Type to search

Padre Prisutto non si arrende. “Non riusciranno a sconfiggere la Verità”

Share

Padre Prisutto non si arrende. “Non riusciranno a sconfiggere la Verità”

Ritroviamo Don Palmiro dentro il Santuario dell’Adonai, il più antico santuario siciliano intitolato alla Madonna, chiesetta ricavata in una cavità della roccia, dove l’arcivescovo di Siracusa lo ha relegato dopo averlo destituito dal ruolo di arciprete e parroco della Chiesa Madre di Augusta. “Se mi sento un perseguitato? In un certo senso sì, ma anche fortunato. Questo luogo trasuda spiritualità, qui non c’è inquinamento ed i fedeli vengono alla celebrazione della santa Messa in questa chiesetta più numerosi, forse, che nella Chiesa Madre”

intervista di Antonello Longo
direttore@quotidianocontribuenti.com

Le onde spumose, sferzate dal vento, s’infrangono sulla spiaggia solitaria. Eppure, anche sotto il cielo plumbeo di un giorno di pioggia, il Santuario della Madonna dell’Adonai avvolge subito il visitatore in un’atmosfera magica.
“Sacra, non magica”! Don Palmiro ti accoglie in maglietta, la sua figura è solida, come la tempra che gli fa tenere la fronte alta e la schiena dritta di fronte alle accuse ingiuste, alle angherie, alle intimidazioni.
Siamo in un’oasi fuori dal tempo, vicini a Brucoli, dove don Palmiro è stato parroco per 21 anni, oggi borgo turistico ma, un tempo di pescatori nel Comune di Augusta, nella terra di Sicilia. Qui una grande zona industriale, un concentrato di industrie petrolchimiche che da decenni avvelenano l’aria, il suolo, il mare, ha provocato un numero abnorme di morti per cancro, di nascite di bambini malformati, di gravi patologie dell’apparato respiratorio. Non c’è famiglia che non abbia un lutto, un dramma dentro le mura domestiche.
Ma il polo petrolchimico ha dato lavoro, è l’unica risorsa di questo territorio dalla luce abbagliante, dalla bellezza inconcepibile e tradita, martoriata. E la società è stata chiusa, per tanto tempo, nel silenzio, oppressa dal ricatto occupazionale. Una politica mediocre e asservita ha svenduto al colonialismo industriale le vere vocazioni economiche del territorio ed il futuro della sua gente.
Una voce, prima sola, poi man mano sempre più trascinante, si è levata a richiamare la coscienza civile, a denunciare lo scandalo delle morti per inquinamento, di una strage silenziosa, a sfidare l’arroganza farisaica dei ricchi e dei potenti. La voce di Don Palmiro Prisutto è risuonata tra il popolo dei fedeli e dei non fedeli, ha superato i bastioni del castello di Augusta, ha coinvolto l’informazione locale e nazionale. Ha scosso, insomma, la pubblica opinione e richiamato le autorità ai loro doveri. Ha impedito che qualcuno, vicino o lontano dal polo petrolchimico Siracusa – Augusta – Priolo – Melilli, possa mai più dire “non sapevo”.
Difendere la causa della giustizia in un mondo ingiusto, si sa, procura sempre dei nemici. Se poi lo fai dal pulpito di una chiesa, dai scandalo agli occhi dei benpensanti, dei bacchettoni, dei bigotti. La comunità ecclesiastica, la Chiesa di Francesco, della “Laudato si’”, ha protetto, ha sostenuto il sacerdote, il suo figlio Palmiro, quest’uomo di Dio? Neanche per sogno: la diocesi di Siracusa lo ha isolato, ha dato fiato al mormorare dei beghini, lo ha estromesso dal ruolo di arciprete e parroco della Chiesa Madre di Augusta, lo ha trascinato davanti al tribunale ecclesiastico con accuse pretestuose e inconsistenti e lo ha riportato, con l’intenzione di relegarlo, nel punto da cui il suo apostolato era partito. Proprio dalla sua piccola chiesa terremotata di Brucoli, nel 1996 don Palmiro aveva fatto partire una protesta che “costrinse” sei anni dopo il sisma del 13 dicembre 1990 il Presidente della Repubblica Scalfaro ad una visita istituzionale fuori programma per far partire quella ricostruzione che la burocrazia aveva fino ad allora impedito.
Oggi ritroviamo Don Palmiro dentro il Santuario dell’Adonai, il più antico santuario siciliano intitolato alla Madonna, chiesetta ricavata in una delle cavità delle “Grotte del Greco” abitate sin dalla preistoria, dove nel VIII secolo avanti Cristo si rifugiarono i Greci fondatori di Megara Hyblaea che trasformarono le grotte da case in tombe, formando una necropoli di cui restano le tracce.

