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Trovate tracce di Dna dell’uomo di Neanderthal in umani contemporanei

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Di Daiana De Luca (Responsabile Comunicazione Confedercontribuenti)


L’affascinante storia dell’evoluzione umana ci induce a pensarci come uomini e donne frutto di anni ed anni di cambiamento intellettivo, cognitivo e, perché no, anche genetico. Ma se pensate che nulla più abbiamo a che fare con i nostri antenati, clava alla mano, vi sbagliate: già perché da uno studio pubblicato sulla rivista Stem Cell Reports e condotto dagli esperti dell’Institute of Molecular and Clinical Ophthalmology di Basilea, emerge che gli umani moderni potrebbero avere geni in comune con i nostri antenati di Neanderthal.

Secondo i risultati ottenuti dal gruppo di ricerca, circa il due per cento dei genomi degli esseri umani moderni oltre i confini dell’Africa, sono composti dal DNA, appunto, di Neanderthal. Gli scienziati, per sviluppare lo studio hanno  utilizzato i dati della Human Induced Pluripotent Stem Cells Initiative (HipSci), consorzio internazionale che fornisce informazioni utili alla ricerca. Gray Camp, capo dell’IOB Human Retina and Organoid Development Group, ha affermato: “i protocolli che consentono la trasformazione di linee di cellule staminali pluripotenti in organoidi,  hanno cambiato il modo in cui è possibile guardare ai processi di sviluppo e decifrare l’interazione tra geni e formazione dei tessuti, in particolare per gli organi in cui il tessuto primario non è disponibile”.

L’esperto sostiene, inoltre, che le cellule staminali umane in coltura possono auto-organizzarsi in complesse strutture tridimensionali che assomigliano alla retina, al cervello, al fegato, all’intestino o ad altri organi in via di sviluppo, per questo chiamati organoidi. “Questa metodologia  – continua il ricercatore –  ci consente di studiare da vicino alcuni processi altrimenti inosservabili, non solo per la difficoltà intrinseca del processo, ma anche per ragioni etiche. Usare le cellule staminali pluripotenti per studiare le funzioni del DNA umano arcaico rappresenta una prospettiva inesplorata e assolutamente interessante”. Questo è uno studio proof-of-principal che mostra che è possibile utilizzare queste risorse per studiare l’attività del DNA di Neanderthal in un processo di sviluppo.

Gli scienziati hanno anche creato uno spazio web per facilitare la  condivisione di informazioni e precisano che la vera sfida sarà aumentare il numero di possibili linee genetiche da considerare. “Il nostro obiettivo – conclude l’autore – è continuare ad analizzare le popolazioni antiche, come gli uomini di Denisova, grazie agli organoidi, che possono contribuire a studiare una serie di processo che riguardano il tratto intestinale e la digestione, la funzione cognitiva e neurale e la risposta immunitaria ai patogeni, per cui rappresentano il modo più efficace per studiare fenotipi controllati dal DNA di Neanderthal”. 

Non ci resta che attendere sviluppi per guardare alla storia come una preziosa eredità che ancora custodiamo.

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