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L’infinita guerra civile libica 

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A Tripoli è in carica il governo di Abdul Hamid Dbeibah, originariamente nominato e riconosciuto per gestire la fase di transizione destinata a realizzare democratiche elezioni, mentre dall’altra parte, a Tobruk, c’è Fathi Bashagha, ex ministro degli Interni, nominato lo scorso 10 febbraio in risposta all’ulteriore rinvio delle elezioni

di Augusto Lucchese

 

La tragedia che dal 2011 il popolo libico sta vivendo sulla propria pelle, ci insegna molte cose e, in particolare, ci riporta al periodo storico che dal 1911 (guerra italo turca) va sino al fatidico 1931, anno in cui la feroce repressione italiana messa in atto da Badoglio – governatore della Libia – e da Graziani – comandante esecutivo delle forze in campo – portò all’impiccagione di Omar al Mukhtar, capo dei rivoltosi, e alla dura prigionia di centinaia di libici di un certo lignaggio estradati nelle prigioni peninsulari italiane.

Ci fa ricordare, ancora, i campi di battaglia della seconda guerra mondiale nel corso della quale, fra le terre assolate e desertiche della Cirenaica, della Sirte e della Tripolitania, si svolse il titanico alterno scontro fra gli eserciti dell’Asse e le agguerrite divisioni inglesi della 8° Armata, culminato con la coraggiosa e disperata resistenza italiana di El Alamein (ottobre/novembre 1942) e con la dispari lotta sostenuta in Tunisia, sino al maggio del 1943, dalla 1° Armata italiana agli ordini del valoroso Generale  Giovanni Messe.

A questo punto, a volo d’aquila, un po’ di riassuntiva storia libica non guasta.

Già nel 146 a.C., dopo che “Carthago deleta est”, l’odierna Tripolitania divenne terra di conquista dei Romani che circa 50 anni dopo (96  a.C.)  si insediarono anche un Cirenaica. Leptis Magna, fiorente città dell’epoca, divenne il centro più prestigioso della Colonia libica e diede i natali alla dinastia dei Severi che regnò sull’Impero Romano dal 193 al 235 d.C.

Dopo la 2° Crociata, la fascia costiera tunisina e  libica fra Capo Bon e Tripoli appartenne, dal 1135  al 1163, ai Normanni di Ruggero.

Per diversi secoli, poi, il territorio libico fu sotto il dominio della dinastia Hafsidi di Tunisi, finché talune città si proclamarono autonome.  In parecchie di esse  si insediarono i famosi pirati “barbareschi”, sino a quando, nel 1510, gli spagnoli di Sicilia li debellarono e Tripoli passò sotto il controllo dei Cavalieri di San Giovanni di Malta.

Furono i turchi Ottomani, infine, a occupare la Cirenaica (1517) e la Tripolitania (1521-1551).

Tra il 1711 e il 1835 un nuovo regno autonomo fu creato in Libia sotto la dinastia Karamanli che, pur se sottomessa al Sultano di Istanbul, agiva in piena autonomia e si era arricchita dedicandosi al commercio degli schiavi e alla guerra da corsa.

Tale stato di cose indusse gli Stati Uniti d’America a promuovere la “prima guerra barbaresca” (1801-1805), occupando Derna. Il successivo intervento degli Stati europei spinse il Sultano a ripristinare il pieno dominio ottomano (1835) sulle zone costiere della Libia sin quando,  nel 1843, Muhammad b. Alì al Sanusi, capo della importante congrega per l’appunto chiamata “Senussia”,  subentrò nel possesso  e nel controllo della Cirenaica e della Tripolitania.

Nel 1911 l’Italia (Governo Giolitti) entrò in guerra con l’Impero Ottomano e la pace di Losanna del 1912 sancì l’occupazione della Tripolitania e della Cirenaica, dal confine tunisino sino a quello egiziano, oltre alle zone interne, verso sud, di Cufra e del Fezzan, limitrofe al Ciad francese.

Dovette giungere, però, il 1930 e il 1931 prima che i nuovi  occupanti riuscissero a vincere l’agguerrita  resistenza organizzata dai Senussi di Omar al Mukhtar che, come detto,  finì con l’essere impiccato per ordine di Graziani e di Badoglio.

