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La guerra del grano. Mosca e Kiev si rimpallano le responsabilità mentre milioni di tonnellate restano bloccate

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La guerra tra Russia e Ucraina ha messo in evidenza l’aggravarsi della crisi alimentare, che può divenire carestia immane per milioni di cittadini del continente africano e del Medioriente. Intanto Vladimir Putin annuncia serafico sugli schermi della televisione russa che non c’è “alcun problema” per le esportazioni di grano dall’Ucraina, ma accusa gli ucraini di “rubare” il grano per rivenderlo

di redazione

La guerra scatenata dalla Russia di Putin con l’aggressione dell’Ucraina si sta ripercuotendo in modo imlecabile sulla disponibilità di cereali in tutto il mondo. Ma è in Africa che si rischia la catastrofe. E con i porti ucraini che, fino ad oggi, continuano ad essere bloccati, e le esportazioni di grano rese impossibili, Vladimir Putin, annuncia serafico sugli schermi della televisione russa che non c’è “alcun problema” per le esportazioni di grano dall’Ucraina, ma sono gli ucraini a “rubare” il grano per rivenderlo. E se la situazione non fosse tragica, verrebbe da ridere.
Nell’ultima udienza generale in Vaticano, Papa Francesco ha ricordato che dal grano “dipende la vita di milioni di persone, specialmente i Paesi più poveri” e facendo riferimento alla guerra in Ucraina ha rivolto il suo forte monito “per garantire il diritto umano universale a nutrirsi”.
L’Ucraina, con oltre 26mila tonnellate l’anno, è uno dei maggiori produttori di grano del mondo ed il suo prezioso cereale, storicamente, viene esportato nei Paesi più poveri dell’Africa e dell’Asia. Oggi si ripete una storia antica, perché l’impero Russo ha sempre usato il grano come un’arma. I più vecchi contadini ricordano il tempo in cui, dal 1929 al 1933, veniva loro confiscato il grano causando una carestia che provocò la morte di quasi 7 milioni di persone. Ancora, tra il 1944 ed il 1946 l’ultima confisca che causò 500mila morti nell’Ucraina centrale e occidentale.
La prospettiva aperta oggi dal conflitto russo-ucraino, che blocca l’esportazione del grano sia dai porti del Mar nero che via terra, ha qualcosa di spaventoso: non solo si è determinato l’aumento dei prezzi e si rischia una crisi alimentare in Europa, ma la guerra sta creando un effetto domino verso i Paesi poveri importatori del grano.
In un sistema economico globale che rende i diversi Paesi tra loro interdipendenti, non è possibile non condividere il grano, cioè il pane, l’alimento base.
La guerra tra Russia e Ucraina ha messo in evidenza l’aggravarsi della crisi alimentare, che può divenire carestia immane per milioni di cittadini del continente africano e mediorientali. Milioni di tonnellate di grano continuano a essere bloccati in Ucraina: mentre Kiev e Mosca si rimpallano le responsabilità, Putin ha capito di avere in mano una nuova arma in questa guerra.
Partiamo dai numeri. L’Ucraina da sempre denominata il “granaio dell’Europa”, da sola esporta un quinto della produzione mondiale di grano e mais. Se teniamo conto anche della Russia, i due Paesi insieme arrivano a un terzo dell’export globale.
In Ucraina attualmente si stima che 25 milioni di tonnellate di grano siano bloccati nei silos portuali e nei granai delle aziende agricole. Si tratta di una buona parte dell’ultimo raccolto che, se non utilizzato, rischierebbe a breve di marcire.
Inoltre, il prossimo raccolto si sta avvicinando, con una significativa parte dei depositi occupati al momento non ci sarebbe lo spazio fisico per immagazzinare il “nuovo grano”. Non dobbiamo poi dimenticare che la guerra in corso andrà inevitabilmente a complicare il lavoro delle aziende agricole.
La Banca africana di sviluppo ha stimato che, in tutto il continente, a causa principalmente della guerra, attualmente mancherebbero all’appello 30 milioni di tonnellate di grano, soia e mais.
Questa crisi del grano in conseguenza della guerra in Africa ha provocato l’aumento del prezzo del pane del 60%, con la maggioranza della popolazione che non può sostenere un costo del genere. La FAO ha evidenziato che soltanto in Nigeria questa estate 19 milioni di persone si troveranno a dover affrontare una crisi alimentare.
La situazione non sarebbe migliore in Medioriente, visto che il Libano sarebbe già in grande difficoltà mentre in Siria, stando a quanto denunciato dall’Unicef, la crisi alimentare starebbe colpendo 9 milioni di bambini.
Il presidente del Consiglio italiano Draghi è impegnato in una trattativa per sbloccare la crisi del grano, anche parlandone per telefono con Putin, ma l’allarme alimentare cresce.
Di chi è la colpa se il grano è bloccato nel porto di Odessa?
Nessuna nave in questo momento può entrare o uscire dal porto di Odessa, senza il nulla osta della Russia, perché le acque circostanti sono disseminate da mine. Chi le ha messe? A riguardo da settimane è in corso un rimpallo di responsabilità tra Mosca e Kiev.
Di certo c’è che le mine sono di fabbricazione sovietica. Le stesse sarebbero in dotazione anche alle forze ucraine. Ma gli ucraini quale interesse avrebbero avuto nel bloccare il porto e di conseguenza l’esportazione del grano?
Putin ha capito di avere in mano una nuova arma in questa guerra e quindi è l’unico ad avere vantaggio nel blocco del grano, nel disegno cinico e machiavellico di l’affamare milioni di essere umani.
In conclusione quali sono le soluzioni possibili? Sapendo poi che i paesi occidentali sono in grande difficoltà endogena ed esogena nel trovare una soluzione praticabile nello sblocco della crisi del grano.
Di fronte a questa situazione altamente problematica, l’Occidente ha proposto a Kiev di far uscire dal Paese il grano e gli altri prodotti alimentari via terra. Il problema però è che le reti ferroviarie di Ucraina e Polonia non sono compatibili.
Altre vie alternative non sono praticabili o di facile attuazione via terra. L’obiettivo principale, quindi, resta quello di sminare una parte del Mar Nero per creare un corridoio sicuro per le imbarcazioni. Anche qui però manca un accordo con Mosca per stabilire a chi spetterebbe l’incombenza.
Altra ipotesi è quella di una sorta di missione navale occidentale per garantire il transito delle navi, anche solo per farle arrivare al Bosforo e da lì in Africa e in Medioriente. Una soluzione che sarà discussa al Consiglio europeo ma che non appare essere di facile applicazione.
Nell’attesa di una soluzione avanza e cresce la fame di un terzo mondo africano e mediorientale e si profila alle porte un’altra pandemia, quella della carestia.