinava il passato, così come si può indovinare il futuro: facendo cioè dell’arte…” (riassumendo la teoria estetica della “fantasia storicizzata”). Insegna a Lodz (Scuola superiore di Cinematografia, la cui direttrice sposerà), mentre continua incessantemente a scrivere saggi.

Padre spirituale del neorealismo italiano, sostiene l’idea “dell’opera d’arte collettiva”, dello “specifico filmico” e del montaggio come produttore di idee e “base estetica non solo del film ma di ogni arte”. Attraverso il materialismo dialettico giunge al superamento della cultura estetico-idealista italiana ponendo “…l’accento sulla fase di concreta applicazione ed esecuzione materiale, sull’attuazione come progetto di un fantasticare storico”, ma grande attenzione dedica anche ai problemi dell’attore creatore di “commozioni e interpretazioni”.

Le sue opere sono state raccolte nei volumi “Il film e il risarcimento marxista dell’arte” (1960); “Servitù e grandezza del cinema” (1962) “Neorealismo e realismo” (1973) e “Il cinema tedesco” (1973). A Roma gli è stata dedicata una biblioteca ed una strada. La rivista “Filmcritica” gli ha intitolato un premio nazionale. Molti gli studiosi che si sono occupati della sua profonda riflessione teorica sul cinema.

(Nella foto Umberto Barbaro con la moglie Helena)