Type to search

Riflessioni sulla cancellazione del debito pubblico

Share

di Renato Costanzo Gatti

Un recente articolo firmato da Guido Salerno Aletta e Tommaso Sessa torna sulla proposta, tempestivamente pubblicata dal Quotidiano dei Contribuenti, di 100 economisti, incluso Piketty, e supportata dal presidente del Parlamento europeo Sassoli, della cancellazione del debito che i paesi europei hanno verso la Bce (Banca centrale europea), in particolare quale conseguenza della crisi creata dal Covid.

La risposta della Lagarde è stata che l’articolo 123 dei trattati europei vieta tale tipo di intervento; val la pena ricordare, tuttavia, che nel 1953 ben due terzi del debito contratto dalla Germania durante la Seconda guerra mondiale fu abbonato. A quei tempi non esisteva né l’Europa né la Bce ma va comunque osservato che l’operazione in sé conosce dei precedenti.

Salerno Aletta e Sessa sostengono che la Bce, per acquistare con il QE (quantitative easing) i titoli emessi dagli Stati europei, crea dal nulla quella liquidità necessaria all’operazione. Quindi nel bilancio della Bce saranno riportati nell’attivo i titoli di Stato acquistati e nel passivo una posta corrispondente pari all’ammontare della liquidità creata dal nulla. Tale posta nella sezione passiva del bilancio non costituisce tuttavia un debito verso nessuno, essendo la liquidità creata dal nulla e non prestata da qualcuno. È come se un socio anonimo avesse fornito la liquidità come capitale sociale che, però, non dovrà essere restituito a nessuno.

I due autori sostengono che l’eventuale cancellazione dei titoli in portafoglio “comporterebbe comunque una perdita patrimoniale per la Bce”, ma tale perdita si tramuterebbe nell’azzeramento di quel “capitale sociale creato dal nulla” senza che nasca nessuno sbilancio tale da richiedere la copertura come sarebbe richiesto da una vera perdita contabile, non ci sarebbe infatti nessun creditore da soddisfare.

Non è questo il pericolo che vedo, altre sono le ripercussioni che tale cancellazione comporterebbe e sulle quali val la pena riflettere.

L’art. 103 dei trattati vieta la monetizzazione dei debiti operata dalla Bce; questo divieto nasce, a mio modo di vedere, dal fatto che se tale monetizzazione fosse operata la banca centrale si troverebbe indebolita in caso di un’eventuale necessità di lotta contro un’inflazione corposa. Se infatti si presentasse questa evenienza, una Bce che non avesse cancellato il debito metterebbe sul mercato tutti i titoli di Stato necessari a drenare liquidità nella misura necessaria e sufficiente a frenare l’inflazione. La Bce che invece avesse cancellato il debito non avrebbe più titoli di Stato da mettere sul mercato.

Va comunque chiarito che la monetizzazione non avviene soltanto cancellando i debiti, ma si attuerebbe anche nel caso in cui la Bce al momento della scadenza dei titoli acquistati, invece di farsi rimborsare dallo Stato emittente, si impegnasse a riacquistare pari importo di titoli in scadenza. Ancor più evidentemente si attuerebbe monetizzazione se la Bce accettasse l’irredimibilità dei titoli acquistati. Si noti che se oggi lo spread è così basso dipende semplicemente dal fatto che i mercati sanno che la Bce non chiederà mai agli Stati il rientro dal loro debito ma lo rinnoverà costantemente. Il grosso problema è “fino a quando durerà questo rinnovo del debito?”

Il tema diventa politico perché ciò comporterà una revisione dei trattati o una richiesta di revisione degli stessi, facendo emergere le diverse sensibilità degli stati europei divisi in frugali e non. Sta di fatto che finché c’è questa “prassi” del rinnovo del prestito, molto simile all’irredimibilità, non vale forse la pena andare ad agitare le acque che, comunque – ne sono convinto – cominceranno ad agitarsi a fine 2021, quando la Corte Costituzionale Tedesca tornerà a mettere sotto vigilanza la non proporzionalità degli interventi della Bce.

Avere 2.500 miliardi di debito, sapendo che 500 miliardi non ci saranno mai richiesti, rende la richiesta di cancellazione del debito una operazione non indispensabile e politicamente pericolosa. Pensare a rilanciare l’economia con un utilizzo intelligente del NGEU (Next Generation UE), che guardi ad un nuovo modo di produzione e non a restaurare il vecchio, bolso modo di produzione, è la strada maestra.

L’economia reale è quella sulla quale operare e, se per agire su essa, anche per i tempi dilazionati previsti dal NGEU, serve liquidità, piuttosto che pensare ad una cancellazione del debito che non genera liquidità, tornerei a proporre il ricorso alla moneta fiscale, ai CCF (Certificati di credito fiscali) che danno modo immediato di finanziare le opere pubbliche, non costituiscono nuovo debito nel nostro bilancio pubblico e danno certezza a chi li accetta in pagamento di poterli girare ai suoi fornitori e di incassarli dopo due o tre anni.


Leave a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *