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Google continua lavorare al motore di ricerca su misura per Pechino

Articolo aggiornato alle 11.58 con la replica di Google

Dragonfly non è morto. Il motore di ricerca che Google ha cucito per la censura cinese, sta andando avanti. I dipendenti di Big G contrari al progetto hanno indagato, spulciato i codici, osservato i movimenti. E si sono resi conto che lo sviluppo procede. Lo afferma The Intercept, la stessa testata che – lo scorso luglio – ha rivelato l’esistenza di Dragonfly e indicato – a dicembre – il momentaneo abbandono del progetto.

I dipendenti hanno controllato gli “archivi” dei codici che sapevano essere dedicati a Dragonfly. Hanno notato la creazione di due applicazioni, denominate Maotai e Longfei, destinate agli utenti cinesi di Android e iOS. I codici sono stati modificati 500 volte a dicembre e 400 volte tra gennaio e febbraio. Il ritmo sembra quindi diminuito, così come ridotto è il personale dedicato, che comunque conta ancora un centinaio di persone. A loro sarebbe stato detto di non troncare il lavoro, ma di portare a termine i propri compito prima di essere assegnati ad altro incarico.

Significa quindi che Dragonfly è ancora operativo e che Google continua a spendere ore e denaro per lavorarci. Anche perché – sottolineano i dipendenti – non è ancora arrivata alcuna dichiarazione ufficiale e definitiva da parte dei dirigenti. A imporre il veto, aveva rivelato The Intercept a dicembre, non erano stati né il ceo di Google Pichai, né i fondatori Sergej Brin e Larry Page.

La censura in sonno

Lo stop era arrivato dalla fronda interna, che avrebbe sfruttato un appiglio tecnico. In Cina, Google opera con 265.com, non un vero e proprio motore di ricerca ma un aggregatore di contenuti collegato con Baidu (il “Google cinese”). È però in grado di raccogliere una quantità enorme di informazioni sugli utenti cinesi, che gli sviluppatori avrebbero usato per nutrire Dragonfly e definire la lista nera delle fonti (da Wikipedia alla Bbc) e delle chiavi di ricerca (da “diritti umani” fino ai dati sull’inquinamento) sgradite a Pechino.

La scelta di utilizzare 265.com come serbatoio sarebbe arrivata dall’alto, senza interpellare il team interno che si occupa di privacy. Che, vistosi scavalcato, ha fermato tutto. Niente 265.com, niente Dragonfly.

Un blocco di fatto, che ha costretto Google a rivedere i piani. In una nota interna di fine 2018 che annunciava il parziale smembramento del progetto, uno degli ingegneri a capo di Dragonfly ha affermato di aver “fatto progressi nella comprensione del mercato e delle esigenze degli utenti” cinesi, ma ammesso che “rimangono molte incognite” che “al momento” precludono il lancio del motore di ricerca. “Al momento”. Pare quindi che il motore di ricerca censurato sia stato messo in sonno, ma non è escluso che possa risvegliarsi.

L’ultima parola di Pichai è un “no”

Nel 2006, Google aveva lanciato il proprio motore di ricerca in Cina. Dopo quattro anni, aveva abbandonato il Paese per le crescenti pressioni di Pechino. Allora il co-fondatore Sergey Brin disse che Big G non accettava di essere complice del regime. Poi l’atteggiamento è cambiato: gli 800 milioni di utenti cinesi fanno gola. Google avvia il progetto Dragonfly (“Libellula”). Rimane segreto fino allo scorso luglio, quando un articolo di The Intercept ne rivela l’esistenza.

La prima conferma ufficiale da parte di Mountain View arriva solo il 26 settembre, quando il capo della privacy Keith Enrigh ammette l’esistenza del progetto davanti alla Commissione per il commercio, la scienza e i trasporti del Senato Usa. Dice però che “non è vicino al lancio”. In un’intervista alla Bbc di quei giorni, il capo degli ingegneri Ben Gomes definisce Dragonfly solo “un’esplorazione”. Il 9 ottobre, un nuovo articolo di The Intercept smentisce questa versione, affermando che il motore di ricerca cinese è in realtà in piena corsa, coinvolge oltre 300 dipendenti, è definito dai vertici “estremamente importante” e sarebbe pronto al lancio entro gennaio-aprile 2019. Iniziano ad aumentare però gli spifferi.

Un ex dipendente, Jack Poulson, parla di una guerra interna, inizialmente sotterranea, tra i vertici e i lavoratori contrari al progetto. Il 27 novembre la rottura emerge: oltre 300 dipendenti pubblicano una lettera per chiedere l’abolizione di Dragonfly. In pochi giorni i firmatari diventano 740. L’11 dicembre, il ceo di Google Sundar Pichai si presenta al Congresso per un’audizione. Ripete il solito mantra: “Al momento non abbiamo in programma di lanciare Dragonfly” perché si tratta solo di un “progetto interno”. Quando però il deputato democratico David Cicilline gli chiede se può escludere che Dragonfly non sarà lanciato durante il suo mandato di ceo, Pichai dice che è suo compito “esplorare possibilità”. Quindi ammette: “No”, nessuna certezza. La libellula – tra blocchi di fatto, pressioni politiche e resistenze interne – sta rallentando. Ma l’ultima parola ufficiale resta ancora quel “no”.

La replica di Google all’AGI 

“Si tratta di una congettura non corretta”, scrive un portavoce di Google all’AGI “Come abbiamo detto per molti mesi, non abbiamo in programma di lanciare Search in Cina e non ci sono lavori in corso su un progetto simile. I membri del team sono passati ad occuparsi di nuovi progetti”.
 

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Fonte: innovazione agi

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