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Nannini, De Gregori e tutti i dischi in uscita questa settimana

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AGI – Gianna Nannini e Francesco De Gregori rileggono la meravigliosa “Diamante”, il nuovo disco di Guè (ex Pequeno) è forse il migliore della sua produzione recente, ma è troppo pieno di quello stile che sta diventando sempre più anacronistico. Benissimo i nuovi pezzi di Gazzelle e Margherita Vicario, entrambi capaci di tradurre l’angoscia di un’intera generazione; male Danti con Nek e Orietta Berti con Hell Raton, il pezzo dei primi proprio non l’abbiamo capito, il pezzo dei secondi sembra un’operazione simpatia troppo azzardata. Primo ottimo assaggio del disco che vedrà insieme Cor Veleno e Tre Allegri Ragazzi Morti, mentre in zona rap segnaliamo l’ottimo “Dead Poets” di Dj Fastcut.

Gianna Nannini feat. Francesco De Gregori – “Diamante”

Immaginate di andare a cena a casa di Gianna Nannini o Francesco De Gregori, che è una cosa che capita spesso, no? Comunque si mangia bene, si ride e si beve; poi ad una certa Gianna (ci permettiamo la confidenza dato che siamo a casa sua) si siede al pianoforte e rivolgendosi a De Gregori dice: “Ohi, Ciccio – perché se siamo in confidenza noi con lei, figuriamoci lei con De Gregori – com’è che faceva quel pezzo tuo? Quello che poi hai dato ad Adi” (che sarebbe Adelmo Fornaciari, che sarebbe Zucchero; si, perché nel nostro immaginario, chissà poi perché, la Nannini è ancora più in confidenza con Zucchero). “Diamante?” chiede Ciccio (che anche noi ci permettiamo col maestro presi dal buon vino che ha portato alla cena Woody Allen. Si, la nostra fantasia non conosce limiti). “Eh si, Diamante” risponde la Gianna, e attacca sto gran capolavoro. La canta con rispetto, come se non vedesse l’ora; è più De Gregori che la lascia andare un pò, che magari prova a darne una rilettura diversa ma risulta alla fine, paradossalmente, meno incisivo. Comunque alla fine abbiamo fatto un audio e lo abbiamo mandato al Forni, abbiamo deciso di chiamare così Zucchero, allegandoci un cuoricino, che nel nostro immaginario a lui, a sorpresa, fanno molto piacere i cuoricini. E poi ci siamo svegliati e di quel sogno è rimasto solo il pezzo. Almeno quello.

Guè – “Gvesvs”

Leggere un disco di Guè è un po’ più complesso. Potremmo soffermarci alla musica e dire che si, questo “Gvesvs” appare un po’ più brillante di tutta la recente produzione dell’ex Pequeno; sedici brani, tredici featuring, ad occhio portarsi a casa un pezzo dall’inizio alla fine da solo non è proprio una cosa che gli piace. Tra questi alcuni notevoli, uno su tutti probabilmente quello con Geolier, che è un altro giovanissimo fenomeno del quale, tra Sangiovanni, Madame, BLANCO e compagnia bella, troppo poco si è parlato, ma vabbè. L’impressione è che l’essenza di questo disco sta proprio nella personalità di Guè; un amico, un bravissimo musicista tra l’altro, oggi ci ha illuminato sulla questione, spiegandoci che “Guè è il rap”, gli altri fanno altro, navigano a vele spiegate verso il cantautorato, e immaginiamo che il riferimento sia a Salmo e Marracash, entrambi presenti nel disco, o magari hanno delle pretese di matrice pop, e qui la lista sarebbe molto più lunga, ma nel disco intercettiamo Franco126 e Coez. Ma il rap, compresa, anzi soprattutto la sua declinazione culturale, quindi l’immaginario di chi ce la fa e celebra il proprio successo perché se ne è ubriacato, o perché in fondo non ha molto altro in mano, perché non ha gli strumenti per spingersi più in là, in maniera del tutto trash, resta in mano a Guè…ed effettivamente questa roba qui la fa soltanto lui. Noi siamo alquanto pretenziosi in materia di musica, preferiamo nettamente chi prende una cosa che sta quaggiù e la porta più quassù possibile, chi si evolve e matura e cresce, invece di uno che nonostante l’età continua ancora a giocarsela all’interno del recinto che racchiude un immaginario nettamente anacronistico, come se ci tenessimo a tutti i costi a far intendere agli altri di vivere in un gangster movie, mentre invece stiamo a casa in mutande ad intingere Gocciole nel caffellatte guardando Real Time. Il disco è ben congeniato, vale, l’ascolto è piacevole, ma poi finisce lì, non ci sono hit, non ci sono guizzi, non c’è niente di particolarmente illuminante. È Guè che fa le sue cose da Guè per ricordare a tutti che lui è Guè, che ha fatto la storia, il “king” del genere…tutto corretto, se non fosse che quella storia è finita da un pezzo e lui si ritrova ad essere il “king” di un reame ormai deserto.