Nel 1934, istituito il Governatorato Generale della Libia, ne fu primo Governatore Italo Balbo.

Nel 1937 furono create quattro province equiparate a quelle peninsulari: Tripoli, Misurata, Derna e Bengasi, oltre al Territorio distaccato del Fezzan, con città principale Hun. Nel gennaio 1943, dopo circa tre anni di cruente lotte, la Libia fu interamente occupata dagli Alleati.

A seguito del Trattato di pace del 1947,  fu ripristinata la Monarchia libica, con Re Idris al-Sanusi che regnò sino al settembre del 1969, quando la rivoluzione capeggiata da Mu’ammar Gheddafi proclamò la “Repubblica araba di Libia”, frattanto divenuta ricca a seguito della scoperta di vasti giacimenti di petrolio e di gas.

L’Italia, per inciso, era riuscita sì e no, in oltre 30 anni di occupazione, a rintracciare appena qualche pozzo d’acqua, più o meno artesiano, per le occorrenze idriche dei centri abitati e per i coloni frattanto insediatisi nel vasto territorio.

Seguirono le drastiche nazionalizzazioni delle aziende estere, sorte dopo la scoperta degli importanti giacimenti di idrocarburi, gli italiani furono espulsi e i loro beni confiscati. Furono smantellate, parimenti, le basi militari statunitensi e britanniche.

La politica di sviluppo della Libia, perseguita da Gheddafi sfruttando il ricavato della ricchezza petrolifera, ebbe a permettere la realizzazione, a parte i miglioramenti infrastrutturali e viari,  del famoso “fiume artificiale”, una grandiosa opera idrica che sfruttando le risorse di laghi e fiumi sotterranei,  portò l’acqua potabile a Bengasi (1991),  a Tripoli nel 1996  e poi, nel 2000, in quasi tutto l’entroterra.

Tra il 1971 e il 1977 Gheddafi aderì al tentativo di Nasser di fondare la “Federazione delle Repubbliche Arabe”, assieme all’ Egitto e alla Siria.

Nel marzo 1977 Gheddafi  proclama la “Giamahiria” (“Repubblica delle masse”) e, a fronte della sua indiscussa popolarità acquisita, rinuncia (1979) a ogni carica politica ufficiale, rimanendo tuttavia indiscusso leader e guida del Paese.

Ogni organizzazione o movimento politico, specie quelli legati all’ambiente monarchico, vennero debellati senza pietà, anche ricorrendo ad efferati assassini ed a spietate incarcerazioni.

Nel 1973 la Libia si avventurò in un conflitto armato, “di frontiera”, con il Ciad francese (risoltosi poi nel 1994) per il possesso della “Striscia di Aozou”, un territorio di circa 114/mila km², ricco di risorse minerarie, fra cui l’uranio.

La Libia di Gheddafi, in quel periodo, ebbe a favorire taluni gruppi terroristici quali l’IRA irlandese e “Settembre Nero” palestinese. In tale quadro di tensione, principalmente a fronte dell’attentato di Berlino del 1986, ad essa attribuito, Tripoli venne bombardata dalla aviazione USA (operazione “el Dorado”) cui la Libia rispose con il mal riuscito lancio di un missile su Lampedusa.

Nel 1988, dopo l’attentato di Lockerbie (volo “Pan Am 103”), in cui perirono 270 uomini fra passeggeri ed equipaggio,  l’ONU si fece promotrice,  al fine di ottenere la consegna dei responsabili (poi avvenuta nell’aprile 1999), di un drastico “embargo” contro la Libia, chiedendo anche un forte risarcimento per le  famiglie delle vittime.

Nel 1990 a seguito della posizione assunta contro Saddam nella Guerra del Golfo, della mediazione svolta nel corso del conflitto tra Etiopia ed Eritrea, della presa di posizione contro Al-Qa’ida, si registrò un certo ammorbidimento dei rapporti fra Libia e Paesi occidentali.

Nel 2008, peraltro, fu stipulato il “Trattato di Bengasi” fra il Governo italiano di Berlusconi e la Libia di Gheddafi, frattanto inseritasi, con consistenti partecipazioni finanziarie, nel mondo industriale e commerciale mondiale.