– Padre, questo luogo di culto nacque nel III secolo, quando vi si rifugiarono i cristiani di Leontinoi per sfuggire alla persecuzione dei romani. Lei si sente un perseguitato?

“In un certo senso sì – Don Palmiro sta in piedi davanti al piccolo altare della Madonna dell’Adonai, l’antica immagine dipinta sulla roccia, gesticola con energia, scandisce le parole – ma anche fortunato. Questo luogo trasuda spiritualità, qui non c’è inquinamento ed i fedeli vengono alla celebrazione della santa Messa in questa chiesetta più numerosi, forse, che nella Chiesa Madre.
L’Adonai, che fu romitorio per eremiti laici, è rimasto per decenni in abbandono. In diocesi l’unico che ha amato questo luogo sono stato io e qui faccio da manutentore, giardiniere, custode, muratore, fabbro, falegname e… anche il prete”!

– A me sembra che la sua spiritualità, piuttosto che all’ascesi, guardi all’uomo, ai suoi concreti bisogni, alla salvezza, con le anime, anche dei corpi. Quale progetto di vita e di lavoro intende sviluppare in questo Santuario, se dovesse rimanerci a lungo?

“Ne farei un centro di spiritualità. Molta gente cerca il modo di fare un po’ di vita contemplativa. Di solito quando si parla di Santuario si pensa ai miracoli. Ma la guarigione dello spirito è più importante di quella del corpo. Qui sono avvenute tante conversioni, da quella di San Neofito nel terzo secolo a quella di frate Antonino, l’ultimo frate che vi è vissuto. Pensi che gran parte dei frati che sono stati qui venivano dall’ambiente militare che nella consacrazione a Dio hanno trovato quella pace che il mondo non può dare”.

– Già, anche la conversione di San Francesco avvenne dopo il suo ritorno dalla guerra contro i perugini e la dura esperienza della prigionia.

– “In qualche modo, sin dal 1992, qui ho vissuto un’esperienza simile a quella di San Francesco che, con pochi volontari, ricostruì con le sue mani, pietra su pietra, la chiesetta abbandonata di San Damiano nelle campagne di Assisi”.

– Cosa ha pensato quando ha letto la lettera enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco, dove sta scritto che “la violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi”?

“Ad Augusta siamo stati precursori della Laudato si’; abbiamo affermato che la battaglia per la vita non può riguardare soltanto l’aborto, che pure è una pratica deprecabile, ma deve investire la sfera dell’essere umano nella sua interezza, salvaguardarne l’integrità dal concepimento fino all’esito finale.
A livello regionale ho fatto parte di quella commissione che nel 2005 preparò il documento dei vescovi siciliani ‘Salvaguardia del creato e lavoro in Sicilia’, un documento anticipatore della Laudato si’. Nella mia città ho portato avanti, negli anni ‘90, il progetto di “Una città per l’uomo” di Bartolomeo Sorge e padre Pintacuda. Riuscimmo a fare eleggere anche alcuni consiglieri comunali. L’aula consiliare di Augusta oggi è intestata al medico ambientalista Giacinto Franco, che per primo denunciò l’anomalia delle morti per cancro. E fa tristezza, adesso, vedere che in quella stessa aula vengono approvati provvedimenti a favore del polo petrolchimico. La questione ambientale è anche una questione morale e, di sicuro, non si possono gettare via anni di impegno”.

– Come giudica la svolta che vorrebbe imprimere alla vita della Chiesa Papa Francesco, oggetto di una sorda opposizione in alcuni ambienti ecclesiastici, ritenuto da qualcuno, addirittura, l’antipapa?

“La portata storica di certi cambiamenti non si vede subito. In molti, oggi, alla luce dei tanti disastri climatici ed ambientali citano la sua enciclica sulla questione ecologica. Posso solo dire, con il Manzoni, ‘ai posteri l’ardua sentenza’. Una cosa è la dottrina, altra la prassi”.

– Il prossimo 10 dicembre Lei sarà a Roma per ricevere, presso l’Ara Pacis, il prestigioso premio annuale assegnato dal ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale a chi più si è distinto nel tutelare e promuovere i diritti umani. Come potrà la curia arcivescovile giustificare la punizione inflitta ad un sacerdote che una commissione interministeriale composta da altissime personalità ha riconosciuto degno di un simile riconoscimento?

“Per quanti sforzi gli uomini possano fare non riusciranno mai a sconfiggere la Verità. Alla sua domanda rispondo citando due proverbi della Bibbia: il primo è ‘chi semina vento raccoglie tempesta’, l’altro ‘chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà’. Il singolo chicco di grano si sacrifica: muore, ma per moltiplicare la vita”.