Gazzelle – “Brutta nuvola” / “Meglio di prima”

A primo ascolto parrebbe che questi due pezzi, che vanno ad arricchire “Ok”, ultimo disco del cantautore romano, che diventa così “Ok un cazzo” (titolo geniale), siano quasi uno sfogo della quale il nostro Flavio Pardini avesse assolutamente bisogno. Si può cadere facilmente nel tranello, perché il suddetto Pardini ha uno stile di scrittura talmente diretto ed efficace che ascolti un pezzo, per esempio i primi versi di questo “Brutta nuvola”, e quasi hai l’impressione che ce l’abbia con te. Ma siccome qui recensiamo musica e non le intenzioni di un artista, ci piace sottolineare più che altro quanto Gazzelle sia cresciuto e la sua musica si faccia sempre più sofisticata e lo scheletro dei suoi testi sempre più solido, senza che mai si vada a snaturare la propria matrice di cantautore romantico, capace come pochi (forse nessuno) a tradurre in musica il disagio di un’intera generazione. “Meglio di prima” infatti è forse uno dei suoi pezzi migliori, un manifesto nostalgico della visione del mondo di Gazzelle, che è sempre così intima, così coinvolgente, così sussurrata, come una confidenza ad un amico. Ti vien voglia di abbracciarlo, ma poi ascolti il brano e ti ricordi che anche tu hai bisogno di un abbraccio, ed è lì che il pezzo ti esplode dentro.

Orietta Berti – “Luna piena”

In tutta onestà queste operazioni simpatia ci divertono, ma basta che non si superi un certo limite, basta che si stia attenti a non svaccare nel vagamente ridicolo. Questa “Luna piena” fa ridere come i video su Tik Tok con le nonne che ballano, a primo impatto ti strappano un sorriso, poi un non mascherabile imbarazzo, poi ti provocano una sorta di pena del tipo “Ma guarda che le tocca fare a ‘sta signora”. Ecco, Oriettona Berti, alla quale vogliamo tutti un gran bene, sparata a palla su sta base urban dance architettata per lei da Hell Raton anche no, dai.

Margherita Vicario – “La meglio gioventù”

Stupefacente la capacità di Margherita Vicario di buttare giù un brano in cui grinta e rabbia si attorcigliano come i fili delle cuffiette, ma soprattutto in cui viene dipinta con una passione e una precisione chirurgica la paura, l’immobilismo forzato, l’ansia, il turbamento, di un’intera generazione alla quale il futuro è stato scippato con impietosa perfidia. Il ritmo asfissiante scelto dal bravissimo Dade per la produzione traduce tutto in musica; se siete nati negli anni ’80 e non sapete come spiegare ai vostri genitori quanto le loro scelte ci abbiano letteralmente mandato in malora la vita, fategli ascoltare questo pezzo, se restano immuni o non hanno un cuore o non sono i vostri veri genitori.

Danti feat. Nek – “Spazio”

Alziamo le braccia, di questo brano non c’abbiamo capito nulla, e si che lo abbiamo ascoltato e riascoltato, ma proprio non comprendiamo quale fosse l’intento, che c’azzeccano le citazioni rimasticate di Mandela con lo spazio. Allora ci siamo documentati e in rete abbiamo trovato questa spiegazione firmata da Danti: “Nel momento in cui noi permettiamo alla nostra luce di splendere, inconsciamente diamo agli altri il permesso di fare lo stesso. Nel momento in cui noi siamo liberi dalla nostra paura, la nostra presenza stessa, automaticamente, libera gli altri”….’nche senzo?? Non sarà invece che il pop vuoto degli anni ‘90/2000 prova a raggiungerci e noi, evidentemente, dobbiamo correre più forte?

