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Il nodo del patto di stabilità nel futuro dell’Europa del dopo Merkel

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Le elezioni tedesche del prossimo 26 settembre riporteranno al centro della questione europea l’alternativa secca tra il ritorno, dopo il 2022, alle regole di Maastricht e l’avvio di un percorso in cui il Next Generation EU non resti un’eccezione possibile in fase emergenziale, ma diventi una nuova filosofia che permetta all’Europa di rafforzare la sua vitalità. Si apre, in Italia e in Europa, una fase cruciale nella quale un ruolo importante potrebbe essere svolto da Mario Draghi

di Renato Costanzo Gatti

Il mese di settembre ha sempre rappresentato un momento di ritorno alla realtà dopo aver dato sfogo alla creatività delle vacanze agostane; sarà per gli esami che i rimandati devono sostenere, sarà perché si avvicinano i tempi per i consuntivi e per le previsioni per l’anno a venire, sarà perché il sole lascia sempre più spazio alle piogge; fatto sta che settembre è il mese in cui si fa penitenza per ritrovare un contatto con la realtà.
Da noi si apre con prepotenza il capitolo scuole con lo spauracchio della DAD connessa ai trasporti locali ed alle vaccinazioni di docenti e studenti; ma sarà anche il tempo per verificare se il virus avrà una impennata come l’anno scorso o tutte le cautele prese, anche con l’invenzione di un persuasore occulto come il QR, ci eviteranno una nuova ricaduta; ma ci aspetta anche la conversione in legge del decreto giustizia (penale perché l’iter per la giustizia civile, vera richiesta dell’Europa, è ancora agli inizi) e la posizione che prenderà Conte, nuovo leader dei pentastellati; ritornerà impellente la riforma fiscale (promessa entro fine luglio) da formularsi in presenza di una maggioranza in cui, sotto questo profilo, le posizioni sono diametralmente opposte; e la riforma della concorrenza e la concretizzazione dei programmi del PNRR; per non parlare della successione a Mattarella e del futuro del presidente Draghi.
Mai come in questa occasione il presidente Draghi è al centro di ruoli determinanti cui potrebbe accedere: se rimane presidente del consiglio ci garantisce continuità ed efficienza sui due compiti assegnati (covid e PNRR) dando tuttavia sempre più rilevanza ad una deriva della nostra democrazia verso lidi presidenzialistici; se viene eletto presidente della repubblica (dalla attuale maggioranza?) lascerà un assetto governativo impossibile da gestire senza una personalità presidenzialistica testimone del fallimento dei partiti, insolubile senza una trasformazione radicale della natura democratica della nostra costituzione. Ma c’è una terza opzione per il presidente Draghi, il suo futuro nell’Europa post Merkel, ma soprattutto, ed è questo l’oggetto di questo mio intervento, nell’Europa della fine della sospensione della legge di stabilità.
Il 26 settembre ci saranno le elezioni in Germania il cui risultato si rifletterà sulla posizione di quel paese rispetto al tema della fine della sospensione della legge di stabilità in Europa: come noto la legge di stabilità fu sospesa a causa dei danni generati dal virus ma tale sospensione cesserà a fine 2022. Per avere un sintomo di come si potrebbe affrontare il problema basta osservare a quali siano “i programmi attuali del Ministero delle finanze di Berlino che prevedono che il rientro del debito tedesco avvenga fin dal 2022, ma con una accelerazione nel 2024 quando il taglio al debito dovrà essere quattro volte maggiore di quello richiesto dalle regole europee” (C.Bastasin su Repubblica del 2 agosto).
Senza ricorrere ai programmi estremi tedeschi, anche il solo ritorno alle regole europee (debito entro il 60% del PIL, deficit inferiore al 3% del PIL) sarebbero la causa di una pesantissima recessione che interesserebbe tutti i paesi europei; infatti, tutti i paesi europei con le misure anti covid hanno superato di gran lunga l’asticella del 60%.
Ma gli ingenti sforamenti del debito non hanno generato effetti significativi sui livelli inflattivi che rimangono costantemente sotto la soglia del 2%; ciò mette in discussione l’assioma main stream per il quale larghi debiti sono causa diretta di inflazione, corrispondendo all’immissione sul mercato di moneta superiore a quella emettibile nel rispetto dell’equilibrio di bilancio. Ebbene questa regola non sembra essere verificata per cui sottomettersi acriticamente ad essa può essere causa di inibizione dal prendere in considerazione provvedimenti che, pur costituenti deficit per mancanza di copertura, potrebbero in modo significativo aiutare la crescita del paese pur con la vigilante attenzione ai possibili effetti inflattivi.
Il bilancio di un paese non è come quello di una famiglia dove il regime di vita va commisurato al flusso delle entrate non potendosi spendere soldi che non si hanno. Questa logica, corretta, è la logica degli utilizzatori della moneta, logica che differisce da quella dei produttori di moneta ovvero dei paesi che hanno la sovranità monetaria e che quindi possono spendere più di quanto incassano con le tasse, col solo fare un click sulla tastiera della banca centrale ed emettendo più moneta nella misura approvata dal governo per perseguire il suo programma; questa libertà di emettere moneta in misura eccedente il pareggio va monitorata nei suoi effetti inflazionistici, effetti che non sono necessariamente ed automaticamente dipendenti dallo sforamento di bilancio. Tale regola si dimostra essere ormai superata nel suo semplicismo dogmatico purtroppo recepito, in maniera esplicita, nella montiana variazione della Costituzione. Rilevo che la nuova norma costituzionale non è mai stata rispettata da quando fu approvata dal Parlamento.
