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La beffa della riforma fiscale

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Per la quasi totalità dei beneficiari dei ritocchi alle aliquote Irpef il vantaggio sarà di una scarsa manciata di euro. Nel mentre gli aumenti delle tariffe energetiche, benzina e gasolio compresi, fioccano a iosa e ciò preoccupa gli imprenditori come la massa dei lavoratori, dei poveri pensionati al minimo, degli indigenti  

di Augusto Lucchese

La “legge di bilancio 2022” approvata a colpi di fiducia dal Parlamento con le solite marce forzate di fine anno, ha fatto sì che in merito alla tanto discussa “riforma fiscale” la montagna governativa partorisse un asfittico topolino, recante le caratteristiche di una presa per i fondelli di sapore social-popolare e demagogico.

Non si riesce a comprendere, infatti, con quanta supponenza, oltre che con quanto poca serietà e senso di equanimità, si possa affermare (da parte del taumaturgo chiamato al capezzale della degente Italia e da parte degli infidi volponi politici che puntellano la malconcia struttura del governo in carica) che la concessione di  un misero, confusionario e pressoché inutile “ritocco delle aliquote IRPEF”, possa essere considerata una efficace medicina ai fini di “sopperire alle esigenze delle classi meno abbienti” e di “rilanciare i consumi”. Un certo buontempone di marca padana ed altri legulei suoi colleghi si gongolano asserendo che dal 2022, finalmente, “gli italiani pagheranno meno tasse”.

Si sono dimenticati di chiarire, non tanto stranamente, quanto poco una simile improduttiva e discriminante concessione verrà ad incidere sul grave problema della pressione fiscale.

Chi di dovere, altresì, ha dimenticato di spiegare quale sarà l’effettivo vantaggio per coloro che riusciranno a beneficiare, burocrazia permettendo, del magro obolo.

S’è appreso che per la quasi totalità degli allocchi beneficiari il vantaggio sarà di una scarsa manciata di euro, mediamente da 10 a 20 al mese o al massimo circa 40. L’equivalente di un paio di pizze o di un modesto acquisto di beni di consumo. I “beneficiati” poveri erano e poveri resteranno. Nel mentre, a prescindere dal rimbalzo di critiche e da strumentali appelli ad un ristoro statale, gli aumenti delle tariffe energetiche, benzina e gasolio compresi, fioccano a iosa e ciò preoccupa gli imprenditori come la massa dei lavoratori,  dei poveri pensionati al minimo, degli indigenti.

Nel rituale “maxiemendamento di fine anno”, però, non s’è mancato di inserire, magari di straforo e con la connivente acquiescenza dei ben noti multicolori tribuni da strapazzo prima menzionati, qualche nuovo “regaluccio” in favore dei soliti “papaveri alti alti” che, pur percependo lauti emolumenti mensili, hanno in odio la solidarietà fiscale e non accettano alcuna rinuncia, neppure di un euro. Sperano, anzi, in un qualche nuovo consistente vantaggio, alla faccia della “sacrosanta” Costituzione che parla di equità contributiva.

Sta di fatto che il citato miserevole obolo risulta già fagocitato, ancor prima della corresponsione, dall’incontrollato e per molti versi speculativo aumento del costo della vita e dei generi di prima necessità, ivi compresi medicine e affini.

Gli evasori e gli elusori, magari ben consigliati da snaturati consulenti, si godono lo spettacolo e irridono alla sceneggiata della inconcludente “sforbiciata” alle aliquote fiscali.

In considerazione del fatto che dal lontano 1994 non s’è fatto altro che sbandierare ad ogni pie’ sospinto, specie in periodo elettorale, il miraggio di una razionale ed efficace “riforma fiscale”,  non c’è tanto da meravigliarsi se l’attuale governo seguiti ad andare per la stessa strada.

La triste vicenda ebbe inizio a quel tempo con Berlusconi a “Porta a porta” e con l’indimenticato Prof. On. Tremonti, autore del coevo famoso “Libro Bianco” sulla riforma fiscale, oggi dimenticato e polveroso.  Da allora molti illustri personaggi si sono rincorsi su per le scale di Palazzo Ghigi e del Palazzo delle Finanze di Via XX Settembre ma a fronte delle promesse nulla di buono s’è avverato. Anzi la situazione s’è di molto aggravata.

Oggi, in attesa di mantenere l’atavica promessa di una strutturale e concreta riforma fiscale (se e quando la Provvidenza illuminerà le menti di chi dovrebbe avere la responsabilità di farlo seriamente), l’unico sistema utile non avrebbe dovuto essere quello di ritoccare a vuoto e indiscriminatamente le citate aliquote  (favorendo peraltro i redditi medio alti), bensì quello di deliberare, in cambio, in esclusivo favore dei contribuenti con redditi medio bassi, specie se da lavoro o da pensione, una più consistente “detrazione”, in forma percentuale a livello di fascia di reddito, da defalcare dall’ammontare dell’IRPEF dovuta, alla stregua di quella in atto consentita sotto la voce “deduzione per produzione redditi di lavoro o assimilati”. Sarebbe stato più corretto, più semplice, più sostanziale e forse meno oneroso per le finanze dello Stato.

Come mai, vista la contingente impossibilità di varare la fantomatica riforma, i cervelli dei soloni governativi non hanno cogitato a dovere in merito a questa elementare “alternativa”? Senza dire che, tesoretto o non tesoretto proveniente dalla lotta alla “evasione fiscale”, qualche po’ di altri miliardi si sarebbero potuti trovare fra le pieghe (o le buche) dell’esorbitante spesa pubblica improduttiva, fra cui le spese pazze della politica assistenzialista, il costoso mantenimento di superflui apparati di facciata, le sproporzionate assegnazioni al comparto “Difesa” (da chi ci dobbiamo difendere?), i rilevanti appannaggi ai manager di Stato e ai supergallonati, gli incredibili oneri per l’acquisto, la manutenzione e la gestione delle svariate centinaia di migliaia di lussuose “macchine Blu”, ecc. ecc.

Non è possibile in questa sede entrare nel vivo delle parecchie disfunzioni esistenti nel campo della spesa pubblica, ma sarebbe utile, alla prima occasione, riprendere il discorso. Non si può fare a meno dal sottolineare, tuttavia, che tale stato di cose ha scardinato la funzionalità della struttura istituzionale, ha inquinato la vita economico-produttiva della Nazione, ha fatto venir meno lo spirito di responsabile rispetto delle leggi e, cosa ancor più grave, ha fatto sì che il cercare di non pagare i dovuti tributi sia quasi divenuto un simpatico hobby per molti furbastri, anche d’alto lignaggio, specie in taluni settori della grande industria, del commercio, dei cosiddetti “autonomi”.

In definitiva si è al cospetto, purtroppo, dell’inconfutabile esistenza di uno sfacciato settarismo demagogico, corporativo e lobbistico da cui, in gran misura, promana l’azione procacciatrice di voti dei vari partiti.

Di contro, le carnevalesche manifestazioni di piazza di taluni sindacati sembrano rispecchiare, fra l’altro, motivazioni ben poco consone alla reale situazione del mondo del lavoro.