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INCENTIVI ALLE IMPRESE UNA NUOVA VISIONE

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Non sempre il mercato risolve i problemi, si pensi ad esempio all’attuale fase pandemica in cui la produzione e distribuzione dei vaccini è diventata una lotta geopolitica. Passata l’emergenza Covid 19, diventerà fondamentale il tema di una politica rivolta al sociale, ma già nella programmazione del PNRR dovremmo impegnarci nel modificare gli orientamenti finora messi in atto.

di Renato Costanzo Gatti

Il recente incarico a Giavazzi, quale consulente economico del presidente Draghi, è stato visto come un chiaro segnale di quale possa essere la visione di questo governo che, tra l’altro, ha abbandonato il contributo di Mariana Mazzucato: il vero liberista eclissa la sostenitrice dello “Stato innovatore”.

L’economista bocconiano non è al primo incarico; il suo è il quarto incarico governativo a nostra memoria: dirigente del Ministero del Tesoro tra il 1992 e il 1994, poi consigliere economico di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi tra il 1998 e il 2000, e infine consulente di Mario Monti.

È proprio in riferimento a questo incarico che ricordiamo il rapporto “Analisi e raccomandazioni sui contributi pubblici alle imprese” del 23/6/2012. In tale rapporto l’autore esamina il fenomeno “contributi pubblici alle imprese” e ne consegue che in sole determinate circostanze questi contributi sono produttivi di effetti positivi aggiuntivi, mentre nelle restanti circostanze essi risultano inutili se non dannosi. Se infatti un contributo è erogato dallo Stato ad una impresa per effettuare un determinato investimento “è necessario che il sussidio faccia crescere l’investimento al di sopra del livello che le imprese avrebbero effettuato in mancanza del sussidio. Se il sussidio va semplicemente a finanziare attività che le imprese avrebbero comunque intrapreso, si verifica un semplice trasferimento di risorse dallo Stato alle imprese, senza effetti sull’attività innovativa. Dato che i fondi trasferiti alle imprese sono raccolti con tasse distorsive, in questo caso l’attività di sussidio alle imprese ha un effetto negativo sul benessere della società”(vedasi pag. 9).

Giavazzi, da buon fedele delle virtù del mercato, non vede di buon occhio l’intervento dello Stato che, quando ficca il naso nell’economia, fa sempre danni, tuttavia ci fa rilevare che i sussidi, senza effetto sull’attività innovativa, diventano un trasferimento dallo Stato (rectius dai contribuenti) alle imprese (rectius al capitale). In effetti i sussidi, anche quando producessero effetti positivi sull’attività dell’impresa, sono sempre un trasferimento dai contribuenti al capitale: una redistribuzione all’incontrario, un anti Robin Hood che prende ai poveri per dare ai ricchi, inoltre la maggior produttività che l’innovazione produce, nella prassi, non si traduce in corrispondente aumento dei salari né reali né nominali, ma viene appropriata dal capitale insieme al sussidio.

Il rimedio che Giavazzi propone è quello di eliminare quei sussidi che non hanno effetti positivi sull’efficienza dell’impresa e, nell’allegato A alla sua proposta di legge, elenca ben 40 articoli di legge, decretanti sussidi inutili, da essere abrogati. Ma attenzione, ciò non costituisce una riduzione delle spese dello Stato utili per ridurre il disavanzo, infatti Giavazzi ritiene che “quel taglio della spesa se utilizzato per ridurre la pressione fiscale, possa dar luogo ad un moltiplicatore superiore all’unità.(…) La riduzione della pressione fiscale dovrebbe essere conseguita tramite una riduzione del cuneo fiscale, la differenza tra il costo del lavoro per l’impresa e il salario netto per il lavoratore. Ciò anche per far sì che i risparmi, conseguiti tagliando i trasferimenti ad alcune imprese, siano redistribuiti su tutte le imprese, creando quindi un ampio consenso favorevole a questi interventi. La riduzione del cuneo contribuirebbe ad accrescere la competitività di tutte le imprese” (pagina 20).