Fra un avvenimento e l’altro si giunse al febbraio del 2011, quando lo scontro armato con gli insorti del costituito “Consiglio Nazionale Libico” segna l’inizio della fine del regime di Gheddafi.

Il 19 marzo 2011, le Nazioni Unite decidono di attivare una azione militare e viene istituita una zona di “interdizione al volo” che in effetti si traduce in un sostanziale appoggio agli insorti.

Il 20 ottobre 2011 Gheddafi è ucciso a Sirte, sua città natale, e ciò determina, di fatto, la fine del suo regime.

Dopo la misteriosa e tragica fine di Gheddafi, la Libia divenne un autentico campo di battaglia fra le diverse componenti delle milizie tribali rispettivamente armate dai vari gruppi ribelli.

I più o meno legalizzati governi poi succedutisi nel tempo, tentarono invano di instaurare l’autorità centrale ma sostanzialmente, date le palesi e insanabili divergenze fra i vari gruppi contrapposti, non riuscirono mai a raggiungere tale scopo.

Nel maggio 2014 la situazione s’aggravò ulteriormente a seguito della sedizione del generale Khalifa Belgasim Haftar che fece occupare il palazzo del Parlamento di Tripoli, ove si verificarono violenti scontri. Il 30 luglio 2014, a seguito del fatto che tale azione non era riuscita a prevalere, un consistente gruppo armato occupò Bengasi e proclamò l’ “emirato islamico”.

In atto, dopo gli incontri di Ginevra e sotto l’egida dell’ONU, il nuovo governo ad interim – guidato da Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh – ottenuta la fiducia dal Parlamento Libico, ha prestato giuramento il 10 marzo 2021 e si è formalmente insediato a Tripoli sostituendo entrambi i governi rivali precedenti. Dbeibah, che ha preso il posto di Fayez Al-Sarraj, è un uomo d’affari legato alla Turchia ma sembra essere gradito anche a Mosca.

La situazione tuttavia non sembra essere consolidata: il Parlamento di Tobruk, di recente, ha eletto Fathi Bashagha come capo di una sorta di governo ombra e, quindi, la Libia ha di nuovo due premier, come ai tempi di Al-Sarraj.

L’Alto Consiglio di Stato libico ha sostenuto la decisione del Parlamento di Tobruk nello scegliere Fathi Bashagha come capo di un fantomatico “governo libico decentrato”, una sorta di contrappeso politico nei confronti di Tripoli.

Il generale Khalifa Haftar, indiscusso capo militare, ha accolto con favore la decisione di nominare Fathi Bashagha nuovo primo ministro, anche perché lo stesso è un forte esponente della comunità di Misurata, la bellicosa “Sparta di Libia”.

Gli sviluppi recenti rischiano di aggravare ulteriormente la situazione, già complicata di suo, a seguito del primo rinvio delle elezioni, decisione presa il 24 dicembre scorso.

Khaled al-Bibas, ex funzionario del ministero dell’Interno, per come riportato dalla stampa, ha accusato il presidente del Parlamento di avere tramato per imporre la nomina per acclamazione di Bashagha, ex ministro dell’Interno.  Ammar Lablaq, parlamentare libico, ha definito la citata nomina “una completa farsa” e ha affermato che la nomina di Bashagha è “illegale”. Intanto 43 sindaci di città della Libia occidentale hanno confermato il loro sostegno ad Abdul Hamid Dbeibah, riconosciuto dalla comunità internazionale. Ddeibah ha dichiarato che si farà da parte solo per lasciare il posto a un governo eletto dal popolo e non nominato da un precario parlamento.

In ciò ha l’appoggio di Stephanie Williams, Delegata ONU per la Libia, la quale ha annunciato che si giungerà al voto al massimo entro giugno. Il 13 aprile scorso s’è svolto al Cairo un primo incontro fra i rappresentanti della Camera e l’Alto Consiglio di Stato.

A Tripoli, in conclusione, c’è in carica il governo di Abdul Hamid Dbeibah, originariamente nominato e riconosciuto per gestire la fase di transizione destinata a realizzare democratiche elezioni, mentre dall’altra parte, a Tobruk, c’è Fathi Bashagha, ex ministro degli Interni, nominato lo scorso 10 febbraio in risposta all’ulteriore rinvio delle elezioni.

