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Potenza di fuoco? No, di task force

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Di Vittorio Sangiorgi (Direttore del Quotidiano dei Contribuenti)


L’azione del governo, in questi mesi difficili, è stata caratterizzata soprattutto dall’impetuosa nascita delle cosiddette task force, ovvero le unità di crisi a cui il Conte II si è affidato per dirimere le complesse questioni legate al virus e agli interventi politici ed economici da mettere in campo.

I numeri sono emblematici e restituiscono, meglio di altri dati, la portata di questa tendenza. Una ventina le task force create da marzo ad oggi, quasi 500 i tecnici in esse impiegati. L’esempio di Roma, poi, è stato seguito anche da Comuni e Regioni, che si sono creati le loro unità di crisi su misura. Secondo quanto riporta un’inchiesta condotta dalla fondazione Openpolis, alla fine di aprile un esercito di 1400 esperti affiancava le istituzioni nazionali. Ma non è finita qui perché, stando agli emendamenti di maggioranza al decreto rilancio, l’intenzione è quella di creare una task force ad hoc per il Ministero dell’Economia.

Nel decreto, all’esame della commissione competente alla Camera, è infatti previsto lo stanziamento di 100.000 euro per il restante semestre del 2020 e di ulteriori 200.000 per il 2021. Questi fondi, destinati nello specifico al Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato, dovranno essere utilizzati per individuare e remunerare una serie di esperti il cui compito sarà quello di controllare e verificare i conti relativi alle operazioni di finanza di progetto, le quali dovranno essere in linea con quanto previsto dal patto di stabilità europeo. Al di là dei tecnicismi ci si chiede, innanzitutto, se queste nuove risorse siano davvero necessarie. Evidentemente, secondo chi ha proposto l’emendamento, i 492 dirigenti (di prima e seconda fascia) del MEF non sono in grado di assolvere a questo “gravoso” compito. Stesso discorso vale per i 109 componenti di comitati, commissioni  e organismi che, a vario titolo, sono alle dipendenze di Via Venti Settembre. C’è poi un’altra considerazione che sorge spontanea e che non riguarda solo il governo Conte ma, sostanzialmente, tutta la politica italiana, anche in ambito locale. Ci riferiamo alla scelta di delegare, rinunciare al proprio ruolo decisionale, abdicare da quei compiti che sarebbero propri dell’amministrazione pubblica, di una politica degna di questo nome. Certo, il parere di esperti, “gente del mestiere”, è importante, ma la tendenza che sembra emergere è quella di “lavarsene le mani”. Senza contare, poi, che questi reclutamenti non avvengono sempre in maniera limpida e si prestano, purtroppo, a logiche di consorteria.

In conclusione ci preme evidenziare che, questa dipendenza da task force, suona come una beffa per tutte quelle realtà messe in ginocchio dalla crisi sanitaria ed economica. Difficile credere che famiglie, piccoli risparmiatori, imprese e partite Iva, possano trarre benefici dall’ennesima squadra di esperti. Quantomeno perché non sembra che, in questi mesi, il loro operato sia stato utile per assistere e migliorare la confusa azione governativa.

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