Il Giavazzi non precisa, perché per lui ciò è ovvio, che la riduzione del cuneo fiscale va a favore delle sole imprese, altrimenti non si migliorerebbe la competitività delle imprese (a spese dei lavoratori).

Ma di quanto parliamo?

Al punto 6 della sua sintesi, il Giavazzi riporta che: “I trasferimenti a imprese riportati nel conto consolidato di cassa del settore pubblico ammontavano nel 2011 a 36,322 miliardi di euro. Amministrazioni centrali e locali erogano una quantità di contributi più o meno simile.(…) Nessuna di queste cifre comprende l’erosione fiscale dovuta a varie agevolazioni concesse alle imprese. La commissione Ceriani ha stimato che nel 2011 l’erosione ammontasse a oltre 30 miliardi di euro.”

Per completezza di informazione, tengo a precisare che parte dei sussidi sono erogati a imprese pubbliche e tengo pure a sottolineare che tra i sussidi erogati alle imprese non sono considerati i sussidi che indirettamente favoriscono le imprese anche se i beneficiari dei sussidi sono i consumatori; per tutti ricordo i sussidi per rottamare le auto o per acquistare quelle elettriche che in effetti favoriscono le vendite delle imprese produttrici.

I trasferimenti sono suddivisi in:

• Contributi alla produzione: trasferimenti operati a favore dei produttori residenti con l’obiettivo di incentivare i livelli di produzione;

• Contributi agli investimenti: erogati per finanziare gli investimenti produttivi fissi lordi;

• Trasferimenti diversi;

• Trasferimenti in conto capitale.

Effettuando un’analisi puntuale delle cifre, risulterebbe che tutta l’IRES pagata dalle imprese sia poi ridata alle imprese stesse sotto forma di sussidi, per cui, IRAP a parte, le imprese non contribuiscono alle spese generali dello Stato in quanto tutta l’Ires pagata dalle imprese rientra alle imprese stesse sotto forma di sussidi. Ne consegue chele imprese non contribuiscono a finanziare tutte le spese dello Stato, dalla difesa alla giustizia, dalla P.A. all’assistenza, esse godono cioè dei servizi dello Stato gratuitamente. Questi sono quindi pagati da altre imposte tra le quali spiccano l’IRPEF (imposta sui redditi delle persone fisiche) e dall’IVA (imposta sui consumi). Va sempre ricordato che l’IRPEF che rappresenta il 40% delle entrate dello Stato è a carico di lavoratori dipendenti (59%) e pensionati (35%) per un totale del 94%.

La redistribuzione tramite fiscalità

Si ritiene che la redistribuzione dei redditi sia effettuata tramite la progressività delle imposta, oltre che dalla spesa per il welfare.

In un rapporto dell’Istat (21/6/2017) si legge che:

“Nel 2016, sulla base delle stime del modello di microsimulazione dell’Istat l’intervento pubblico, realizzato attraverso l’imposizione fiscale e contributiva ed i trasferimenti monetari, ha determinato una riduzione della diseguaglianza di 15,1 punti percentuali dell’indice di Gini: da un valore di 45,2 punti misurato sul reddito primario a uno di 30,1 in termini di reddito disponibile.”

Quindi la progressività delle imposte concorre a ridurre le disuguaglianze sociali riducendo l’indice della concentrazione dei redditi (indice Gini) dal 45.2 al 30.1, indice che tuttavia resta tra i più alti in Europa (non parliamo dell’indice Gini relativo alla ricchezza che ha risultati ben peggiori).