PSICOLOGI – “Sui muri”

In assoluto il miglior brano degli PSICOLOGI, non soltanto perché particolarmente ben congeniato, ma anche perché si lascia largo spazio alla narrazione ed è dannatamente onesto; un brano in cui si va oltre il Coez Style, strofa rappata e ritornello cantato, e i due ragazzi restano in qualche modo nudi dinanzi alla propria malinconia. Bravi.

Cor Veleno feat. Tre Allegri Ragazzi Morti – “La gente libera”

Un meraviglioso incontro quello tra i Cor Veleno e i Tre Allegri Ragazzi Morti, che per l’ennesima volta confermano il loro approccio curioso e allo stesso tempo intellettuale nei confronti della musica. Davide Toffolo, artista dall’instancabile istinto all’esplorazione culturale, incrocia la propria visione con quella di una crew che ha fatto la storia dell’hardcore hip hop italiano; e non viene fuori soltanto un bel pezzo, preludio di un album in collaborazione che vorremmo fagocitarci le settimane per averlo subito in mano, ma l’immagine di una visione artistica ben chiara, ben definita, diversa, è chiaro, eppure perfettamente compatibile.

Rovere – “Lupo”

Pop con un’idea dietro decisa, ben definita e anche particolarmente divertente. Una presa di coscienza post teen, una rivisitazione della versione della storia del lupo, utilizzato come la metafora di un’aggressività inconscia e, ahinoi, piuttosto comune. Il tutto viene arricchito dalla collaborazione, sia in fase di scrittura che di produzione, con Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari. Il brano fila che è una bellezza e lo stile pulito ed efficace dei Rovere viene fuori alla perfezione.

Briga – “Lunga vita”

Briga torna al rap e lo fa con brani che suonano veramente autentici. Ok, nonostante ospiti illustri, da Emis Killa a Gemitaiz, da Anna Tatangelo a Random (si, c’è chi considererebbe illustri anche loro), non abbiamo percepito la presenza di particolari hit, non ci sono nemmeno guizzi fulminanti, sperimentazioni azzardate, brani che ci aspettiamo facciano capolino in classifica, ma è tutto dannatamente onesto e in una scena di irritanti spacconi questo diventa un pregio di inestimabile valore.

AVINCOLA – “Fon”

Un Avincola più intimo, meno guascone, ma altrettanto efficace; anzi, proprio non vedevamo l’ora ci confezionasse un brano del genere, un brano in cui potesse venire fuori il suo mestiere oltre alla sua simpatia. Anche questo suo nuovo brano gioca su immagini semplici e familiari, le stesse che circondano la nostra vita, ma che piazzate dentro una canzone di Avincola cominciano a brillare di poesia. Ottimo.

Dj Fastcut – “Dead Poets 3”

Un interessantissimo viaggio nel rap che fu, quello della vecchia scuola, quello considerato ancora oggi a ben ragione il più puro. Poeti estinti, appunto, non morti, attenzione, estinti, come una di quelle ere delle quali sentiamo una dannata nostalgia. Non che dal punto di vista musicale il rap non stia crescendo in salute, ma dobbiamo ricordarci che si tratta di una disciplina, di una cultura sotterranea con una ragion d’essere precisa. “Dead Poets 3” è una rimpatriata all’insegna dei suoni che hanno fatto scuola nel genere, beat carichi di scratch e parole, contenuti e sensazioni; non c’è un solo brano sbagliato, per gusti personali vengono fuori “Parla piano”, “Maledetti” e “Smackdown” ma è un disco che va considerato nella sua interezza, nella folle idea di un artista, Dj Fastcut, che fa qualcosa di nuovo rievocando qualcosa di vecchio e facendoci intendere che il nuovo passerà e il vecchio è immortale. Ed ha ragione.

 

Daniele De Gregori – “Prima gli italiani” / “Charlie Chaplin”

Una canzone diventa politica nel momento in cui lancia un messaggio sociale incontrovertibilmente chiaro, e per sociale non intendiamo per forza comunitario, ma anche intimo. Daniele De Gregori, che non è parente di Francesco, con questi ultimi due brani fa entrambe le cose. In “Prima gli italiani” si interroga sulla nostra identità nazionale, in “Charlie Chaplin” su quella personale, mettendosi nei panni di chi si ritrova a pensare di essere diventato un po’ il sosia di quello che credeva di essere e di voler diventare. Una sensazione abbastanza comune, se ci pensate, il tutto probabilmente derivante dal nostro guardarci allo specchio, come uomini e come popolo, senza capirci assolutamente niente. Bravissimo.

Source: agi


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