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La Spagna si prepara alle elezioni più polarizzate della sua storia 

Per la terza volta in meno di quattro anni, la Spagna va al voto domenica: sarà una battaglia tra partiti tradizionali, nazionalisti baschi e catalani e l’estrema destra, che potrebbe entrare per la prima volta nel Parlamento nazionale. Gli aventi diritto dovranno rinnovare i 350 seggi di deputati delle ‘Cortes Generales‘.

E in vantaggio, a guardare i sondaggi, sono i socialisti del premier Pedro Sanchez, giunto in maniera rocambolesca alla Moncloa (grazie alla mozione di sfiducia contro il popolare Mariano Rajoy, affondato da uno scandalo per corruzione del suo partito) e le cui politiche vengono evidentemente giudicate vincenti dagli elettori. Piu complicato però appare il ‘dopo’: se le proiezioni saranno confermate, né l’alleanza Psoe-Podemos, né una coalizione PP-Ciudadanos-Vox supererà la soglia dei 176 seggi necessari alla maggioranza assoluta.

E Sanchez potrebbe rimanere alla Moncloa grazie a un’alleanza con gli eletti da formazioni nazionaliste. L’invito alla prudenza è d’obbligo tuttavia, considerato il peso degli 8 milioni di indecisi, una cifra record, e la difficoltà nel valutare con precisione il reale consenso politico di cui gode quella che sembra destinata a essere la rivelazione alle urne: il partito di estrema destra e anti-immigrazione, Vox, che potrebbe ottenere l’11,4%, vale a dire tra i 30 e i 32 seggi.

Le elezioni del 28 aprile si preannunciano come le più polarizzate della storia della Spagna democratica: sono state convocate anticipatamente da Sanchez, leader del Psoe (Partito socialista operaio spagnolo), dopo la mancata adozione della sua legge di bilancio. Il sostegno ai vincitori delle scorse elezioni, il Partito Popolare (Pp) guidato dal conservatore Pablo Casado, è crollato nei sondaggi per via del maxi scandalo di corruzione: nei sondaggi sulle intenzioni di voto è al secondo posto col 20,1% (con 81-86 seggi), in netto calo rispetto alle elezioni del 2016.

Il suo principale oppositore, il Psoe, è invece in testa, schizzato al 31,5%: potrebbe conquistare tra i 134 e i 139 seggi, circa 50 in più rispetto a tre anni fa; un risultato tuttavia insufficiente per governare da solo. Un’alleanza con la sinistra radicale di Podemos, guidato da Pablo Iglesias, potrebbe non essere sufficiente però per ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento.

In questo senso, potrebbero essere i catalani e i baschi a consentire la nascita di un esecutivo di sinistra, che gestisca in modo più soft la delicata questione indipendentista. Ma si tratta di uno scenario non senza problemi: nei dibattiti tv prima del voto, l’alleanza del Psoe con i nazionalisti catalani è stata usata come un’arma contro Sanchez: i suoi rivali che lo hanno tacciato di legami con “i nemici della Spagna” e di volere “liquidare” il Paese.

Del resto, i partiti indipendentisti catalani, togliendo il loro appoggio al governo a febbraio, sono stati in parte responsabili della crisi che ha portato alle elezioni anticipate, mentre il fallito tentativo di indipendenza della Catalogna li ha resi impopolari in gran parte della Spagna, rendendo così difficoltosi i negoziati per la formazione di un’alleanza di governo.

La destra liberale di Ciudadanos, guidata da Albert Rivera, è in terza posizione nei sondaggi, accreditata al 13,9% delle preferenze, seguita da Podemos, al 12,1%. Entrambi i partiti hanno perso consensi sullo sfondo del boom registrato dal controverso partito di estrema destra e nazionalista, Vox, di Santiago Abascal, in sorprendente crescita in un Paese che ha vissuto, nel suo passato recente, l’esperienza della dittatura franchista. In caso di vittoria del Pp, l’alleanza possibile – ma non sufficiente per avere la maggioranza in Parlamento – sarebbe con Ciudadanos, che però ha già annunciato di non voler entrare in coalizione né con Vox, né con i socialisti.

La crisi catalana e la crescita di Vox hanno cambiato il dibatto politico in Spagna. Negli ultimi 20 anni, fanno notare gli analisti, la campagna elettorale era incentrata sui temi economici, mentre ora – nonostante le preoccupazioni soprattutto per i dati sulla disoccupazione e per il tema migranti- le questioni centrali sono quelle identitarie. 

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Fonte: estero agi

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