Si vede che i cruenti bagni di sangue, susseguitisi dal momento della insurrezione contro Gheddafi non sono serviti a niente, specie considerando che in quegli stessi scenari la violenza delle armi torma continuativamente ad emergere. La situazione, però, porta a riflettere su un fatto incontrovertibile: i prezzolati mass-media delle Nazioni dell’occidente cosiddetto civilizzato, a prescindere dagli sconvolgenti episodi di “crimini di guerra” verificatisi in Ucraina, ci inondano di raccapriccianti notizie di altri crimini contro le popolazioni di parecchi autocratici Stati mediorientali, africani e asiatici, ma trascurano, di massima, di analizzare le non tanto remote cause delle perduranti precarie e inumane condizioni di vita di tali comunità, nell’ambito delle quali inenarrabili massacri, miseria, patimenti, sono ormai presenti da decenni.

I ben noti Paesi “ex colonizzatori” (od oppressori che dir si voglia) fanno finta di nulla e sono ben lungi dal versare le famose “lacrime di coccodrillo”.

Sanno solo fungere da cassa di risonanza per le ipocrite dichiarazioni dei “capi” che detengono, più o meno democraticamente, le sorti delle Nazioni di che trattasi e che, per propri fini egemonici soffiano sul fuoco dei cruenti conflitti in corso, usandoli come banco di prova di sofisticati congegni di morte e realizzando sporchi guadagni con il commercio delle armi.

Ne viene fuori un quadro ben poco edificante e affatto rassicurante per la futura sorte della civiltà. Un quadro fatto di complicità, di commistioni, di favoreggiamenti, di affarismi immorali e talvolta illeciti, di false argomentazioni diplomatiche, di infide manovre spionistiche, di alleanze strumentali.

Si ripropone, oltretutto, il consueto scenario che induce ad affermare come, a fronte dei tanti misfatti oggi esistenti sulla faccia della Terra,  emerge la  pochezza di altri ben pasciuti personaggi che, in un caleidoscopio di colori, di abbigliamenti e di culture diverse, affollano inutilmente gli scanni del “Palazzo di Vetro” di New York, rinomata e costosa sede dell’ O.N.U.

È in detta monumentale sede che, magari prolissamente, si discute a vuoto circa i torti più eclatanti e le disattenzioni più perniciose consumate in danno dell’umanità in genere e delle stremate popolazioni dei paesi sottosviluppati, in particolare.

È lì che con inveterata settarietà e con la costante influenza dell’abominevole dispotismo delle Nazioni dominatrici – spesso avvalendosi del feudale “diritto di veto” – s’è instaurata la politica del nulla. L’ONU, di fatto, è divenuta una accozzaglia di gente amorfa, incapace di perseguire gli originari obbiettivi di pacificazione globale.

Da tale stato di fatto deriva la progressiva squalifica di ogni autorevolezza internazionale, mentre un fiume di denaro finisce nel suo pozzo senza fondo, denaro peraltro approntato in quota dalle Nazioni aderenti e quindi dai contribuenti delle stesse.

Sarebbe il momento di dire basta alle ciance declamatorie di Capi di Stato, di Governo, di Ministri, di personaggi più o meno illustri, di vacui sapientoni delle gerarchie chiesastiche.

E, per concludere, non è ammissibile che uomini con le mani ancora sporche del sangue dei propri connazionali, con la coscienza in disuso, drogati dalla bramosia del potere, assetati di ricchezza, dediti alla spietata repressione di ogni anelito di libertà, continuino ad avere un posto di riguardo, pur se attraverso propri delegati, fra i banchi della Assemblea O.N.U.

Ove la stessa regola dovesse prendere campo nei singoli Parlamenti nazionali, non ci sarebbe da meravigliarsi se nei relativi consessi fossero tranquillamente ammessi criminali riconosciuti, capi mafia, terroristi, pregiudicati, lestofanti della economia, e chi più ne ha più ne metta. Se tale dovesse divenire l’espressione segnaletica della moderna civiltà sarebbe forse più salutare tornare alla vita dell’uomo delle caverne.

Ma l’attuale “gotha”  del potere mondiale è all’altezza di comprendere tale lapalissiana realtà? Provatamente no, e giornalmente ce ne fornisce la controprova.