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Tornare a vivere grazie alla legge “salva suicidi”. L’opinione dell’avvocato Vera Leanza

di Livio Mario Cortese

Le possibilità della legge sul sovrindebitamento chiarite da un’esperta del settore.


Ammontava a 240mila euro il debito contratto da un quarantenne di Parma per l’acquisto di una casa. L’applicazione della legge sul sovraindebitamento ha permesso la riduzione a 160mila euro e la rateizzazione in 30 anni: rate poco superiori a 300 euro mensili. La notizia dei primi di Agosto, divulgata dalla stampa nazionale, è un caso notevole di applicazione della legge n. 3 del 27 gennaio 2012 (nota anche come “salva suicidi”), già avvenuto nel 2016 a beneficio di una famiglia i cui oneri mensili superavano il reddito. All’avvocato Vera Leanza, catanese, specificamente versata nel settore, il Quotidiano dei Contribuenti ha chiesto lumi sulla natura di questo provvedimento legale: chi può effettivamente beneficiarne? “E’ rivolta innanzitutto alle famiglie che non riescono più a far fronte ai propri impegni finanziari”, spiega l’avvocato, delineando il quadro sociale che conduce a contrarre debiti sempre più ingenti. “È insito nella nostra cultura, conquistato il posto fisso, stipulare un mutuo per l’acquisto di una casa, un finanziamento per una macchina o piccoli prestiti per esigenze familiari. Se quel che guadagniamo ci consente di affrontare regolarmente i nostri debiti e vivere dignitosamente, la scelta è ragionevole”. Circostanze imprevedibili possono però stravolgere un simile equilibrio, per sua natura non esente da rischi: “Una malattia in famiglia che richiede spese mediche ingenti, la perdita del lavoro da parte d’uno dei percettori di reddito, una separazione: improvvisamente ci ritroviamo, di là dalle nostre previsioni, ‘sovraindebitati’. Allora cerchiamo, per spirito di sopravvivenza, di contrarre altri prestiti per riuscire a pagare i precedenti”. Ma esiste un effettivo abuso nel meccanismo di prestiti e rateizzazioni? “È noto come banche e finanziarie talvolta concedano con ‘leggerezza’ finanziamenti carichi di interessi, spese istruttorie e assicurazioni varie, senza considerare le reali possibilità di restituzione: il reale guadagno risiede infatti nella cartolarizzazione dei crediti piuttosto che nella restituzione di quanto concesso”. Si tratta di un procedimento col quale i crediti vengono trasformati in titoli negoziabili sul mercato. Il paradosso –fin troppo comune- per cui il totale delle rate supera le entrate mensili, determina un conseguente inasprimento delle condizioni di vita, tra solleciti di pagamento ed angosce crescenti che non di rado arrivano a smantellare rapporti familiari e considerazione di se stessi, fino a gesti avventati. Ma il problema, su scala più ampia, può coinvolgere coinvolge anche imprese, enti privati e start-up: non è allora raro il ricorso a soluzioni di malaffare. Come muoversi in seno alla legge? “Rivolgendosi ad un Organismo di Composizione della Crisi. Esso accoglie la domanda e nomina un Gestore competente, sorta di tutor del debitore, che ne esamina la reale situazione debitoria e le relative cause valutando quanto occorra al soggetto ed alla sua famiglia per vivere. Redige quindi un piano di ristrutturazione dei debiti che, ricorrendo le condizioni, potranno anche essere abbattuti o dilazionati nel tempo, rispettando gli interessi dei creditori”. Il piano di ristrutturazione dei debiti, presentato in Tribunale, dev’essere poi verificato dal giudice; maggior peso ha il parere dei creditori nel caso di aziende ed attività imprenditoriali. Tutto in nome di un equilibrio tra le parti. Perché quindi ha fatto discutere la sentenza di Parma? “Per la lunghezza del piano di rientro, alla luce degli orientamenti ben più restrittivi della maggior parte dei tribunali italiani. La media è tra cinque ed otto anni, altre volte sono concesse rateizzazioni pluridecennali e con esse la possibilità di costruire rate più accessibili. Finché non esisteranno linee guida nazionali più uniformi, assisteremo ad applicazioni della ‘legge salva suicidi’ troppo difformi in base al Tribunale di competenza”. Non si tratta, d’altra parte, soltanto d’una serie di conteggi o dell’applicazione di procedure: l’avv. Leanza tiene a diffondersi sulla delicatezza dei compiti di un Gestore competente. “È un percorso difficile, soprattutto dal punto di vista emotivo. La persona si ritrova a prendere atto degli sbagli commessi, arriva alla conclusione di aver fallito. Per questo deve trovarsi accanto non solo professionisti, ma soprattutto umanità: non ultimo, da parte dei magistrati che non possono ignorare la finalità di questa legge e i comportamenti scorretti perpetrati dagli istituti finanziari negli ultimi decenni”. Una questione di dignità, insomma, che richiede forti prese di responsabilità. “Mi piace immaginare questa legge come una madre giunonica, protettiva ma anche autoritaria: che ti viene in soccorso imponendoti, di contro, sacrifici necessari per il tuo bene”, riassume in modo efficace l’avv. Leanza, ricordandoci l’antica immagine della Giustizia severa ed armonica ma, si spera, non priva di comprensione per le vicende umane.


 

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