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Il Pnrr e l’economia della conoscenza

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Appare oggi indispensabile che l’iniziativa pubblica assuma un ruolo centrale per colmare i ritardi del processo formativo del capitale umano da una parte e per il rafforzamento del processo ricerca di base – ricerca applicata – trasferimento tecnologico, con particolare attenzione alla parte più debole del tessuto industriale, le piccole e medie aziende

di Renato Costanzo Gatti

La rivoluzione economica di stampo decisamente schumpeteriano, cui stiamo assistendo in questi decenni, è il passaggio da un’economia fordista all’economia della conoscenza; un passaggio da un modo di produrre meccanico fondato sul produrre con efficacia, legata ai tempi e metodi, necessitante di “scimmie ammaestrate” di cui era rilevante l’abbandono della creatività artigiana; a un modo di produrre basato sul contenuto scientifico del prodotto necessitante di una ricerca di base avida di “capitali pazienti”, di una ricerca applicata per la diffusione da attuarsi tramite il “trasferimento tecnologico” che richiede una continuità rinnovata del processo scolastico “dagli asili nido alle Università ed agli enti di ricerca” e un rapporto simbiotico tra scuola, intesa in senso globale, ed impresa come destinataria dei frutti della scienza.

La missione “Istruzione e ricerca” mira “a rafforzare le condizioni per lo sviluppo di una economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza, partendo dal riconoscimento della criticità del nostro sistema di istruzione, formazione e ricerca”.

Anche, e soprattutto, in questo campo i ritardi del nostro Paese sono preoccupanti, i confronti con gli altri paesi europei denunciano carenze strutturali e ritardi determinanti, rendendo l’azione di recupero di primaria importanza. Sono quindi condivisibili gli obiettivi che il PNRR si pone a partire dagli asili nido, al contrasto dell’abbandono scolastico, allo scarso livello di istruzione terziaria, universitaria e dei dottorati. Il che crea uno scompenso, un “mismatch” tra istruzione e domanda di lavoro da parte delle imprese. La spesa in R&S poi sia pubblica che privata è molto più bassa della media europea per cui “la ripresa e il sostegno agli investimenti pubblici e privati in R&S rappresenta una condizione essenziale per recuperare il divario nei livelli di produttività dei fattori produttivi”.

In Italia si registra una ridotta domanda di innovazione e capitale umano altamente qualificato da parte del mondo delle imprese a causa della prevalente specializzazione nei settori tradizionali (che rappresentano peraltro un vasto ed inesplorato mercato potenziale per le innovazioni) e dalla struttura del tessuto industriale (fatto in prevalenza da PIM) da cui deriva una maggior propensione a contenere i costi e una limitata cultura dell’innovazione”

Ancora una volta il nanismo del nostro tessuto industriale si pone come un freno all’innovazione e all’imboccare con determinazione l’economia della conoscenza. Si rivela quindi indispensabile un protagonismo egemone dell’iniziativa pubblica per colmare i ritardi del processo formativo del capitale umano da una parte e per il rafforzamento del processo ricerca di base-ricerca applicata-trasferimento tecnologico, con particolare attenzione alla parte più debole del tessuto industriale, a quelle piccole e medie aziende per le quali si potrebbe prendere come esempio il modello tedesco della Fraunhofer Gesellschaft.

P.S. Noto che nel capitolo dedicato all’uso dell’idrogeno è scomparso il riferimento presente nella versione “Conte” all’ILVA di Taranto, dove sanità, ecologia, occupazione, disuguaglianze di territorio, indotto e comunità si sposano in unica problematica degna di un PNRR.

Infine, al presidente Draghi che si interroga sull’uso dei termini inglesi, questo testo sarà risultato particolarmente arduo in quanto l’uso di termini anglofoni è addirittura esagerato.


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