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La legge elettorale e la crisi del sistema Paese

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di Giovanni Cominelli

Archiviate le elezioni amministrative, partiti si sono concentrati sulla Legge di Bilancio. Ciascuno deve accontentare le proprie corporazioni. Niente scandalo dei pusilli! I partiti rappresentano settori sociali determinati, chi i produttori, chi gli addetti privati, chi gli impiegati pubblici, chi gli assistiti, chi i pensionati, chi i giovani, chi gli anziani… Le risorse sono sempre scarse, per definizione, donde i tiri alla fune. Tuttavia, l’ossessione della politica resta sempre un’altra: come vincere alla grande le prossime elezioni? Sì, perché in questo caso il Paese conoscerebbe finalmente un nuovo Rinascimento. O no? Per questo fine supremo è necessario raccattare consensi per ogni dove, senza stare a sottilizzare troppo.

In realtà, non si vede nessun orizzonte luminoso davanti a noi, né da destra né da sinistra. Non da destra, tuttora incapace di un programma e di un personale di governo credibili nel contesto internazionale del PNRR. D’altronde, l’esperienza Draghi ha fatto compiere una maturazione della domanda di governo dei cittadini. Il tempo della demagogia sta finendo. Non da sinistra, per ragioni già scritte altre volte. Le elezioni amministrative si sono svolte secondo contesti e regole del tutto diversi da quelle politiche nazionali.

L’astensionismo é certamente dovuto principalmente ai populisti delusi e ai “centro-moderati” rimasti senza candidati credibili. Ma una vittoria conquistata arretrando, cioè perdendo voti in assoluto, non è promessa di successi futuri e duraturi. Non pare che il “Nuovo Ulivo” o “Agorà” o “Campo largo” di Letta abbia più molto elettorato da disputarsi, a meno che riesca a ricondurre alla partecipazione una parte del 54% di astenuti.
Del resto, i risultati delle recenti elezioni non hanno affatto stabilizzato la vita interna dei partiti e, pertanto, la politica del Paese.

Donde un oggetto di conflitto che si sta fatalmente imponendo: la nuova legge elettorale, che dovrebbe superare il Rosatellum. Per ricordare qui: esso prevede il 37% dei seggi (148 alla Camera e 74 al Senato) assegnato con un sistema maggioritario a turno unico in altrettanti collegi uninominali; il 61% dei seggi (244 alla Camera e 122 al Senato) è ripartito proporzionalmente tra le  coalizioni e le singole liste che abbiano superato le previste le soglie di sbarramento (il 3% a livello nazionale); il 2% nei Collegi all’estero.

Risparmio qui tecnicalità ulteriori. E’ necessario superarlo, perché essendo stato disegnato su misura per un sistema politico-partitico a tre lati, ora che i lati sono quattro, per di più tendenzialmente bipolarizzati, esso non garantisce più ai partiti un riconoscimento dei nuovi rapporti di forza.

Al momento, Salvini e Meloni sono  filo-maggioritari, perché sicuri di vincere, se uniti. Berlusconi finora si accoda. Lo fa sempre più spesso. Il PD è tuttora incerto e diviso: Letta propende per il maggioritario, nella certezza di vincere; altri nel PD temono che con quel sistema sarebbe difficile costruire il puzzle del Nuovo Ulivo. Anche perché i cosiddetti riformisti o moderati o centristi, che dir si vogliano, optano decisamente per il sistema proporzionale, nella speranza di mantenere un profilo autonomo e far pesare la propria rendita di posizione sul mercato delle alleanze. Possono fare l’ala sinistra del centro-destra o l’ala destra del centro-sinistra.

Come è evidente, il difetto strutturale, politico e teorico, di questi approcci alla problematica del sistema elettorale è, ahinoi, sempre malinconicamente lo stesso. Chi ne propone la propria versione – proporzionalista o maggioritaria – non pensa affatto al migliore funzionamento di una democrazia stabile e decidente, a beneficio universale dei cittadini e a richiamo dei medesimi alla partecipazione politica. No. Pensa alle condizioni più favorevoli per vincere le prossime elezioni. Di questa cultura profonda, faziosa e settaria, incapace di porsi dal punto di vista dei cittadini e delle istituzioni universali, sono controprova lampante i continui cambiamenti del sistema elettorale: il sistema proporzionale puro, fino al 1993, il sistema maggioritario con quota proporzionale fino al 2005 – Mattarellum – , il sistema  proporzionale corretto da un premio di maggioranza  fino al 2013 –Porcellum -, il Rosatellum, dal 2018.

Quale che sia l’esito finale del dibattito – non è escluso che, infine, si resti al Rosatellum – si tratta di una faccenda tutta interna ai partiti, nella quale gli elettori non possono mettere becco. Per questa via non si può sperare di recuperare un voto dall’universo parallelo dell’astensione. Forse ai partiti neppure interessa.
Se poi questa faccenda si incrocia con la scadenza ormai imminente, nel febbraio 2022, dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica con tutte le sue poste in gioco – Draghi Presidente della Repubblica? Draghi presidente del Consiglio? Quale destino del PNRR? – verso la quale il sistema dei partititi sta precipitando in stato di frammentazione e di confusione, lo scenario del dopo-elezioni amministrative si presenta straordinariamente incerto e cupo.

Attorno all’elezione del nuovo Presidente si sta addensando lentamente una crisi di sistema, di sistema-Paese.

Essa non consiste nel fatto che il sistema elettorale non rispecchia più le dinamiche del sistema politico-partitico, ma nel fatto che il sistema politico-partitico non è capace di fornire al Paese le istituzioni, la coscienza  e il ruolo che il campo di battaglia internazionale oggi richiede, nel quale si decide il futuro dell’Europa e, più radicalmente, se si vada verso la pace o verso la guerra nel mondo. Sistema politico frammentato e sistema istituzionale debole. Il Governo Draghi ha ricollocato il Paese in Europa, dopo anni, e ne ha fatto un protagonista del G20. Si tratta di una situazione politico-istituzionale eccezionale, destinata a finire a breve: tra qualche mese? tra un anno? Il tempo a nostra disposizione per una Grande riforma della democrazia italiana sta scadendo. La sua tenuta e la sua potenza sono affidate alla partecipazione attiva di chi vota oggi e al ritorno alle urne di chi si è astenuto ieri.

Il rischio del Paese di riprecipitare in una spirale corporativa, assistita, a crescente debito pubblico è dietro l’angolo. In questi mesi si decide se il Paese resterà nella carreggiata dello sviluppo o se il governo Draghi sarà ricordato solo come una bolla felice, precocemente esplosa.

I partiti, elettrizzati dai fragili successi presenti o da quelli previsti in futuro, paiono chiusi in una turris eburnea, le cui basi appaiono sempre più fragili. A chi scrive, tocca solo lanciare ostinatamente l’allarme.

 

(Editoriale da santalessandro.org, sabato 23 ottobre 2021)