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Twitter, Netflix e la comunicazione nelle mani dell’oligarchia

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L’Europa non è ancora riuscita a porre un freno all’accumulo incalcolabile di profitto delle big companies e multinazionali, le quali da sempre strizzano l’occhio al vecchio continente, capace di garantire un regime fiscale molto flessibile e favorevole e che permette di avere una tassazione al di sotto del 5% e talvolta irrisoria

di Giuseppe Accardi

Nei giorni dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk alla “modica” cifra di 44 mld di dollari, ha fatto clamore la pubblicazione dei dati relativi agli utenti di Netflix, che ha subito un drastico calo di abbonati nel primo trimestre del 2022.

Netflix, piattaforma fondata ormai più di 20 anni fa, occupa una posizione di rilievo a livello planetario per quel che riguarda le attività ludiche di streaming, conta oggi più di 220 mln di iscritti, numeri sicuramente favorevoli ma che segnano un brusco calo di utenza rispetto alle annate precedenti,

frutto di un aumento del costo dell’abbonamento, soprattutto oltreoceano, e derivati da fattori informatici esterni e geopolitici come la guerra in Ucraina, che ha comportato l’abbandono dei servizi forniti in Russia dalla piattaforma americana.

Le contromisure intraprese dai proprietari, per far fronte al calo di iscrizioni, hanno come obiettivo l’abbassamento del costo degli abbonamenti tramite l’inserimento sulla piattaforma di annunci pubblicitari che da un lato potrebbero riuscire a mitigare la recente perdita di fatturato  registrata in questo inizio 2022. Come se non bastasse il consiglio d’amministrazione pensa ad incrementare la programmazione dell’applicazione attraverso nuovi contenuti multimediali e di gaming, andando ad arricchire un già vasto ventaglio di film e serie tv che tuttavia sono stati spesso oggetto di critica a causa della recente adesione all’ideologia del politically correct, intrapresa durante l’esplosione della pandemia da Covid-19.

Gli utenti Netflix in Italia sono poco più di 4 milioni, dato che pone il nostro paese al 14esimo posto nel mondo. In prima posizione, neanche a dirlo si trovano gli USA con quasi 70 milioni di utenti. Numeri da capogiro per un’azienda che solo nel 2021 ha incassato oltre 30 miliardi di dollari.

Ritornando ad Elon Musk, con l’acquisizione della piattaforma Twitter il multimiliardario di origine Sudafricana sbarca ufficialmente sul Web e nel mondo dei social, come fatto già da Donald Trum qualche tempo addietro.

Inoltre ha fatto discutere la decisione presa dallo stesso Ceo di Tesla di vendere 4,4 milioni di azioni, mossa che ha subito comportato una perdita del 12% del titolo in borsa. Nonostante ciò l’uomo più ricco del mondo, oltre che su Tesla e Space X, può contare adesso anche su una delle piattaforme social di maggior successo a livello globale, con oltre 1 miliardo di account utenti attivi che, grazie alla quotazione a Wallstreet, assicurerà ulteriori faraonici introiti all’imprenditore statunitense.

Proprio di introiti faraonici  si è tornato a discutere in Europa nelle scorse settimane, grazie all’incontro avvenuto ad inizio aprile all’ECOFIN tra i ministri delle finanze dell’Eurozona, che ha riguardato la tassazione minima globale per le multinazionali. L’accordo prevedeva una tassazione minima condivisa in Europa al 15% ma il veto della Polonia, successivo a quello di Svezia, Estonia e Malta ha impedito l’approvazione di questo provvedimento.

Neanche questa volta dunque si è riusciti a porre un freno all’accumulo incalcolabile di profitto  delle big companies e multinazionali, le quali da sempre strizzano l’occhio al vecchio continente, capace di garantire un regime fiscale molto flessibile e favorevole e che permette di avere una tassazione al di sotto del 5% e talvolta irrisoria. È il caso di Amazon che come altre grandi coorporations (facebook in primis) approfitta di filiali con domicilio situato nell’eurozona come il Lussemburgo (paragonato a paradisi fiscali come Cayman e Delaware), per usufruire di crediti d’imposta insignificanti finalizzati alla massimizzazione del profitto.

Infatti il gruppo di Bezos ha realizzato nel 2021 un aumento di vendite pari al 22% e ricavi pari a 51 mld  di euro, a fronte  ad un credito d’imposta di solo 1 miliardo di euro garantito dalla sede europea.

Tutto ciò è dovuto ai meccanismi che sorreggono l’unione, dove dominano le differenze più che l’uguaglianza e dove assistiamo ad una regolamentazione eterogenea nei diversi stati e una differenziazione dei regimi fiscali che va a vantaggio dei gruppi già citati.

La preoccupazione di una moneta unica, per altro senza un unico stato, ha fatto in modo di distogliere l’attenzione da una convergenza politica ed economica che pare oggi doverosa, generando le sciagure  e le frammentazioni di cui siamo impotenti spettatori.

Se da un lato in Italia la piccola e media impresa è sempre più  martoriata  e talvolta costretta all’evasione da un regime fiscale vessatorio e incongruente, dall’altro le mega aziende degli oligarchi multinazionali hanno una libertà economica spropositata, pagando il 5%, risultando dei veri e propri evasori fiscali a norma di legge e riuscendo a risparmiare ogni anno centinaia di miliardi di fatturato.

Dunque l’Europa perde l’ennesima possibilità di redimersi, dimostrando ancora una volta di essere una organizzazione disuguale elitaria dominata da logiche di profitto capitalistico e libero mercato.

In conclusione, l’acquisto di twitter da parte di Musk, segna come abbiamo detto il ritorno di una tendenza diffusa, ovvero quell’abitudine che pone a capo dei principali mezzi di comunicazione, una ristretta minoranza di individui facoltosi, il che non rappresenta di certo una vittoria per la libertà di espressione, rappresenta esclusivamente una vittoria per l’oligarchia.

 

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