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POETI DA RISCOPRIRE. Sebastiano Addamo

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di Antonello Longo

Ai poeti si chiede sempre cos’è la poesia. Domanda tanto più imbarazzante in quanto ciascuno di essi dedica gran parte della propria (il più delle volte segreta) esistenza alla soluzione di tale quesito. E quando trova una risposta, questa non può spiegare cos’è la poesia ma, solo, chi è quel poeta, qual’è la visione della vita e dell’arte che ne determina tematica e stile.

Al poeta Sebastiano Addamo chiesero un giorno ormai lontano (era l’estate del 1995, ad Acireale, dove si svolgeva la premiazione di un premio di poesia promosso dal Kiwanis Club della città delle terme. Addamo, se non ricordo male, aveva presieduto la giuria): che cos’è la poesia, “oggi”.

Addamo non era un poeta, per così dire, “spontaneo”, ma un erudito, letterato vero e profondo, “filosofo marxista” come una volta si diceva di tutti coloro che cercano nelle dinamiche economiche le ragioni della disuguaglianza e vedono nella disuguaglianza il male della vita.

Con la sua voce roca di fumatore, sottile e stentorea insieme, disse parole taglienti come lame: “con i buoni sentimenti non si fa letteratura, né arte, né poesia” e lamentò “la mancanza di ricerca, di scavo linguistico, l’appiattimento tematico, una mancanza di invenzioni e di arditezze” nel poetare dei nostri giorni. Professore, com’era, di storia e filosofia, parlò di Heidegger e Spengler e poi di Holderlin, Leopardi, Baudelaire, per arrivare a ribaltare la domanda: “la questione implicita è se nel tempo dell’inautentico, della banalità, possa trovare posto la poesia”. Per rispondere così come Montale aveva risposto: “è importante, intanto, che la domanda sia stata posta. Montale in fondo lo ribadisce quando si chiede se è possibile la poesia. Chiedersi del perché della poesia significa che è in questione la sua necessità”.

Ma, per Addamo, “la poesia nel mondo d’oggi appare perdente. Ci si rende conto che i libri di poesia sono manoscritti dentro una bottiglia lanciata in mare. Se incontra una corrente favorevole forse riuscirà ad approdare su una spiaggia, altrimenti il suo messaggio rimarrà per sempre muto”.

I versi di Sebastiano Addamo, che completano ed esaltano la sua dimensione di narratore e di saggista (perché narrano di se stesso, con lo stesso nitore e la medesima acutezza di sguardo) sono arrivati, da tempo, sulla mia spiaggia. E questo ricordo (quando mancano pochi giorni al 22° anniversario della sua scomparsa) muove dalla speranza che qualcuno che non l’abbia ancora fatto possa aprire il tappo di quella bottiglia.

La sua poetica, ed anche la sua tecnica, l’artista catanese la spiega con pochi versi: “Dunque retrocedi in questo fluire / fermo verso il punto della sfuggenza / al varco che si strozza, non sei salvo / e non sei perduto, guardi la luce / per la tremante sera segni i passi / illeso, nella dissoluzione, / identico”. Ecco, un “immobile andare”, retrocedendo, come si fa nelle riprese cinematografiche, in uno scomporsi dell’immagine che ricorda tanto quel legare due contrari ad uno stesso oggetto che Pasolini chiamava “sineciosi”.

 

Eugenio

 

O non di profitti, di saldi in rosso

è questione di ottiche, di orbita

nell’intermittenza che reca il tempo

quando annotta e alla plaia il faro

ripropone la metodica giravolta,

non ti chiedi se è fine o principio

se memoria è quel che rimane

o quanto si perde nel cerchio atono

di questi minuti.

Nell’accidia difforme dell’acqua

che il lungomare frammenta

nell’acciottolio dei corpi estivi

trafughi forme, luci, l’estrema frase

a ripristinare l’istante,

la catasta della legna, l’immobile

rotazione dell’uguaglianza, e forse

è il tuo errore.

 

Sebastiano Addamo

(da “Le linee della mano”, Garzanti, Milano, 1990)

 

(Nella foto: Sebastiano Addamo con Leonardo Sciascia a Parigi)