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La Scuola pitagorica

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di Gianni De Iuliis

«Quanto Pitagora comunicava ai discepoli più stretti, nessuno è in grado di riportare con sicurezza: in effetti presso di loro il silenzio era osservato con grande cura»

(Porfirio)

Secondo alcune fonti Pitagora (571-570 a.C –490 a.C.) nacque nell’isola di Samo, dove fu scolaro di Ferecide e Anassimandro. Secondo altre ricostruzioni nacque nella città di Samo in Calabria.

In seguito si trasferì a Crotone, ove fondò la Scuola pitagorica.

In Grecia lo studio della filosofia in genere non poteva esprimersi in maniera solipsistica, ma si concretizzava sovente all’interno di scuole ove spesso i filosofi di una stessa generazione si riunivano per portare avanti il senso più profondo di una ricerca associata che si fondava sulla metodologia dialettica. La ricerca filosofica non chiudeva l’individuo in se stesso, ma contemplava una comunicazione incessante tra gli “scolari”. Tali scuole spesso resistevano per secoli (l’Accademia platonica durò nove secoli).

Tuttavia la scuola pitagorica non fu solo una scuola filosofica, ma anche un vero e proprio partito politico, una setta religiosa i cui adepti, che si chiamavano “compagni”, vivevano in comune, stabilivano tra di loro forme di solidarietà teorica ed esistenziale. Ma soprattutto nella scuola pitagorica c’era un vero e proprio culto della personalità del fondatore, la cui parola non veniva mai messa in dubbio. Tale caratteristica si rivelò una debolezza teoretica ed epistemologica perché tolse energia e possibilità ad approfondimenti e nuove scoperte, perché spesso sfociò in pratiche liberticide che bloccarono lo sviluppo scientifico e fecero venir meno il senso critico del concetto di ricerca associata e di dialogo filosofico.

Paradigmatico fu l’episodio, avvolto ancora nel mistero, della scoperta dell’esistenza di grandezze tra loro incommensurabili da parte di Ippaso di Metaponto, considerato la personalità più rilevante della scuola pitagorica, a parte Pitagora ovviamente. Tale scoperta mise in crisi l’aritmo-geometria, fondata sulla coincidenza tra numeri finiti e grandezze geometriche. In particolare Ippaso rapportò le misure della diagonale e del lato del quadrato. Involontariamente scoprì i numeri irrazionali, non esprimibili mediante frazioni di numeri interi (si era imbattuto in √2, per il quale bisogna moltiplicare il lato del quadrato per avere la sua diagonale). Tale scoperta fu però censurata dalla scuola.

La leggenda racconta che Ippaso di Metaponto, poiché rese pubblica tale dimostrazione, che contrastava nettamente con la filosofia pitagorica, per la quale il numero era l’essenza del reale e quindi non poteva che essere positivo, fu affogato nel mare di fronte a Crotone.

Il frammento di Porfirio lascia trasparire mistero, scarsa trasparenza e autoritarismo da parte del fondatore.

(13. Continua)