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LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

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Nella riforma definita con un faticoso compromesso in Consiglio dei Ministri non si fa parola, neppure come raccomandazione, dell’Intelligenza artificiale nei nostri processi, ma sarebbe un grave errore non sfruttarne le grandi potenzialità di questa tecnologia per sostenere e migliorare l’efficacia del lavoro giudiziario

di Renato Costanzo Gatti

La giustizia non è l’argomento di cui sia particolarmente esperto, mi pare tuttavia che sull’operato del governo Draghi qualche considerazione vada fatta.

In particolare mi sento di denunciare la completa assenza (a meno che mi sia sfuggita) di un approccio tecnologico finalizzato all’accorciamento dei tempi processuali sia civili che penali. La riforma si è occupata di stabilire nuovi tempi per appello e cassazione, da quel che risulta dalla bozza del primo Pnrr, la tecnologia prospettata per l’accelerazione dei tempi processuali si limitava ad introdurre lo strumento della PEC.

Sfugge in toto a questa riforma il capitolo dell’intelligenza artificiale. Numerosi articoli e libri sono stati scritti in proposito, su you-tube c’è una iniziativa dell’università di Trento, “Giustizia e Intelligenza Artificiale”, che dura ben 7 ore (confesso di non averla seguita tutta), la commissione europea da anni si sta occupando di regolamentare i limiti di applicabilità dell’I.A. nell’amministrazione della giustizia; insomma l’argomento è nuovo ma già approfondito in maniera seria. Sono stati sollevati dubbi e perplessità, che giustamente vanno rilevati.

Cito di seguito un passo tratto da un articolo di “Questione Giustizia”, la rivista di Magistratura Democratica: “Nonostante questi limiti, sarebbe un grave errore non sfruttare le grandi potenzialità dell’Intelligenza artificiale per sostenere e migliorare l’efficacia del lavoro giudiziario. La ‘giustizia predittiva’ rappresenta una delle tante applicazioni di Intelligenza artificiale: ve ne sono altre, molto interessanti, in fase di sperimentazione in alcuni Paesi europei – per esempio, l’uso dell’Intelligenza artificiale per la lettura rapida, la classificazione e l’attribuzione di atti, ricorsi e documenti alle sezioni di cancelleria pertinenti, oggetto di test in Austria; o l’uso di chatbot (letteralmente: conversazione con un robot) per orientare il cittadino verso una soluzione di risoluzione alternativa della controversia, come in Lettonia.

Con riferimento in particolare alle applicazioni che si fondano sul trattamento delle decisioni dei tribunali a fini di ricerca giuridica, si rileva che esistono già, allo stato attuale, motori di ricerca “intelligenti”, che permettono di analizzare fonti e materiali diversi (leggi, regolamenti, giurisprudenza, dottrina). L’Intelligenza artificiale può permettere di avere un accesso all’informazione non solo più largo e diversificato, ma anche più interattivo: i giudici, gli avvocati e altri professionisti potrebbero “navigare” tra le diverse informazioni e trovare più rapidamente le soluzioni ricercate. L’Intelligenza artificiale potrebbe essere anche usata per proporre modelli o estratti di una decisione che siano in correlazione coi risultati della ricerca, rendendo così più rapida la redazione da parte del giudice.”

Di tutto ciò non mi pare ci sia parola nella riforma draghiana, definita con un faticoso compromesso giovedì scorso in Consiglio dei Ministri, neppure come raccomandazione o meglio programmazione di inserimento dell’Intelligenza artificiale nei nostri processi. Mi sembra auspicabile che gli esperti affrontino ed approfondiscano il tema.