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 IRAQ: VIOLENZA SENZA FINE

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La situazione di continuo conflitto tra le parti coinvolte, ovvero Curdi, Sunniti e sciiti, è figlia di un modello costituzionale, fondamentalmente fallace che al posto di unire la popolazione, l’ha disunita e suddivisa in categorie e fazioni, in costante lotta tra loro per la supremazia politica militare e culturale.

 

Di Giuseppe Accardi

 

 

 

Sembrano non volersi arrestare le proteste divampate in Iraq negli ultimi giorni di agosto che hanno coinvolto le aree di Baghdad e d’intorni facendo salire velocemente il bilancio dei morti e dei feriti coinvolti nelle manifestazioni scoppiate a ridosso della cosiddetta ‘Green zone’, riportata sotto la luce dei riflettori dopo le dichiarazioni e i tweet provocatori del leader sciita Moqtada Al-Sar, vincitore delle scorse elezioni di ottobre.

Il leader della coalizione vincente alle ultime tornate elettorali dell’ottobre 2021 ha infatti scatenato il panico dei suoi sostenitori, dichiarando sui social di volersi ritirare dalla vita politica anzitempo e aizzando l’ira dei suoi seguaci, scesi subito in strada a protestare e ad occupare la sede dei palazzi governativi fino all’arrivo delle forze armate e delle milizie pro-Iran.

All’indomani dall’accaduto Moqtada ha prontamente richiamato i suoi all’ordine e alla fine degli scontri nell’area ed in circa un paio d’ore si è proceduto allo sgombero delle zone occupate alla momentanea fine delle violenze. Manifestazioni e proteste che comunque non paiono placarsi, in un contesto Medio orientale che rimane più inquieto che mai e ricco di posizioni contrastanti di carattere soprattutto politico e religioso. Inoltre, la cornice geografica di riferimento non aiuta l’Iraq, considerando la continua instabilità dei paesi confinanti, ossia Turchia e Siria a Nord, Arabia Saudita a sud e Iran ad est paesi storicamente e strategicamente con visioni e influenze eterogenee.

La drammaticità del momento è facilmente percepibile da tempo ormai e risale a molto prima delle elezioni avvenute un anno fa. La situazione di continuo conflitto tra le parti coinvolte, ovvero Curdi, Sunniti e sciiti, è figlia di un modello costituzionale, fondamentalmente fallace che al posto di unire la popolazione, l’ha disunita e suddivisa in categorie e fazioni, in costante lotta tra loro per la supremazia politica militare e culturale.

Negli ultimi mesi poi la spaccatura all’interno del movimento sciita iracheno, ha contribuito ad accentuare le tensioni tra i sostenitori del Leader Moqtada e l’ala più vicina all’Iran, motivo per il quale la tenuta politica e civile del paese è fortemente compromessa e rischia di sfuggire di mano in uno scacchiere geopolitico già dilaniato da guerra e povertà.

Come già accennato i motivi di questa profonda instabilità andrebbero ricercati nel recente passato, considerando soprattutto la fallimentare occupazione americana avvenuta nel 2003 e la seguente adozione della nuova costituzione irachena. Infatti, l’adozione della cosiddetta TAL (Transitional Administration Law) da parte della CPA (Coalition Provisional Authority) ne ha de facto vincolato il processo di democratizzazione e di stabilità, subordinandolo ai vincoli procedurali e contenutistici dell’occupante. Grazie alla TAL, approvata a porte chiuse dai vincitori, senza possibilità di partecipazione delle relative minoranze, si è potuto delineare l’autorità competente incaricata e depositaria del potere costituente, la quale ha sfornato un testo costituzionale ampiamente delegato agli interessi e alle ingerenze straniere. È possibile dunque affermare che la TAL di cui l’ex comma 3 del preambolo funge da legge fondamentale dello stato nel nuovo testo costituzionale, è frutto di una decisione unilaterale delle autorità occupanti ed ha posto una pesante ipoteca sulla reale libertà dell’intero processo di transizione iracheno, soprattutto di quello costituzionale. Ciò equivale a frustrare de facto ogni possibilità di allontanarsi dal modello largamente predeterminato e imposto prevalentemente dagli anglo-americani.