Quello che va osservato è che la redistribuzione dei redditi tramite progressività della fiscalità riguarda unicamente l’IRPEF il cui gettito al 94% deriva da lavoro dipendente e pensioni, in quanto i redditi di capitale (ovvero dividendi, interessi, capital gains etc.) e i redditi da fabbricati (su opzione) sono tassati a mezzo di una imposta sostitutiva con aliquota fissa (flat tax). La redistribuzione tramite fiscalità è allora una redistribuzione limitata ai soggetti all’IRPEF ovvero ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, gli unici contribuenti che oltre a non voler né poter evadere, redistribuiscono i redditi a favore dei meno fortunati. I grossi redditieri, le rendite, i profitti di impresa e quelli immobiliari non partecipano alla redistribuzione del reddito tramite fiscalità.

L’art. 46 della Costituzione

“Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”

Il mercato non trova in ogni evenienza, si pensi ad esempio l’attuale fase pandemica in cui la produzione e distribuzione dei vaccini è diventata una lotta geopolitica, la soluzione dei problemi, anzi quando si parla di “capitali pazienti”, di quei capitali cioè che presentano un alto rischio di insuccesso e quand’anche riuscissero a raggiungere il successo, esso arriverebbe dopo parecchio tempo, con un pay back che il capitale privato non è capace di accettare, il mercato è incapace di trovare una soluzione.

Ecco che allora è la comunità, attraverso lo Stato, che interviene con quei sussidi che Giavazzi definisce come contributi alla produzione, o contributo agli investimenti o in conto capitale. E su quel tipo di interventi, di quei capitali cosiddetti “pazienti”, che le economie moderne, passate dal fordismo all’economia della conoscenza, stanno competendo contendendosi il primato tecnologico. Tali economie agiscono su base continentale e le due maggiori contendenti sono USA e Cina. L’Europa carente di programmazione deve basarsi sull’iniziativa dei singoli paesi, come sta facendo con il NGEU lo strumento che sta rivoluzionando la politica economica europea (Corte Costituzionale tedesca permettendo). Non dimentichiamo però che l’Europa è la sede di due iniziative di ricerca tra le più importanti al mondo: il CERN (per la ricerca nucleare) e ITER (per la fusione nucleare).

Quello che tuttavia mi chiedo da tempo, la domanda che insistentemente bussa al mio desiderio di capire, è la seguente: ”Perché i soldi, sotto forma di sussidi o di crediti di imposta, che i contribuenti, tramite lo Stato erogano alle imprese, non hanno gli stessi diritti dei soldi che privati investitori danno alle imprese in cambio di azioni o quote di capitali; essendo questi diritti la partecipazione agli utili aziendali, il diritto di voto in assemblea, il diritto di essere eletti nel consiglio di amministrazioni secondo le regole societarie”. Mi chiedo quindi da dove possa nascere questo diverso trattamento riservato ai contribuenti rispetto agli investitori, trattamento che mi pare confligga con i principi costituzionali in particolare dell’art.3 e dell’art. 46.

Non parlo di cifre negligibili, 40 miliardi l’anno in dieci anni fanno 400 miliardi di cui i contribuenti, tramite lo Stato, potrebbero essere titolari senza dimenticare gli utili maturati, ed avendo ben presente che tali investimenti aiuterebbero a entrare nella gestione delle imprese.

E penso che con l’avvento della robotizzazione, i posti di lavoro, specie quelli non qualificati, ma non solo quelli, spariranno grazie proprio a quei sussidi che i contribuenti (per lo più lavoratori dipendenti e pensionati) hanno trasferito alle imprese (penso alle agevolazioni Calenda in particolare). Solo trasformando i sussidi in partecipazioni sociali si entrerà nella gestione delle imprese, non certo per contrastare l’incremento della produttività, ma perché questo incremento sia destinato a fini sociali, quali un reddito di cittadinanza universale.

Questo tema, passata la pandemia, diventa a mio parere il tema fondamentale di una politica rivolta al sociale, ma già da ora, nella programmazione del PNRR dovremmo impegnarci nel modificare gli orientamenti finora messi in atto.

 

 

 

 


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