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L’UCCELLINO UBRIACO

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Quindici anni di Twitter fra gloria, crisi e nuovi mostri. Il metodo Musk e la chat infinita in cui siamo immersi
Michele Masneri

Se Roosevelt era la radio e Kennedy la tv, Obama è stato decisamente Twitter. Poi gli italiani, Renzi: “Arrivo, arrivo”, twittava nel 2014 Il record di Calenda e i molti politici che dimenticando di “sw i t c h ar e ” account si lodano da soli: “Condivido le sue parole”, si scrive da sé Sangiuliano Il cardinal Ravasi: “Lo stile tipico di Gesù è il logion, che significa ‘piccola frase’. Il tweet, se ben fatto, è lo sforzo di creare il logion moderno” Quasi mai ha guadagnato, Twitter, e vedremo se ce la farà Musk. Intanto il social ha quasi mandato al cimitero le agenzie di stampa
Chiuderà? Non chiuderà? Rinchiuderanno invece il suo nuovo padrone, Elon Musk? La storia di Twitter dalla fondazione nel 2007 fino al sabba di questi ultimi giorni con il padrone di Tesla che se ne inventa una al giorno, asserragliato nel quartier generale di San Francisco, è una storia anche di mutamenti politici, culturali, del gusto e del costume. Che non potevano non avere una loro declinazione specifica nel paese in cui il chiacchiericcio già era assurto a forma d’arte. Comprimerlo in 140 (poi 280) caratteri ha generato infatti interessantissime declinazioni nazionali e regionali.
Ogni epoca ha il suo mezzo di comunicazione. Se Roosevelt era la radio e Kennedy era la tv, Obama è stato decisamente Twitter, il social che è apparso in concomitanza col primo mandato obamiano e poi si è patologizzato nella successiva fase trumpiana. Ma subito arrivarono i suoi imitatori italiani, in primis Renzi. “Arrivo, arrivo”, fu appunto il tweet del 2014 in cui l’ex sindaco di Firenze annunciò di aver accettato l’incarico da Napolitano per formare il suo primo governo. Ecco l’età dell’innocenza renziana, il carretto passava coi gelati, le foto del portavoce Filippo Sensi, le foto postate con gli incidenti internazionali (Obama ripreso a fumare sul balcone). Renzi che nei momenti di massima concentrazione consegna l’iphone ai suoi, massimo segnale di distacco. Renzi è del resto uno dei primi a usare i social in Italia; su Facebook ci sono dei post archeologici in cui nel 2010 usa la terza persona: Matteo Renzi “fa i complimenti a Enrico Rossi e pensa che la Toscana possa davvero andare avanti tutta!”. E’ ancora l’uso protocollare dei social, ci si deve ancora familiarizzare col mezzo (l’iphone del resto è nato anche lui solo nel 2007).
Poi arrivò Whatsapp, e tutti entrammo in una grande e unica chat (anche parlare di “chat” seriamente e riferendoci senza ridere alla politica è abbastanza una novità di questi anni). Se l’unica chat precedente era Microsoft Messenger, utilizzata per impudiche chiacchierate di sesso dopo le varie Mirc, col renzismo chat privata e chat pubblica si confonderanno per sempre. Tutto cominciò con quella celebre che sempre Sensi intratteneva coi giornalisti. Vituperata, ma che fece scuola; poi venne quella di Casalino; essere o no ammessi nella chat di governo era come essere ammessi alla messa giusta ai tempi di Andreotti e Forlani (ma in una distopia o ucronia, immaginiamo come avrebbe potuto essere una chat tra ministri tendenza “fermezza” oppure dei brigatisti durante il tragico rapimento Moro.
E però oggi non fa notizia che “Giorgia” come atto di protesta esca dal gruppo parlamentare di Fratelli d’italia. Gruppo inteso come telefonico. La chat è anche una forma d’arte: ecco il gruppone già leggendario, “Rinascimento e dissoluzione” apparso sui telefoni di centinaia di persone, ignari intellettuali, opera e performance di Vittorio Sgarbi e Morgan, con il più grande leak di numeri di telefono e “agende” del nuovo decennio.
