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Paolo Briguglia, arrivare al personaggio con la testa e con il cuore

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Parla l’attore palermitano: “Nella mia vita professionale c’è un mix di cose diverse che ho adoperato per cercare di conseguire una formazione che mi permetta di essere sempre pronto a vedere oltre ciò che già so e so di dover continuare a specializzare, approfondire”

di Claudia Lo Presti

Paolo Briguglia è un attore; ed è una persona che attraverso i ruoli che interpreta propone se stesso con grande umiltà e bravura. Tutti i suoi personaggi restano indimenticabili: bello, anzi bellissimo, uno del gruppo di musicisti sognatori del film di Rocco Papaleo, “Basilicata coast to coast”; bellissima e struggente nel ruolo di un transessuale nel film di Giovanni Virgilio girato a Catania, “Malarazza”. Vincitore del Globo d’oro come Migliore Attore esordiente per l’interpretazione di un soldato in El-Alamein di Enzo Monteleone. Impreparato come marito di una donna conosciuta a quindici anni e destinata a ben altro futuro che quello soltanto della moglie ne “Letizia Battaglia -Solo per passione”. Incommentabile e superbo in “Il figlio della Luna” di Gianfranco Albano, nelle vesti di Fulvio Frisone, giovane siracusano nato con una tetraplegia spastica distonica e poi diventato fisico stimato ed affermato. Alcuni fra i suoi lavori, solo alcuni dei suoi personaggi: ha lavorato scegliendo con criterio e i registi più bravi lo hanno diretto.
Per sua stessa affermazione, il lavoro dell’attore “deve cominciare in modo pre-verbale” e deve essere portato ad un continuo miglioramento senza mai perdere la pazienza che occorre per studiare e lavorare su ogni adempimento questo mestiere richieda.
Paolo Briguglia appare in tv, sullo schermo, sul palcoscenico, presentandosi ogni volta; ovvero, nel suo modo di essere e di fare l’attore, non si riscontra l’alterigia del professionista arrivato, che sposta l’aria al suo passaggio, bensì il risultato di tutto l’impegno che ci ha messo per conoscere il personaggio e farlo parlare anche quando questo non ha battute nel copione. Al tempo stesso, ha la consapevolezza di essere in grado, altrimenti la forza che arriva a chi guarda sarebbe scremata di una qualità fondamentale: l’assertività.
Raccolti gli applausi a scena aperta che da anni il pubblico da ogni ambito gli riconosce, Paolo torna alla moglie Alessandra Traina, conosciuta nel 2006 e alle sue figlie a cui tiene moltissimo, lasciandole nel riserbo che esse meritano.
“Nella mia vita professionale c’è un mix di cose diverse che ho adoperato per cercare di conseguire una formazione che mi permetta di essere sempre pronto a vedere oltre ciò che già so e so di dover continuare a specializzare, approfondire. Sono nato a Palermo, in una famiglia molto ‘larga’. E intendo davvero un nucleo numeroso: quattro figli, tre sorelle, genitori a loro volta appartenenti a famiglie numerose. D’estate, ci si incontrava proprio tutti nelle case che i nonni di ambo le parti avevano costruito a Mondello e Cefalù e sono cresciuto fra barchette, campi di calcio, immense tavolate, con fratelli, cugini, zii ed amici: ogni giorno un programma ed un progetto nuovi che i nonni erano sempre disposti ad accollarsi. I miei genitori, intraprendendo un percorso cattolico di grande apertura sociale, sono sempre stati rivolti verso il prossimo e ci hanno cresciuti insegnandoci innanzitutto ad accorgerci degli altri: non mancavano mai, ad esempio, le visite a coloro di cui si conoscevano le condizioni di disagio economico, le condizioni di salute precarie. Io per primo prestavo il mio supporto al Convento delle Suore di Madre Teresa. Per darle il perimetro delle mie preferenze, le dico che non soffro di alcuna sindrome elitaria, che mi sento a mio agio nella semplicità; inoltre per me è molto importante non disperdere le relazioni con la mia “grande famiglia” con i cui membri mantengo contatti quotidiani; non sono affatto social e tengo molto alla separazione fra il pubblico ed il privato. Tutto questo mi aiuta a mantenere i piedi per terra”.
– L’ultimo personaggio in ordine di tempo, in cui lo abbiamo visto, è Franco Stagnitta, il marito della fotografa Letizia Battaglia: ce ne vuole parlare? E raccontare come si è preparato per rivestire questo ruolo impegnativo, come si vede nella fiction apprezzatissima dal pubblico?
