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"Ue può essere protagonista nel 'secolo veloce'", l'analisi di Piantini

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L’Europa ha ancora un ruolo economico e politico nei prossimi decenni grazie alla ricchezza accumulata nel secolo scorso. Tuttavia il mantenimento di questo ruolo economico “sarà strettamente legato alla capacità di agire come blocco di potere autonomo in un mondo meno multilaterale e dove i rapporti di forza sono meno intermediati da istituzioni e norme internazionali che non in passato”. È uno dei passaggi che meglio sintetizzano le sfide che sono davanti al Vecchio Continente del libro a cura di Marco Piantini su ‘L’Europa nel secolo veloce – L’Unione a confronto con il resto del mondo’ edito da Donzelli, e che propone una serie di approfondimenti, a cura del Cespi, sulle tendenze globali in atto e sugli effetti che pesano e peseranno sempre di piu’ in futuro sulla Ue. 

 “Se il Novecento – spiega Piantini – è stato l”età degli estremi’ e il ‘secolo breve’, il tempo attuale può essere concepito come il ‘secolo velocè di un mondo che cambia molto rapidamente: basti pensare alla densità dei legami commerciali ed economici, alla questione climatica e ambientale, agli sviluppi geopolitici nei diversi continenti, alle migrazioni”. E si potrebbe aggiungere, perché è quotidianità, agli effetti dirompente del coronavirus in tutto il mondo, ad iniziare da Cina e passando per l’Italia. I dati della forza dell’Europa sono nei numeri: il volume totale delle esportazioni è quadruplicato dal 1990 a oggi, passando da 3.500 miliardi di dollari l’anno a quasi 20.000 miliardi. Non sorprendentemente, oltre il 40% delle merci esportate – ricorda lo studio del Cespi – viene dall’Asia, seguite dall’Unione Europa (30%) e dagli Stai Uniti (10%). In questo è da ricordare che l’Africa, nel commercio internazionale resta sostanzialmente fuori.

Gli autori ricordano che il processo di frammentazione della produzione globale, che è in atto ormai da diversi decenni, ha portato “alla creazione di complesse catene del valore globale, dove i singoli componenti di un prodotto finito sono stati importati ed esportati piu’ volte prima di arrivare al consumatore”, il che crea delle interdipendenze che pesano su tutta la catena di produzione.

“Il presidente Trump – spiega il libro a cura di Piantini – ha imposto dazi nelle importazioni da Cina ed Europa il cui costo di fatto è stato scaricato sui consumatori Usa mentre la Cina non ha sostanzialmente cambiato le proprie posizioni in termini di politica commerciale e valutaria”. In questo quadro è da ricordare che l’Unione Europa è il secondo maggior esportatore ed importatore di beni al mondo, secondo alla Cina per export, e secondo agli Stati Uniti per import.

Certamente la crisi dell’Unione europea trova le sue radici nella perdita, che porta a situazioni di difficile governabilità nei diversi paesi, della ricchezza prodotta e consumata dal ceto medio e dal crescere delle diseguaglianze sociali. Problemi connessi con l’emergere di nuove problematiche nel mondo del lavoro e della produzione che vede nel 2017 gli stati membri dell’Unione Europea spendere complessivamente “320 miliardi di euro in Ricerca e Sviluppo, una cifra che non supera il 2,1% del Pil europeo, ma comunque in crescita” rispetto all’1,77% di dieci anni prima. Ma inferiore alla Corea del Sud (4,22%), al Giappone 3,28%) e agli Stati Uniti (2,76%), mentre è allo stesso livello della Cina (2,06% del Pil)”.

Dallo studio di Piantini emerge come il ‘motore della crescità sia essenzialmente urbano, ma a differenza delle altre aree concorrenti – Asia e Stai Uniti – l’Europa mantiene un tessuto di grande importanza di medie città: l’Ue difatti presenta soltanto 4 città con una popolazione superiore ai 5 milioni, dove vive appena il 7% della popolazione, contro il 25% degli Usa. Sono invece 26 le città con piu’ di un milione di abitanti e 373 con piu’ di 100.000 abitanti dove vivono circa 165 milioni di persone. Il Vecchio Continente dovrà affrontare sfide importanti e severe – occupazione, credito, dimensioni aziendali, ricerca e sviluppo – quindi le sue “carte” dovrà giocarle bene partendo da un fatto, ormai innegabile, alla luce della vittoria di Trump, della Brexit e dell’affermarsi dei diversi ‘sovranismi‘: “la globalizzazione sta cambiando – la spinta arriva in parte (in superficie) dalla rivolta sociale, e in parte (nel sottofondo) dalla riorganizzazione delle catene di approvvigionamento globale”. Da qui la speranza che il ‘modello Europà possa ancora dire la sua nella ‘battaglià per il potere – economico e politico – nel Terzo Millennio. 

Vedi: "Ue può essere protagonista nel 'secolo veloce'", l'analisi di Piantini
Fonte: cultura agi


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