La chat globale in cui siamo immersi, la conversazione infinita da cui non possiamo né vogliamo uscire ha una caratteristica precipua, perfetta per i tempi di crisi: è gratuita (finora). Così Twitter è stato decisivo per alcune trasmissioni televisive come “Propaganda Live”, che ne fa una speciale classifica, ma in generale il social conversazionale è una risorsa fondamentale per la tv, un rvm gratis negli anni in cui il collegamento televisivo da bene di lusso è diventato low cost e ci siamo ormai abituati a vedere nuche e colli e pappagorge prese dal sotto in su, con collegamenti scrausi, luci sbagliate, inquietanti sfondi, di politici e commentatori dall’immagine sfavillante costruita in decenni e distrutta in poche ore, tramite la loro webcam comprata su Amazon tra un tweet e l’altro: ecco le immaginette di credenze dietro le spalle, Beppe Severgnini a Crema col video che sfarfalla, Meloni col presepe nazional popolare, Scanzi “caregiver” dalla camera d’hotel di Merano, eccetera.
Caldo o freddo che sia, il mezzo Twitter ha un suo specifico. In Italia ha avuto un successo clamoroso e non poteva essere altrimenti in un paese verbosissimo e litigioso, che preferisce l’idea all’azione. Per qualche misteriosa ragione in molti lo scrivono “twit” o “twitt” come del resto Eataly (da molti chiamata “It-italy”). A proposito di azione, un grande twittatore è Carlo Calenda, amante della classicità e della parola, che ha preso sul serio il concetto dell’“uno vale uno”, e dunque va a stanare casa per casa oppositori e contestatori, versione online del Salvini che va a citofonare analogicamente.
Dotato di coraggio fisico, Calenda contravviene alla prima regola della sopravvivenza di Twitter: che essendo un’assemblea di condominio, una chat di classe globale, l’unico modo di sopravvivervi è fingerti morto. Se decidi veramente di rispondere, di interagire, sei finito. Nessuno capisce le battute, tutti si sentiranno offesi, nessuno risponderà a tono e ti sentirai depresso come dopo una cena di Natale con un milione di parenti.
Per lui no. Calenda è infatti il politico italiano che utilizza Twitter con maggiore frequenza, con 4.145 tweet condivisi in un anno mentre Salvini è solo secondo con tremila tweet. Però Salvini va più forte sui social di immagine, dunque Tiktok e Instagram dove si butta nelle dirette notturne, lunghe maratone con dediche e saluti e scorpacciate. Calenda però non cade nell’errore comune a molti politici che forse dimenticando di “switchare” account si incensano e si lodano da soli; ecco il ministro dei Beni culturali Gennaro Sangiuliano che scrive a sé stesso encomiandosi. Prima twitta un articolo del Corriere di Bologna che riporta una sua dichiarazione riguardante la necessità di proteggere come un patrimonio culturale Villa Verdi, poi, subito sotto il primo tweet, risponde a se stesso dicendo “condivido le sue parole”. Cioè quelle di sé medesimo. Il tutto è immortalato e rituittato da “Crazy Ass Moments in Italian Politics”, account gestito da un trentenne appassionato che ispirato all’americano “Crazy Ass Moments in American Politics” posta appunto momenti topici della politica di oggi e di ieri con effetto straniante perché le didascalie sono in inglese.
Anche il Twitter americano dà grandi soddisfazioni, e in un certo senso il twittatore-incapo, Elon Musk, sembra ormai italianizzato in una versione cialtrona e di cazzeggio, da politico di lungo corso. L’unica certezza finora della nuova gestione muskiana è che gli account verificati saranno a pagamento; ieri l’immaginifico Musk ha annunciato che potrebbero essere di tre colori: oro per le aziende, grigio per le istituzioni, blu per le persone fisiche. Ma già prima,
prendendo Twitter come un Rousseau, Musk ha fatto le sue ricerche di mercato “live”. Prima ha cercato di imporre la spunta blu a venti dollari. Poi è sceso a otto dopo un battibecco non con uno qualsiasi ma con Alexandria Ocasio-cortez e con Stephen King (ha anche fatto un sondaggio, volete o no riammettere Trump? Il popolo ha detto sì, ma ora Trump fa il prezioso. Dalla settimana prossima poi verranno riammessi anche gli altri utenti “cancellati” in una grande amnistia social).