“Franco Stagnitta è stato il marito di una donna già destinata a non far dimenticare il suo nome: ne era molto innamorato, ma non estraneo a subire le influenze della educazione ricevuta dal padre, molto autoritario e certo non incline a riconoscere l’autonomia di pensiero delle donne. Combattuto fra l’amore per Letizia e l’ubbidienza al rigore, tenta per tutti gli anni che durò il matrimonio di trovare il modo di far funzionare le cose, cercando di accontentarla per quanto riuscisse, concorrendo alla costituzione, ad esempio, della corte di intellettuali che lei aveva riunito con sede a casa propria. Era un grande lavoratore: aveva una torrefazione e ogni giorno si spaccava davvero la schiena per girare mezza Palermo; le sue prospettive si fermavano al trovare la cena pronta e vivere momenti di cordialità con la moglie e le figlie. E Letizia questo dalla sua parte tentò di corrisponderglielo, ma era animata da un fuoco, da una voglia di conoscenza che non le consentiva di riconoscersi in quel contesto: lei lo amava, ma non condivideva le sue maniere, avrebbe desiderato che lui la comprendesse e le fosse complice, spezzando l’accerchiamento della famiglia e degli incomprensibili sistemi educativi dell’epoca. Quando lei infine lo lasciò, per lui cominciò un lungo e lento declino: non si risposò e si dedicò alle tre figlie che lo adoravano. Ho avuto il bene di poter parlare con Patrizia, la maggiore delle tre”.
– Sul set ha incontrato la signora Battaglia?
“Il giorno in cui lei prese parte alle riprese, non ero sul set perché stavo girando altrove: ma le ho parlato al telefono. E poi, l’avevo conosciuta nel corso delle sue magnifiche mostre fotografiche allestite a Palermo”.
– Con la conterranea attrice Isabella Ragonese avevate già lavorato insieme…
“Si, siamo stati un coppia sposata e separata sul set del film “Tutto il giorno davanti”, il film di Luciano Manuzzi, del 2019, che parla dell’assessora alle politiche sociali al Comune di Palermo, Agnese Ciulla nota per essersi occupata tenacemente, anche come tutore legale, di oltre novecento minori stranieri. Il mio personaggio è Michele. Con Isabella, ci lega un rapporto di stima reciproca. Ottimi rapporti mi legano a numerosi colleghi e sebbene sia difficile frequentarsi con tutti, appena posso vado a teatro a vederne qualcuno”.
– A proposito di migranti, lei ha dedicato all’argomento ben due lavori, come regista ed autore: un corto ed un monologo teatrale…
“Il corto del 2012 si intitola “Chiamatemi Ishmael” in cui ho voluto narrare una storia realmente accaduta a Palermo, adoperando i toni spensierati con cui esattamente il tutto avvenne. Ishmael (Youssupa Thiam) è un giovane senegalese arrivato in Italia con l’amico Samba: sempre sorridente ed incline a prendere da ogni giornata tutto il buono che c’è, nelle pause fra un lavoro ed un altro, si fa fotografare in contesti che lo vedono ben vestito, a bordo di una macchina decapottabile ed in buona compagnia. Incontra una giovane donna (Nina Torresi) di cui s’innamora e che rimane incinta: lui sarebbe disposto a riconoscere il bambino e sposarsi con lei, ma il mancato suocero (Paride Benassai) con maniere abbastanza “convincenti” gli farà cambiare programma. E’ stata una esperienza divertente, propositiva che mi ha permesso di mescolarmi ai loro ambienti, sperimentare i luoghi dove vivono, partecipando anche ai banchetti a cui venivo invitato. E conoscendo il protagonista di questo fatto vero, realizzavo che c’era intorno una leggerezza che colsi e che m’interessava far passare preservando l’immagine di questo ragazzo e anche della sua comunità di appartenenza. Parlare di accoglienza in termini locali, di integrazione sincera che una volta tanto non è tracciata come un patimento”.
“Il monologo che ho portato e che porto in teatro è tratto da “Nel mare ci sono i coccodrilli”, libro scritto da Fabio Geda e in cui si narra del viaggio di un bambino – Enaiatollah Akbar, scappato insieme alla madre dall’Afganistan e poi dalla stessa lasciato a Quetta, in Pakistan con la speranza che lui fuggendo possa avere un futuro migliore di quello che ha alle spalle. Sarà un viaggio tragico, comico e umano, davvero avventuroso, non privo di pericoli ed insidie, ma questo bambino sembra essere accompagnato da un angelo che riesce alla fine a farlo arrivare a Torino, dove una famiglia si prenderà cura di lui. Il libro comprende secondo me una storia universale che ha precedenti nella letteratura anche straniera del passato, come nel Candid di Voltaire e Lazarillo de Tormes. Del resto, da che esiste il mondo, esiste un bambino che è stato abbandonato e che ha dovuto imparare a sopravvivere. Io desideravo essere parte di tutto ciò, nella misura in cui ciò fosse possibile”.

(Foto di Valentina Glorioso)