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Il Mezzogiorno nel Pnrr. Risorse ingenti ma la sfida è nella capacità di spendere e di realizzare le opere

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Secondo un’analisi della Banca d’Italia, basata sui dati dell’Agenzia di Coesione, la realizzazione delle opere richiede in media quasi un anno in più rispetto al Centro-Nord. Le regioni meridionali presentano inoltre i tassi più elevati di inutilizzo dei fondi europei assegnati e di opere incompiute

di Antonino Gulisano

La crisi pandemica ha colpito particolarmente il Mezzogiorno, in quanto ha danneggiato in misura maggiore i settori centrali per l’area, come il turismo e i servizi. Nei primi tre trimestri del 2020 l’occupazione ha subito un calo del 4,5 per cento, il triplo rispetto al Centro-Nord.

Quante risorse per il Sud nel Pnrr? Il Piano di ripresa e resilienza dovrebbe consentire di invertire il trend che, tra il 2008 e il 2018, ha visto scendere la spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno da 21 miliardi a poco più di 10. Il Piano di rilancio presentato alla Commissione Europea prevede per il Sud circa 82 miliardi, cioè il 40 per cento delle risorse territorializzabili (che sono pari a 206 miliardi). Il Mezzogiorno potrà dunque beneficiare di un’elevata quota di risorse, se confrontata con la popolazione residente (il 34 per cento del totale) e con il contributo al PIL nazionale (22 per cento).

Oltre ai finanziamenti del Pnrr, al Sud saranno destinati anche 8,4 miliardi provenienti dal React EU, 54 miliardi dei Fondi strutturali e di investimento europei (relativi al periodo 2021-27), 58 miliardi del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (sino al 2030) e circa un miliardo del Just Transition Fund.

Nonostante la grande mole di risorse, diverse critiche sono state mosse al Pnrr. Secondo alcuni si dovrebbero attribuire al Mezzogiorno ulteriori 60-70 miliardi. Questa cifra si ottiene applicando a livello nazionale le regole che l’Unione Europea ha stabilito per ripartire le risorse del Recovery Fund tra gli Stati membri. Tuttavia, l’UE non ha fissato degli obiettivi in termini quantitativi per il riparto dei fondi all’interno dei singoli Paesi. Secondo altri critici i finanziamenti del Pnrr non ammonterebbero effettivamente a 82 miliardi, in quanto 15 miliardi del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) sono stati trasferiti nel Pnrr per anticipare il finanziamento di alcuni progetti. Sul punto bisogna però osservare che il Fondo complementare integra le risorse del FSC per lo stesso importo, pertanto la quota complessiva rimane invariata.

A fronte di questa mole di risorse, la domanda chiave da farsi è se vi sarà la capacità di spendere e di realizzare le opere. Secondo un’analisi della Banca d’Italia, basata sui dati dell’Agenzia di Coesione, la realizzazione delle opere richiede in media quasi un anno in più rispetto al Centro-Nord. Le regioni meridionali presentano inoltre i tassi più elevati di inutilizzo dei fondi europei assegnati e di opere incompiute.

Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha fatto il punto sui prossimi impegni del Mite, focalizzandosi sui bandi che saranno attivati tra il 2022 e il 2026.

La presentazione del ministro offre una buona panoramica degli interventi e nuove informazioni sulle ricadute territoriali degli investimenti. Analizziamone i contenuti.

In particolare, per ogni misura, è indicata la quota destinata al Sud. Facendo una media dei 19 progetti presentati da Cingolani (in totale sono 20, ma uno è “non territorializzabile”) – di cui 11 nel 2022, cinque nel 2023 e quattro fra 2024 e 2026 – emerge che il Mite destinerà al Sud il 40,9% delle risorse per la transizione ecologica. Un numero che rispetta il target previsto del 40%.

La “linea del tempo” del Mite si apre con i bandi per il biometano (al Sud il 23%) e si chiude con la realizzazione di uno stabilimento per la produzione di elettrolizzatori. In quest’ultimo caso, ad esempio, che vale 0,45 mld € e che dovrebbe consentire di “espandere il mercato dell’idrogeno realizzando in Italia un grande impianto industriale per la produzione di elettrolizzatori” raggiungendo circa 1 GW di capacità di elettrolisi entro il 2026, è particolarmente interessante notare che la quota riservata al Sud sarà del 70%.

Un numero che lascia ipotizzare che l’intenzione sia quella di scegliere una regione del Mezzogiorno per il sito. Il Sud ha buone “performance” anche in altri capitoli riguardanti l’idrogeno: 50% quando si parla dell’uso in settori hard-to-abate oppure 50% per la produzione in aree industriali dismesse. Il Sud fa il 100% quando gli investimenti, in programma dal 2023, sono quelli per fognature e depurazione, ma ha numeri risibili per la resilienza del sistema elettrico (16%) e porti verdi (0%). Non sono particolarmente alte neppure le cifre quando si parla di smart grid (25%) ed energy communities (26%). Per l’agrivoltaico si stima un 48%. Per ragioni di specificità geografica non si va oltre lo 0% nei capitoli dedicati alla rinaturalizzazione del Po e del teleriscaldamento.

Vedremo, in due prossimi articoli, la ripartizione delle risorse per il Sud nelle 6 missioni del Pnrr e cercheremo di trarre delle conclusioni e avanzare alcune proposte. Va intanto rilevato che lo stesso Servizio Studi di Camera e Senato, nel Dossier DOC.XXVII, N.18 del 25 gennaio scorso, precisa che “Il PNRR non reca una ripartizione territoriale delle risorse, per cui non è possibile – allo stato attuale di dettaglio del Piano – definire la quota parte della spesa complessiva che verrà destinata al Mezzogiorno”.