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La lotta politica in un Paese subalterno

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di Loan

Dimenticata, almeno sotto il solleone, l’emergenza sanitaria per la pandemia di Covid 19, salvo qualche apprensione per il “vaiolo delle scimmie”, cronicizzata la guerra in Ucraina, non appena avremo superato l’election day del 12 giugno, con il turno di elezioni amministrative più i referendum sulla giustizia, tutte le forze politiche lanceranno la lunghissima voltata della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2023, con in mezzo il traguardo volante delle elezioni regionali in Sicilia del prossimo ottobre.
Staremo a vedere con quale legge elettorale si vorrà andare al voto. È questo un problema apparentemente snobbato, ma che si riproporrà per forza di cose, sia sul piano tecnico, visto che la riduzione del numero dei parlamentari impone una nuova definizione dei collegi elettorali e perfino alcuni ritocchi di natura costituzionale, sia sul piano politico, perché ognuno fa i suoi calcoli e continua la tensione di fondo – piuttosto trasversale – tra vocazioni maggioritarie e interessi proporzionali. Uno scontro che riguarda essenzialmente le alleanze “preventive”.
Ma l’elettorato italiano stenterà, ancora una volta, a distinguere dietro gli argomenti della propaganda, la reale, sostanziale differenza nelle ricette di politica economica degli schieramenti che si contenderanno il campo. Il sistema politico italiano vede, infatti, una caratteristica comune a tutti i partiti: nessuno può far perno su una propria piena autonomia politica, perché non è pienamente autonomo il nostro Paese.
L’Italia della “prima Repubblica”, al tempo della guerra fredda, era di certo un Paese più libero di quanto non sia oggi. Era libero di vivere in un sistema di economia mista, affidando alle partecipazioni statali un ruolo strategico. Accoglieva sotto l’ombrello del cosiddetto “arco costituzionale” il più forte partito comunista del mondo occidentale restando libero di aderire al Patto Atlantico nella sua impostazione originaria, ben delimitata territorialmente ed esclusivamente difensiva. La solidarietà con l’Occidente non escludeva aperture nei rapporti con la Russia né il riconoscimento della Cina né il sostegno alla lotta del popolo palestinese.
Caduto il muro di Berlino, in breve tempo, il nostro Paese si è ritrovato ad essere più subalterno, in quanto più ricattabile sia da parte degli
Stati Uniti, sia rispetto all’Unione Europea, sia – e soprattutto – rispetto alla finanza internazionale che alimenta il debito pubblico ed alle agenzie di rating che tengono i conti italiani costantemente sotto osservazione.
E vediamo in questi giorni con evidenza anche il rapporto sostanzialmente subalterno nei confronti della NATO la quale, più che alle (molte) parole, bada ai fatti (pochi e controversi) in materia di armamenti e di apporto militare.
Per non parlare dell’autonomia alimentare ed energetica. L’Egitto si è fatto beffe del nostro governo e della nostra giustizia nel caso del delitto di Regeni perché dagli egiziani dipende il futuro di determinate grandi aziende italiane.
È stata pura subalternità partecipare all’eliminazione di Gheddafi, spalancando la Libia, sede di vitali interessi italiani, all’imperversare delle fazioni tribali che, come altri Paesi europei, abbiamo pagato profumatamente per bloccare con ogni mezzo le turbe dei migranti. Un servizio per il quale abbiamo pagato (invano) anche altri regimi tra i più turpi, a partire dalla Turchia di Erdogan.
E adesso, nel tentativo di autonomizzarci dalla Russia di Putin, il nostro governo va in giro a cercare sponde per garantire, in tempi e a condizioni non mai ben precisate, le nostre forniture energetiche da parte dei regimi più disparati e meno affidabili.
Si tratta, in tutti questi casi, di vincoli che l’Italia non ha accettato spontaneamente, ma è stata costretta a subire. Su PNRR, ripresa della crescita, stabilità di governo, possiamo fare affidamento? Potranno salvarci, percorrere una strada che porti a una svolta? Si può sempre sperare, ma è difficile credere.