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LA SCOMPARSA DI PETER DEL MONTE

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REGISTA ANOMALO E “FUORI MERCATO”

di Angelo Pizzuto

“…Piccoli spazi con limitato numero di persone, dove la psicologia dei protagonisti viene svelata immagine dopo immagine, alla fine di un lungo, faticoso viaggio nella loro quotidiana, a volte elusiva esistenza… ottimo Del Monte (F. Di Giammatteo da “Dizionario del Cinema”)

Era da molto, troppo tempo che non avevamo alcuna notizia di Peter Del Monte, uno dei registi più colti, raffinati, dotato di sensibilità umana e poetica esternata in un minimalismo di idee, intuizioni, soffuse (mai dirompenti) psicologie umane “predisposte” alla tragedia, ma sempre “interrotte” (distratte?) un attimo prima che il peggio si compia. Dispiace sinceramente che le notizie mancanti sono adesso colmate da quelle di un fine-vita accaduto – nella disinformazione e mancanza di risonanze almeno cronistiche – in una clinica romana dove l’autore era ricoverato da mesi. Sterile comunque, e a posteriori, polemizzare, rimpiangere, recare omaggi e peccati di omissione.

Peter Del Monte (nato in California nel 1943) si era distinto tra i registi e sceneggiatori della generazione a cavallo fra gli anni ’80 e ‘90 “per il gusto tutto personale e impalpabile” di imbastire un percorso autoriale mai prevedibile, né di genere (fosse pure intimista, pre-minimalista), discontinuo solo per “volontà” della produzione e del mercato. Senza mai perdere la sua identità e personalità di narratore che riesce ad esprimersi solo quand’è in gioco “l’èsprit de finesse mescolata ad un sottotono” che non si fa remore ad essere, se serve, anche crepuscolare. Poiché dotato di un assoluto talento che, per quanto ci compete, potrebbe accostarsi degnamente a quello di Truffaut e del primo-Chabrol.

Statunitense “riluttante”, giovane laureato in lettere alla San Francisco

University, Del Monte aveva studiato regia al Centro Sperimentale di Roma (allora diretto da Roberto Rossellini) nell’ambito del quale aveva diretto il suo primo medio metraggio “Fuori campo” (del 1969), avendo per protagonisti Alessandro Haber e Vittorio Fanfani. Dopo essersi dedicato per lungo tempo alla critica cinematografica, dirige due lungometraggi per la Rai: “Le parole a venire” (1970) che prende spunto da un racconto di Albert Camus e “Ultime lettere di Jacopo Ortis” (1973) – che è scabra, disadorna, ‘didattica’ traslazione (un modello? I fratelli Taviani) del romanzo di Foscolo. Del 1975 è poi “Irene, Irene” (capolavoro in miniatura di giallo psicologico, dominato da un eccelso Alain Cuny), seguito da “L’altra donna” (1980) che ottiene una Citazione Speciale della Giuria alla Mostra di Venezia. Sarà un momento di fertilità creativa e di provvisoria riconciliazione con il mercato del film: Del Monte firmerà opere come “Piso pisello” (1982) e “Invito al viaggio” (1982), tratto dal romanzo “Moi Ma Soeur” di Jean Bany, ove i rapporti fra adolescenti, fratello\sorella e bambini\adulti richiamano a quell’emisfero truffautiano cui accennavamo.

Nel 1986, Del Monte conquista il il Nastro D’Argento per il miglior soggetto originale (“Piccoli fuochi”), suffragato, l’anno successivo, dal successo (sempre alla Mostra di Venezia) di “Giulia e Giulia” (girato in digitale pionieristico), ipotesi di ‘paranormale’ sdoppiamento femminile (dopo un immenso dolore), solennizzata dall’interpretazione di Kathleen Turner, all’apice della carriera. Antesignani del suo miglior film in assoluto, quel “Tracce di vita amorosa” (1990) che è, a tutt’oggi, fra i massimi esempi, non solo italiani, di film a episodi (brevissimi), inanellati a staffetta l’uno all’altro con una fluidità (e felicità) di stile che coniuga un “felpato rispetto degli umani sentimenti” alla disarmante “casualità, timidezza di sguardo” con cui essi sono carpiti. Restano da annoverare “Compagni di viaggio” del 1996 con Asia Argento, Michel Piccoli e Lino Capolicchio, “La ballata del lavavetri” del 1998 (da un racconto di Albinati), “Controvento” del 2000, “Nessuno mi pettina bene come il vento” del 2014, tutti passati sotto silenzio per disinteresse della distribuzione.

Una sola domanda (che pongo a me stesso) “L’anomala solitudine di Del Monte fu solo sua?” Purtroppo no. Da Valentino Orsini a Silvano Agosti, da Nino Russo a Francesco Calogero, a Emanuele Crialese lo strampalato cinema di “casa nostra” è tutto un prontuario di “inspiegabili” sparizioni. Chiediamoci il perché (senza accontentarsi di rispondere per congiure e consorterie).

Sarà poi la volta de La ballata dei lavavetri (1998), tratto dal romanzo di Edoardo Albinati “Il polacco lavatore di vetri”, Controvento (2000) e Nelle tue mani (2007), dove conferma la predilezione per le inquadrature morbide, gli interni leggermente tetri, le città uggiose che si fanno protesi degli stati d’animo dei personaggi. Nessuno mi pettina bene come il vento (2014) è il suo ultimo lavoro. Un cinema che trova la sua chiave di volta nei frammenti irrisolti di vita, nella passione inerte e nel malessere interiore e che richiama leggermente alle lezioni di cinema di Bellocchio.


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