Ma tornando alla deputata del Bronx di sinistra-sinistra, ella gli ha risposto: “Che ridere se un miliardario tenta di convincerti a pagare 8 dollari al mese in nome della libertà di parola”. Musk ha replicato: “Grazie per il tuo feedback, ma adesso paga gli 8 dollari”. Poi sono andati avanti. Lei: “il business plan di una acquisizione pagata troppo (44 miliardi) è di chiedere poi agli utenti 8 dollari. Ricordatevelo la prossima volta che metterete in dubbio le vostre capacità”. Musk replica di nuovo con la foto di una maglietta elettorale di Aoc, costo 58 dollari. Ancora: lei mette un video in cui denuncia che il suo Twitter sarebbe stato oscurato, ovviamente c’è dietro Musk. Con lo scrittore invece c’è stato il negoziato per scendere da 20 a 8 dollari. Ma nel frattempo un sacco di utenti burloni hanno investito la modica somma fingendosi aziende e istituzioni.
Come nel caso di Eli Lilly, una delle più antiche case farmaceutiche d’america fondata dal glorioso colonnello Eli Lilly che a Indianapolis inventò la moderna farmacia nel 1876 dopo essersi comportato gloriosamente nella guerra civile americana. L’azienda non si è ancora ripresa e forse mai si riprenderà dopo che un falso account blu col suo nome ha annunciato “finalmente venderemo l’insulina gratis”, essendo l’insulina il suo principale business. Il titolo è crollato e non si è più rialzato bruciando miliardi di dollari.
E pazienza se l’azienda non comprerà più pubblicità, insieme a una serie di colossi che disapprovano il nuovo corso muskiano. Secondo Stephen King l’unica che rimarrà a supportare l’uccello azzurrone è “Mypillow”, azienda di cuscini e materassi, per dire che non rimarrà nessuno. Alla fine di tutto uno si chiede perché mai King passi le sue giornate su Twitter, come un Calenda qualsiasi e come noi tutti. In questo c’è il grande messaggio di speranza del social. Siamo tutti dei disperati che almeno un’ora al giorno decidiamo di metterci a fare i battutari in un social dove verremo immediatamente – alla meglio – fraintesi e derisi.
Nell’ora nera di Twitter, in cui tutti i tuittatori sono uguali, Twitter non risparmia nemmeno i religiosi. Il cardinal Ravasi posta regolarmente testi di canzoni italiane. Ma in una recente intervista a Repubblica il porporato ha meglio precisato il suo pensiero. “Si può dire che Cristo usava il tweet. Gli studiosi di esegesi parlano di un suo stile tipico, il
logion, una parola greca che significa ‘piccola frase’: ‘Rendete a Cesare quel che è di Cesare, rendete a Dio quel che è di Dio’. Il tweet, se ben fatto, è lo sforzo di creare il logion moderno. L’uomo d’oggi un’omelia intera, anche del Papa, non la legge, niente da fare”. E a proposito del recente incontro di Musk col Papa, Ravasi ha detto che “gli ha regalato una miniatura di un’astronave Spacex, e il Papa l’ha data a me: devo averla su di sopra”.
E parlando di canzoni, c’è grande preoccupazione a Sanremo, inteso come luogo non fisico ma spirituale, lo spazio della canzonetta italiana, per la possibile chiusura del social. Sanremo è il momento in cui si scatena il chiacchiericcio e Twitter è il suo luogo dedicato. Come Netflix ha illuminato la provincia italiana (l’emilia di Wanna Marchi e la Roma di “Gomorra” e la Romagna di “Sotto il sole di Riccione”), un altro prodotto della Silicon Valley ha rinfrescato e rinvigorito – eterogenesi dei fini – un altro pezzo di identità italiana. Chi l’avrebbe mai detto, da San Francisco a Sanremo, Twitter ha trasformato il più anziano rito italiano in qualcosa di divertente e trendy. Prima di Twitter, Sanremo era qualcosa di impresentabile e impolverato. Twitter l’ha memizzato e reso nuovamente divertente – e il meme, cioè la vignetta digitale che immortala qualcosa di serio rovesciandone il significato, è parte del successo di Twitter. Da poco si è tenuta a Torino “Memissima” (vabbè), festival del settore che attribuisce un “meme award”, e che quest’anno è andato a Luigi Di Maio per le foto di lui volante sulle folle pizzaiole a Napoli e non solo.
