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GIANFRANCO DE BOSIO, UNA VITA PER IL TEATRO

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Ci lascia il decano e maestro della scena italiana (e non solo), pressoché ignorato dalla ormai cronica indifferenza dei media

di Angelo Pizzuto

Senza alcuna fisima protagonistica, da artista e uomo di teatro di lunghissimo corso – anch’egli al termine degli affaticanti “esami che non finiscono mai”- si è spento nei giorni scorsi a Milano (nella ormai cronica indifferenza dei media, a strafottente perdita della memoria storica) Gianfranco De Bosio: uno de più stimati e frugali operatori della scena italiana dei quali (a 97 anni) era considerato il decano “senza pulpiti” e ansie di cattedre patriarcali.
Del resto non aveva più nulla da dimostrare questo vegliardo “elfo” shakespeariano: schivo, gentile, volitivo protagonista di spicco del teatro italiano del secondo dopoguerra, direttore del Teatro Stabile di Torino dal 1957 al 1968, proficuamente operativo anche in ambito cinematografico e televisivo.
Fra i massimi esperti ed esegeti del Teatro Medievale e Rinascimentale, De Bosio era nato a Verona (da famiglia colta e di respiro europeo), svolgendo il suo apprendistato di conoscenza all’Università di Padova presso la scuola di umanisti illustri come Concetto Marchesi, Manara Valgimigli e Diego Valeri, Protagonista di primo piano della resistenza nel Veneto e membro del Cln di Verona, aveva poi rinunciato alla (insistentemente offertagli dalla D.C.) carriera politica – dunque “consacrarsi definitivamente alla scena dando vita al Teatro Universitario”. E completare la sua formazione frequentando nel 1947 la scuola di Jean-Louis Barrault nella Parigi dell’immediato dopoguerra, grande fucina di innovazioni, svecchiamento e nuovi fermenti culturali. Qui conobbe tra gli altri Jean Vilar e Louis Jouvet, strinse amicizia con i mimi Jacques Lecoq e Marcel Marceau. Con il regista Roger Blin, che era stato assistente di Antonin Artaud, De Bosio firmerà le prime, storiche regie di alcuni drammi di Samuel Beckett e Jean Genet.
Felicemente innovativo e attento al rigore filologico, De Bosio approdò a Torino a metà degli anni ’50 per allestire Liolà di Luigi Pirandello (di scena per una stagione al Teatro Gobetti) con Leonardo Cortese protagonista, presto in trasferta al Piccolo di Milano. Al cui successo – lo ammetteva anche De Bosio – contribuì “un pizzico di scandalo”, essendo com’è acquisito, il personaggio Liolà un esuberante contadino siciliano, padre di tre bambini di mamme diverse. Mettendo a tacere dissensi censori nella D.C. torinese (si narra di una “buona parola” spesa a favore di De Bosio da Giulio Andreotti) l’Amministrazione civica affidò al regista e studioso veronese la direzione dello Stabile cittadino, che egli riuscì a mantenere con autorevolezza, nonostante occasionali polemiche per qualche spettacolo “ritenuto immorale dall’ala conservatrice, ma puntualmente difeso a spada tratta dalla sinistra”. Del resto (a proposito di Andreotti, sottosegretario di Stato allo Spettacolo, famigerato avversario di “Umberto D”) non rari erano i casi di censura nell’ Italietta provincialissima e benpensante degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, con polemiche clamorose e processi. Alle intenzioni e in tribunali.
Dopo le prime stagioni di assestamento in cui portò a Torino la comicità stralunata del giovane Dario Fo e seppe cimentarsi con l’ostico verso delle tragedie di Vittorio Alfieri, De Bosio si impose con un grande allestimento della Moscheta di Ruzante (di cui divenne il massimo esperto), nella ruvida lingua del padovano cinquecentesco “riscoperta negli anni degli studi universitari”). Lo spettacolo, acclamato in anteprima a Parigi quale imprevista rivelazione, fu osannato anche dal pubblico piemontese che classificò “fuori luogo” i non pochi dissensi del pubblico “integralista”. Dell’inseparabile Ruzante, De Bosio realizzò in seguito – in altra tournée europea – Anconitana, Bilora (1965) e I dialoghi(1968). E, di rientro al Piccolo di Milano, La Betìa – con appendice cinematografica (nel 1972) dell’ omonimo film interpretato da Nino Manfredi, Rosanna Schiaffino e Lino Toffolo da cui trasse notorietà anche presso una più accessibile platea.
Nel 1961, nell’euforia dei festeggiamenti per il centenario dell’unità d’Italia, De Bosio riuscì ad elaborare e divulgare i maggiori spettacoli dello Stabile torinese (il Teatro Carignano, di proprietà del Comune, ma affidato per anni all’impresariato privato) Il primo fu La resistibile ascesa di Arturo Ui di Bertolt Brecht, con una folla di attori e Franco Parenti protagonista; seguì La cameriera brillante di Carlo Goldoni, con Adriana Asti e Sergio Tofano. Nel 1962 fu la volta della Celestina, classico spagnolo di Fernando de Rojas, con Sarah Ferrati e Franco Parenti; poi La sua parte di storia, novità di Luigi Squarzina, con Laura Adani, Carla Gravina, Franco Parenti, allestita per il festival della prosa di Venezia, che approdò al Carignano dopo il debutto alla Fenice di Venezia. “Lo storico e illustre Carignano diverrà stabilmente sede ufficiale dello Stabile solo dal 1977, ma è stato De Bosio a gettare le basi del recupero pubblico” (annota il Dizionario dello Spettacolo)
Nel 1963 – a sorpresa – De Bosio vinse il premio della critica italiana alla Mostra del Cinema con Il terrorista, il suo film d’esordio, sceneggiato con il collega Luigi Squarzina e prodotto dalla “22 ottobre”, società milanese diretta dal regista Ermanno Olmi e dal critico cinematografico Tullio Kezich. Nel film (da riapprezzare, da consigliare, recuperato da Nanni Moretti per una edizione del TorinoFilmFest) l’autore “evoca” con acre realismo e impennate poetiche le sue esperienze legate al tempo (non idealizzato) della Resistenza veneta. Coagulandole in una “Venezia invernale e minore, con calli e piazzette solitarie di straordinaria suggestione”. Il protagonista è Gian Maria Volontè “con il suo stile brusco e severo” ne ruolo del partigiano Otello Pighin che, dopo clamorosi attentati, viene ucciso dai tedeschi. Accanto a Volonté, De Bosio scelse alcuni attori affermati nel cinema come Philippe Leroy, Anouk Aimée, la giovane Raffaella Carrà e altri noti soprattutto a teatro come Tino Carraro, Franco Graziosi, Giulio Bosetti, Carlo Bagno, mentre Squarzina vestì la tonaca del prete schierato con la resistenza.
Grazie a quest’opera (“non agiografica” e quindi non amato dal Pci di allora), che invece piacque molto a Jean Paul Sartre, De Bosio fu spronato (dallo scrittore francese) a mettere in scena Les mains sales, un controverso dramma del 1948 che l’autore aveva ritirato dalle scene perché ritenuto duramente anticomunista. Le mani sporche con Giulio Bosetti, