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La piovra degli Ayatollah – parte seconda

di Alessandro Scuderi


Narcos e hamas

Con estremo piacere, ed un pizzico di stupore, ho avuto modo di riscontrare il positivo esito di un articolo da me redatto e pubblicato tempo addietro, circa l’organizzazione della struttura criminale  dedita al traffico di stupefacenti, retta dalla formazione terroristica di Hamas, con il contributo di Hezbollah, in collaborazione con i narcos sud americani.

Sia amici, che conoscenti o semplici lettori, hanno mostrato di gradire un approfondimento che in realtà avevo già scritto in seno al primo articolo, che per non tediare più di tanto, avevo evitato di inserire al fine di evitare un appesantimento inopportuno del contesto, già di per se complesso. Con mal celato orgoglio, dunque, focalizzo e puntualizzo alcuni aspetti del potente apparato criminale chiamato in causa.

Come già  illustrato in precedenza, grazie agli investimenti di denaro (ma tanto denaro) dell’Iran degli Ayatollah,la cellula di  Hamas  stringe una scellerata alleanza  con alcuni i cartelli messicani, stabilendo così  una relazione diretta, sfruttando le proprie aderenze con la “filiera afghana”.  Decide, quindi, di produrre in proprio,  commercializzando il prodotto della “sintetizzazione fatta in casa” nel mondo. Possiamo dire che  è così che prende il via il narcotraffico jihadista, che si rivelerà alquanto proficuo.

il marchio di fabbrica dell’holding del terrore jidahista nel campo della droga si chiama Captagon. Ma cos’è il Captagon?Un po’ quello che fu il Pervitin per il III Reich…

Il Captagon è un oppiaceo sintetico che viene usato dai jihadisti in combattimento, o meglio prima del combattimento o degli attentati, perché anestetizza il dolore, non fa sentire i morsi della fame e fa perdere ogni inibizione. Ciò consentirà loro di perpetrare gli orrendi, feroci e sanguinari delitti di cui si macchiano da decenni.

 

Il Captagon è, fondamentalmente una miscela di anfetamina, caffeina e  molteplici altre sostanze che, mischiate insieme in una sorta di cocktail,  provocano forte eccitazione, inducendo il consumatore ad una forte esaltazione. Il risultato sostanziale è l’offuscamento dei sensi e la totale inibizione del dolore e della paura.

 

Dopo la strage della spiaggia di Sousse (Tunisia) nel giugno del 2015, venne effettuato il dovuto esame autoptico sulla salma del terrorista  SeifeddineRezgui; gli esami confermarono  il massiccio uso preventivo del Captagon.  Grandi quantitativi di Captagon sono stati trovati, tra l’altro rinvenuti anche addosso ai combattenti dell’Isis, caduti negli sanguinosi scontri con i guerriglieri Curdi, a Kobane, durante gli scontri per liberare la città siriana.

 

Il costo al dettaglio del Captagon, varia dai cinque ai venti dollari a dose. Così, dal Messico all’Afghanistan, dal Medio Oriente al Nord Africa, il narcoterrorismo estende a dismisura il suo giro di affari, ed esattamente come avviene per il trasferimento dei foreign fighters, l’Italia è paese, di transito. Tale transito, molto spesso è individuato nel porto di Gioia Tauro, fortemente controllato dalla ‘Ndrangheta. Voi direte “che c’entra la ‘Ndrangheta?!”– C’entra eccome, vi garantisco; vedremo più in là come e perché.  Difatti non è un caso, se sempre più spesso, le rotte del traffico di esseri umani si intrecciano e si unificano  con quelle del traffico di droga, vedi le rotte della Tunisia, per la Guinea-Bissau, per il Sahara.

Si consideri con le dovute valutazioni, che già 10 anni orsono, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC)ha stimato che ogni anno arrivano in Europa, attraverso l’Africa occidentale, tra cinquanta e sessanta tonnellate di cocaina, trasportate lungo le rotte transahariane, e tali rotte sono sempre più controllate dalle compagini terroristiche islamiche…

E’ indubbio che i lauti  guadagni hanno in qualche modo salvato la cassa del terrore, attese le sconfitte subite dall’Isis a Raqqa, Mosul, Sirte, eccetera. L’innegabile successo delle battaglie vinte sullo stato islamico,  ha fortemente  indebolito  la fonte più importante  del “Califfato”, ovvero  il contrabbando di petrolio,  garantito dal presidio dei pozzi petroliferi. Ciò ha consentito per anni  agli uomini e donne  di al-Baghdadi di garantirsi profitti milionari.  Gli affari dell’oro nero, badiamo bene, erano condivisi  anche con il  regime di Bashar al-Assad e  con la Turchia di Erdogan.

Non si deve dimenticare che un’altra fonte di sporco profitto è stato il contrabbando dei reperti archeologici saccheggiati nei numerosissimi siti storici di cui sono ricchi l’Iraq e la Siria. La propaganda del Califfato si prodigava a filmare i prodi guerrieri nel ridurre in vile materiale lapidario, secoli, millenni di storia e cultura, badando bene di mettere da parte i manufatti facilmente trasportabili, da rivendere a trafficanti senza coscienza.

Il denaro, si sa, a parte che non puzzare, è un elemento fondamentale per mantenere prospera  un’azienda; e cos’altro è  la rete del terrore jihadista, se non un’azienda? Una lurida azienda, se vogliamo, ma pur sempre azienda è. E come tale è sfrontata e senza scrupoli, e deve garantire introiti e profitti continui e congrui,  per far fronte ai costi della logistica, ossia pagare i miliziani, per l’acquisto di armi, vettovaglie, mezzi, automezzi, munizioni, ma soprattutto per  consolidare le numerose cellule operanti tra Europa e Nord Africa.

Orbene,  le colonne portanti  dell’azienda terroristica islamica radicale, sono adesso la droga e il traffico di esseri umani. Il  giro di affari si attesta in cifre da miliardi di dollari; questo è il motivo per cui tanti, troppi disgraziati, stanno dentro i campi libici, i cui viaggi e trasferimenti sono (anche forzatamente) organizzati ad arte dalle varie componenti terroristiche sub sahariane, come ad esempio “BokoHaram”.

Qui nasce la necessità di al-Baghdadi di entrare in rapporto societario  con le centrali della criminalità organizzata di mezzo mondo. In Italia significa relazionarsi necessariamente con le organizzazione più potenti e attive nel campo della droga: la ‘ndrangheta con le sue ‘ndrine” (Di Giovine nel Togo e Mazzaferro in Marocco) e “Cosa Nostra”con i suoi mandamenti e “famiglie”.  D’altronde, vorrei farvi riflettere su un particolare spesso dimenticato, ma estremamente indicativo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, con le diplomazie azzerate a causa dell’immane conflitto, la macchina da guerra statunitense dovette barattare lo sbarco in Sicilia con i potenti boss locali dell’epoca. Pensate voi che al giorno d’oggi, con Cosa Nostra molto più potente e diffusa di allora,possa “autorizzare” tutti questi sbarchi di disperati, senza il suo benestare ed il suo interesse economico? Lo pensate davvero?

In Sud America le alleanze “giuste” per il traffico di stupefacenti si attivano grazie ai  rapporti instaurati con i potenti cartelli della droga messicani e colombiani. E’ così che le organizzazioni terroristiche del M.O. insediano sul territorio, soprattutto  nello Stato di Chihuahua, nel Messico settentrionale, vicinissimi agli odiati  USA, numerose enclavesislamiche radicali.

Dall’hashish alla cocaina: l’Isis spa spazia in ogni settore del narcotraffico. Cellule operative dell’Islam radicale in Marocco, Algeria e Mauritana si arricchiscono in maniera stabile con la produzione e distribuzione di hashish. Il narcotraffico dei cartelli sudamericani è fonte di sostegno anche di organizzazioni jihadiste, in particolare vicine ad Al Qaeda nel Maghreb islamico.

 

Le indagini ed i rapporti delle agenzie e dei dipartimenti antidroga “a stelle e strisce” avrebbero più volte accertato che cellule jihadiste valicherebbero il confine con il necessario conforto ed ausilio  dei narcotrafficanti sud americani,  esplorando e studiando  gli obiettivi dei loro futuri attacchi sul territorio yankee.

Molte basi operative jidahiste avrebbero trovato rifugio sicuro in una zona conosciuta come “Anapra”(dominata dal cartello di Vicente Carrillo Fuentes) appena ad ovest di Ciudad Juárez (Chihuahua), a non più di 10 km dal confine nord americano. Altre ed ulteriori cellule  islamiste avrebbero sede a Puerto Palomas, una città dello stesso Stato.

Secondo un rapporto giudiziario, nel corso di una vasta operazione congiunta, tra polizia messicana ed Agenti dell’F.B.I. , già nell’aprile del 2015,  è stata scoperta una importantissima documentazione  in arabo e urdu, nonché  mappe dell’importantissima, struttura militare “Fort Bliss” (El Paso Texas), ove ha sede la Prima divisione corazzata statunitense.

Secondo D.E.A. (DrugEnforcement Administration) e F.B.I. (Federal Bureau of Investigation)  numerosi e pericolosissimi “gruppi di terroristi islamici”, avrebbero intenzione di  operare nelle zone di frontiera al fine di pianificare attentati agli Usa con autobombe o altri veicoli trasformati in strumenti esplosivi (fonte Judicial Watch).

La D.E.A. in un rapporto denominato  “Fightingtransnationalorganized crime” indica nel cartello messicano di Sinaloa, in combutta con soci colombiani ,  sarebbe l’organizzazione criminale più coinvolta negli affari con i gruppi terroristici islamici dell’occidente africano, tra cui Hezbollah libanese e Hamas, come già lo fu di Al Qaeda.

Molte altre sono le affinità tra  narcos messicani o colombiani, con  i terroristi islamici. Lo si può riscontrare anche nella “liturgia” dei loro video, in particolare diffusi nella rete  per testimoniare e documentare la loro autorevolezza, incutendo  timore a chiunque  osi sfidarli o porsi a contrasto. Infatti anche i narcos decapitano i loro nemici, in numerosi filmati ( diffusi spesso dal sito  lapolaka.com),  si potranno vedere  lunghi ed agguerriti convogli di auto, zeppi  di narcotrafficanti armati sino ai denti, proprio come i cortei di furgoni neri dell’Isis di alcuni video di propaganda.

I forti legami instaurati tra cartelli sud americani e le formazioni terroristiche islamiste, sorte  in nome del  traffico di droga  (da qui la denominazione di narcoterrorismo), continuano a crescere e non è assolutamente una tendenza nuova, come anzi detto. A sostenerlo e confermarlo non sono certo io, che mi limito a studiare il fenomeno criminale, ma  è la più volte chiamata in causa D.E.A., la muscolosa ed organizzatissima agenzia antidroga americana, in più di un  rapporto. In uno di essi, recante per titolo Fightingtransnationalorganized crime“, gli agenti americani indicano nelcartello messicano di Sinaloa,  il clan criminale, che in joint venture con i “soci colombiani”,  sarebbe l’organizzazione dedita al traffico di stupefacenti  più coinvolta negli affari con i gruppi terroristici islamici dell’occidente africano, tra cui Hezbollah libanese e al-Qaeda.

 

 

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