Se è superato il concetto per cui sono i risparmi che permettono di fare gli investimenti, mentre sono gli investimenti (anche se finanziati in deficit) che creano i risparmi, ne consegue che il problema del deficit non sia più un divieto indiscutibile, ma vada esaminato nella sua potenzialità e capacità di creare maggiore ricchezza. Questa verifica di capacità e potenzialità è compito specifico del governo e si chiama, in termini precisi, programmazione. Ed è su questo tema che risuonano, purtroppo da tempo, dolenti note causate da un ritorno pesante dell’ideologia di un mercato capace, per sua natura, di risolvere ogni problema e a cui delegare ogni scelta, costringendo il governo all’astensione da un suo legittimo potere di scelta.
Porto, ad esempio di incapacità programmatoria, il super eco bonus, quello famoso del 110% che istituito per contribuire alla realizzazione dell’obiettivo della transizione ecologica, aveva come sub obiettivo il rilancio del settore edilizio, affrontato con la solita logica dello spremere il contribuente a favore del capitale. Ebbene il boom del settore edile, dopo aver perso durante la pandemia 400.000 addetti, non guidato da una lungimirante programmazione, si trova oggi con l’incapacità di trovare 265.000 addetti in particolare specializzati (fonte ANCE) ed un aumento spropositato nel costo delle materie prime. Ecco i miracolosi effetti dell’affidarsi ciecamente al mercato, affiancando una logica elemosiniera usando il consumatore come mezzo per arricchire il capitale e ciò spremendo il solito contribuente.
Ma, l’emissione di moneta inquadrata in una logica programmatoria attenta ai possibili riflessi inflazionistici, è patrimonio di quei soli paesi che hanno la sovranità monetaria; ad esempio, è inibita all’Italia come a tutti i paesi della comunità che hanno adottato l’euro come moneta unica. L’adozione di una moneta unica ha gli stessi effetti, per i singoli stati, del ritorno al gold standard o anche a Bretton Woods (dove peraltro l’aggancio al dollaro convertibile era piuttosto elastico), si rinuncia alla flessibilità del cambio per sostituirla con la flessibilità della produttività, ma se un paese come il nostro da trent’anni non vede alcun miglioramento nei suoi indici di produttività, non può che scaricare la flessibilità dei cambi sui salari, fondando la nostra competitività sui bassi salari, adottati soprattutto da imprese le cui dimensioni sono nane e quindi resistenti all’innovazione. Eppure, chi ha innovato (purtroppo pochissime imprese) riesce ancora ad esportare e a darci una bilancia commerciale attiva.
Con la moneta unica non possiamo avere quella politica di bilancio che può essere attuata da chi ha piena sovranità nell’emissione della moneta, quella politica è delegata alla banca centrale che potrebbe, essa sì, regolare l’emissione di moneta in aderenza ad una programmazione europea. Potrebbe ma il suo statuto le nega la funzione di una vera banca centrale in due punti fondamentali: a) la BCE non può essere la banca di ultima istanza, b) la BCE non può monetizzare il debito dei paesi aderenti. Questi divieti sono la logica conseguenza di una politica di fondo che richiede ai singoli stati l’osservanza dei parametri di Maastricht (debito al 60%, deficit al 3%) garantendo di conseguenza, essi stessi, l’equilibrio e la stabilità di tutta l’Europa.
Questa filosofia ha dimostrato tutti i suoi limiti che si sono evidenziati in due precise circostanze: il whatever it takes di Draghi e il Next generation EU. Queste due eccezioni alla regola austera dell’Europa frugale, la seconda in particolare, nascono dall’emergenza conseguente all’incapacità dimostrata dal modello “austero” di poter gestire l’economia dei paesi europei. Il Next Generation EU, in particolare, nasce per far fronte alla crisi covid ed indica obiettivi generali (transizione ecologica e transizione digitale) insieme ad obiettivi specifici per i singoli paesi (per l’Italia, ad esempio, la riforma della giustizia civile e la riforma fiscale tra le altre). Nasce cioè un primo abbozzo di programmazione europea con un indebitamento condiviso e con la funzione attuativa della BCE. Si noti peraltro che la BCE sta di fatto monetizzando il debito dei paesi europei nella misura in cui, in modo non proporzionale, acquista titoli del debito pubblico di alcuni paesi (Italia in prima fila) e li rinnova a scadenza, interpretando ai limiti del possibile (e anche oltre) il suo statuto.
Le elezioni tedesche del prossimo 26 settembre riporteranno al centro della questione europea l’alternativa secca: a) o si torna alle regole di Maastricht e si denuncia la BCE per infrazione al suo statuto (non dimentichiamo che simile questione è già stata portata alla Corte Costituzionale di Karlsruhe); o b) si avvia un percorso per il quale il Next Generation EU non è un’eccezione possibile in fase emergenziale, ma diviene una nuova filosofia che permetta all’Europa di rafforzare la sua vitalità.
Ecco, a mio parere, il principale argomento di questo incombente settembre.