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L’identikit dell’Homo Migrans

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La condizione del migrante è la condizione di ognuno di noi, dagli innumerevoli sfollati che chiedono accoglienza, ai rifugiati politici che chiedono asilo, passando per i nostri giovani che, con la speranza di un futuro migliore, decidono di emigrare

di Giuseppe Accardi

Fin dalla notte dei tempi l’evoluzione dell’uomo si è sempre intrecciata con il concetto di mobilità, spostamento, alla ricerca di migliori condizioni di vita e maggiori possibilità di sopravvivenza. Innumerevoli sono gli episodi e le testimonianze nella storia. Troviamo tracce di questa caratteristica insita negli esseri umani già nella preistoria, agli albori della civiltà mesopotamica, in Eurasia, passando per la diaspora ebraica, le conquiste romane, le esplorazioni medievali, le guerre di religione, la nascita degli stati nazione, per terminare con i molteplici episodi degli ultimi due secoli, che hanno plasmato le diverse popolazioni ed in molti casi prodotto alcune delle pagine più cruente dell’intera storia umana.

Tralasciando l’indagine delle motivazioni che nel corso della storia hanno accompagnato questi processi e l’individuazione delle tappe che hanno segnato le esperienze delle varie etnie (aspetti che pur meritano una riflessione ed una attenzione più profonda), è doveroso muovere una pur celere considerazione sulla situazione attuale, che necessita un’analisi di tipo storico ma soprattutto ontologica e olistica.

La figura del migrante coincide con la figura dell’uomo contemporaneo. Infatti, i processi di globalizzazione, di mobilità e flessibilità generano un nuovo modello antropologico inedito, il cosiddetto “Homo Migrans”, sfornato dalla società del consumo e dal modello di produzione capitalistico, che va a sostituire il cittadino e va ad affiancarsi alla figura di consumatore, condizione di tutti e ciascuno.

L’utilizzo del participio presente, nella figura del “migrante”, non è affatto neutro e non c’è da sorprendersi che abbia sostituito i termini, ormai obsoleti, immigrato o emigrato. Sulla scia della riflessione Heideggeriana, l’analisi etimologica di “migrante” nasconde dentro di sé la chiave per comprendere il fenomeno, infatti migrante è la condizione di chi, costretto ad abbandonare le proprie origini, cerca disperatamente una nuova dimora in un processo continuo, lungi dal poter terminare. Infatti se con i termini utilizzati in precedenza, ossia immigrato o emigrato, il processo aveva un inizio e una conclusione, con l’utilizzo del termine “migrante” si esprime un processo destinato a perdurare, senza fine.

Superfluo asserire che la società iperglobalizzata e super capitalizzata ha bisogno di mercificare anche l’uomo e pertanto porlo in una condizione di merce o capitale fluido, in mobilitazione circolare perenne. Pertanto la condizione del migrante è la condizione di ognuno di noi, dagli innumerevoli sfollati che chiedono accoglienza, ai rifugiati politici che chiedono asilo, passando per i nostri giovani che con la speranza di un futuro migliore decidono di emigrare abbandonando il proprio paese di origine. È la tragica condizione dell’essere umano moderno prodotto da una società che per continuare a funzionare ha bisogno non di integrare, bensì di disintegrare ogni appartenenza, neutralizzare ogni radicamento, di individualizzare ogni comunità, in modo tale da rendere non i migranti cittadini tali e quali a noi ma rendere noi tali e quali ai migranti.