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La crisi abitativa, dramma sociale senza fine

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Di Giusy Milazzo

Con l’intervento di Giusy Milazzo, Segretaria provinciale del SUNIA (Sindacato Nazionale Unitario Inquilini ed Assegnatari) di Catania, continua il dibattito aperto dal QdC sulla dimensione urbana. Con  riflessioni e analisi di qualificati esperti e operatori, desideriamo sviluppare un confronto sulla dimensione urbana, i piani regolatori, strategici e paesaggistici, le politiche di risanamento, le emergenze abitative, i problemi di vaste aree dei centri storici a rischio di desertificazione e di abbandono. Nella visione del tessuto urbano come bene comune essenziale per la vita e il benessere degli abitanti. 

La drammaticità di una crisi che non accenna a scemare e l’impoverimento di centinaia di migliaia di persone  impone una riflessione approfondita sul tema delle locazioni abitative, anche perché quel 18% di famiglie in locazione è composto da quella parte della popolazione, che potremmo definire più fragile e precaria, la quale per reddito, per età o per condizione lavorativa non ha potuto acquistare una casa.

Così come emerge anche dal recente Rapporto nazionale della Caritas sul tema della casa, i dati ci dicono che la percentuale delle famiglie povere nella fascia di coloro che abitano una casa in affitto è altissima. Sono infatti 850.000 le famiglie povere in locazione, quasi la metà di tutte quelle povere, con la più alta concentrazione nel Mezzogiorno.

Il dato poi dei costi dell’abitazione, che incidevano già del 30%-40% sui redditi delle famiglie monoreddito nella fascia medio-bassa, unito a quanto dichiarato da più del 40% delle famiglie nel corso dell’indagine commissionata nella primavera scorsa da Federcasa all’Istituto di ricerca Nonisma, che non sarà più in condizioni di pagare con regolarità i canoni d’affitto, confermano la  descrizione di un quadro difficile.

Il perdurare di una crisi che, in regioni come la Sicilia, si innesta su un contesto socio economico messo a dura prova da condizioni gravi di sottosviluppo, a causa del malgoverno, della corruzione, delle pesanti infiltrazioni mafiose e del cattivo utilizzo dei fondi europei, ha collocato nell’area del rischio povertà anche famiglie che sino ad un anno fa potevano ritenersi al sicuro e che riuscivano a gestire i costi di una casa dignitosa in affitto.  

Nonostante i dati siano molto preoccupanti, ancora il problema abitativo sembra del tutto sottovalutato dalle Istituzioni, convinte che la situazione di apparente serenità, determinata dalla cultura della casa di proprietà, metta al riparo il Paese da un dramma sociale dagli effetti devastanti, come può essere la perdita della casa per centinaia di migliaia di famiglie.

C’è la preoccupazione poi che, una volta superato il 31 Dicembre 2020 e conclusosi così il blocco degli sfratti disposto dal Governo proprio nei provvedimenti emanati per far fronte alla crisi causata dalla pandemia,  si creerà una gravissima emergenza. Se infatti oggi i dati a livello nazionale ci dicono che negli ultimi cinque anni sono stati 320.000 gli sfratti eseguiti con l’ufficiale giudiziario e solo in Sicilia circa 7500, nel 2021 la situazione sarà insostenibile e centinaia di migliaia di donne e uomini si troveranno senza un tetto sotto cui trovare riparo.  

Per il Governo nazionale sembra non sia arrivato ancora il tempo di  assumere la complessità  del problema e di occuparsi della predisposizione di un piano nazionale di edilizia sociale pubblica necessario per ampliare un’offerta oggi asfittica di case a canone sostenibile, colmando il gap che l’Italia ha nei confronti di molti altri paesi europei, basti pensare che solo il 4% del patrimonio abitativo nazionale è costituito da edilizia popolare, una delle quote più basse in Europa.

Eppure l’ampiezza del patrimonio immobiliare pubblico dismesso è tale che intervenendo su una piccola porzione di esso si potrebbe ottenere un incremento degli alloggi sociali e pubblici senza ulteriore consumo di suolo e con il vantaggio di intervenire sui processi di rigenerazione urbana per affermare la necessità del carattere sociale degli interventi e per innescare processi di ripopolamento dei centri urbani a rischio desertificazione.  

C’è la  necessità di una politica abitativa in grado di programmare un futuro possibile, a partire dagli scenari odierni, da cui promanano indiscutibilmente indicazioni estremamente utili.

Non può in nessun caso essere efficace la politica dei contributi all’affitto che spesso sono insufficienti e non in grado di essere erogati in maniera tempestiva e mirata. Pensiamo che possano essere utili solo in un quadro organico di negoziazione tra il conduttore e il locatore, gestito  dalla commissione di mediazione prevista dalla legge 431/98, negoziazione che deve prevedere alcuni passaggi essenziali come la rinegoziazione dei canoni e la possibilità per il locatore, nel caso di una riduzione del canone significativa e per un periodo sufficientemente ampio, di ottenere direttamente il contributo all’affitto come ristoro parziale.  

Come Sunia abbiamo, sin dall’inizio della pandemia, indicato questa come la modalità privilegiata per agire a tutela del rapporto tra le parti e del mantenimento in vita della pattuizione. In questi mesi alcune sentenze, per lo più inerenti contratti di affitto di natura commerciale, hanno comunque rafforzato questa nostra indicazione. Particolarmente interessante in alcune di esse il riferimento all’art. 1375 del codice civile, in cui si indicano la correttezza e la buonafede come elementi essenziali della fase di esecuzione del contratto, con un rinvio all’art. 2 della Costituzione che sancisce il dovere inderogabile di solidarietà, anche in ambito economico.

Penso poi che una rinegoziazione che veda le parti a confronto per prendere atto di scenari modificati dà al rapporto contrattuale di natura economica un valore diverso, facendo leva sulla solidarietà che può scaturire da una relazione umana.

Altro elemento di riflessione è la necessità che, in una fase in cui sono più che mai evidenti le storture di un sistema iniquo di redistribuzione della ricchezza, ci sia la consapevolezza della necessità di una giusta rivisitazione delle rendite immobiliari.

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