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L’uomo e l’eroe Dalla Chiesa il Generale in una fiction Rai

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«Diceva di aver vissuto tutta la vita in guerra, ma in realtà era un uomo di pace. Un uomo di pace in divisa». Così ieri il romano Sergio Castellitto, 69 anni, ha ricordato il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che l’attore interpreta in Il Nostro Generale, fiction Rai in quattro serate in onda dal 9 gennaio su Rai1, e presentata ieri in anteprima al Torino Film Festival. Girata da Lucio Pellegrini e Andrea Jublin, realizzata con la collaborazione del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri e coprodotta da Rai Fiction e Stand By Me, la serie racconta la storia del Nucleo speciale antiterrorismo creato dal Generale Dalla Chiesa nella Torino degli Anni ’70, per combattere l’ascesa delle Brigate Rosse. «Uomini così non li fanno più ha detto Castellitto dalla Chiesa ha attraversato la guerra, la resistenza, il terrorismo. Ed è caduto combattendo la guerra alla mafia. È stato ucciso nel 1982, quando ero un giovane studente dell’accademia.
Ma quella ferita è ancora aperta. Soprattutto per i suoi figli». E cioè Nando, Simona e Rita, diventata nel frattempo conduttrice tv, che ha collaborato con gli autori alla ricostruzione fedele della parte privata della vita del Generale: il rapporto con la prima moglie Dora Fabbo, stroncata da un infarto, le discussioni con Nando («Perché voi giovani ci odiate tanto?»), la tenerezza con cui giocava con la nipotina. «Troppo spesso ci dimentichiamo dei danni subiti nell’intimità dai figli di Dalla Chiesa, che sono diventati orfani. In questa epoca di cinismo e di ironia, un’epoca che posso definire di merda, le parole del Generale possono suonare banali. Diceva: Fai le cose bene per continuare a guardare negli occhi i tuoi figli. Non sono banali, sono parole d’acciaio».
L’INIZIO
La fiction si apre nel 1973, quando Dalla Chiesa viene trasferito da Palermo a Torino, dove le Brigate Rosse stanno facendo proseliti, e termina con l’uccisione del Generale insieme alla seconda moglie Emanuela Setti Carraro, nell’agguato mafioso del 3 settembre 1982. In mezzo c’è il racconto della sua squadra, composta da giovanissimi altamente specializzati (la voce narrante è quella di Nicola, interpretato dal napoletano 34enne Antonio Folletto), e la storia del paese, narrata anche attraverso l’uso di immagini di repertorio e un’accurata ricostruzione storica (la serie è girata nella Caserma dei Carabinieri Pietro Micca di Torino, dove lavorò Dalla Chiesa).
«Tutto quello che vedete è accaduto. La sua era una famiglia che viveva in un fine pena mai, sorvegliata a vista: la figlia si è dovuta sposare in caserma, il funerale della moglie si è celebrato in un hangar. Ma lui resisteva, e a tutti diceva: i terroristi si comportano come soldati, e come tali li combattiamo».
IL RACCONTO
Nella fiction trova spazio anche il racconto di qualche ombra, come il coinvolgimento del Generale tra gli iscritti all’organizzazione massonica P2: «La famiglia non ci ha negato la possibilità di raccontarlo. La seduzione melmosa della P2 arriva nel momento in cui Dalla Chiesa è solo e isolato, demansionato, spostato in un ufficio piccolo, con nemici anche nell’Arma».
Conferma Pellegrini, «volevamo raccontare l’uomo, con i suoi chiaroscuri. Ma soprattutto ci interessava raccontare il Generale perché la sua è una grande storia italiana che non era mai stata raccontata. Eppure è alla base di ciò che è il nostro paese oggi».

Fonte: Il Messaggero