E pensare che all’inizio si doveva chiamare “twttr”. Il primo tweet in assoluto fu “Just setting up my twttr”, il 21 marzo 2006, prima che l’azienda fosse ufficialmente regolarizzata, da parte del fondatore, lo studente della New York University Jack Dorsey. Erano 140 caratteri, si viveva ancora nell’epoca degli sms, non c’era l’iphone e quello era il “taglio” della frase elettronica, la misura, l’endecasillabo della comunicazione non analogica (un’epoca senza le chat di famiglia e di classe, pensate, eravamo felici e non lo sapevamo). Secondo alcuni Twitter non è nemmeno un social, è un “microblogging service”. Dorsey viene scacciato, poi ritorna, come in tutte le saghe siliconvalliche. Nel 2013 l’azienda sbarca in Borsa alzando 1,8 miliardi di dollari (mica male arrivare a 44, in meno di dieci anni).
Nel 2015 lancia “Moments”, che permetteva agli utenti di raggruppare tweet tematici tipo raccolta di foto – in generale Twitter cercherà di imitare funzioni di altri social più redditizi, come “Explore”, nuovo nome dato ai “moments”, sempre per collezionare tweet, e poi “Fleets”, tweet destinati a scomparire in 24 ore, per inseguire le “stories” di Instagram che a sua volta aveva copiato da Snapchat, come se avesse senso fare dei tweet pubblici che poi svaniscono (mentre milioni di screenshottatori avranno già fotografato e archiviato tutto). Ma il medium è il messaggio, Twitter forse è e rimarrà sempre il cazzeggio giornalistico-politico; così “Spaces” introdotto l’anno scorso consente di creare piccole chat che discutono tra loro. Altre verbosità, ma audio. Nel 2016 il criterio cronologico venne spazzato via; non appaiono più i messaggi in ordine di tempo ma dipende da quali sono più popolari, o da quelli che sono popolari tra i propri contatti. Ognuno comincia a vivere solo nella sua bolla. Nel 2017 i 140 caratteri sono diventati 280, momento fondamentale, momento che divide in due critici ed entusiasti. Come se dal cinema muto si passasse al sonoro. “Si snatura Twitter”. “Vogliamo mettere il bello delle elisioni, dei troncamenti, dei sinonimi”, hanno detto i nostalgici.
Quasi mai poi ha guadagnato, Twitter, e vedremo se ce la farà Musk. Intanto ha quasi mandato al cimitero le agenzie di stampa. Se una volta era fondamentale il momento “leggiamo un’agenzia appena arrivata”, c’è da scommettere che i più giovani non capiscano davvero cosa sarà mai questa agenzia. Sequestro Moro, uccisione di Lady Diana, vari sovvertimenti storici, tutti momenti in cui “l’agenzia” irrompeva nelle nostre vite in diretta. E’ un tweet certificato, praticamente, con degli uffici che producono tweet a pagamento. Insomma, Musk forse dovrebbe andare all’ansa o alla Adnkronos invece che scervellarsi tanto sui modelli di business. O alla leggendaria Stefani, che informava durante il fascismo insieme alle “veline” – interessante neologismo e antonomasia, poi passato alle vallette di “Striscia la notizia”. A proposito di agenzie, l’agi l’anno scorso ha fatto una ricerca per vedere come si comportano i politici su Twitter: l’hashtag più usato da Meloni nel 2021 è stato giustamente #fratelliditalia, mentre quello di Enrico Letta #agorademocratica (poi dice perché uno perde). Quello di Renzi era #controcorrente e quello di Giuseppe Conte, misteriosamente, #Napoli.
Intanto cambiano le mode e gli usi. Negli ultimi tempi spopolano i “thread”, cioè pistolotti in cui l’argine dei 140 poi 280 caratteri è stato aggirato da utenti logorroici che ci tengono a far sapere il loro punto di vista su argomenti i più disparati. Vanno molto forte anche i lutti (in generale i social si addicono al lutto, ma la commemorazione del morto performativa con selfie è un format più instagrammatico, mentre su Twitter si cerca piuttosto la condivisione, prevale la pietas; si annunciano morti di congiunti, malattie proprie, oppure al contrario diagnosi risolutive, tragedie familiari in corso o in via di risoluzione). C’è invece chi cerca e ottiene più leggerezza, mettendo nudità proprie e altrui, approfittando della liberalità di Twitter, meno bigotto di altri social; anche solo come assaggio, dirottando poi magari su Onlyfans. Lì si chiacchiera meno e si conclude di più (e infatti si paga, senza tante questioni di spunte blu o d’altri colori).

Fonte: Il Foglio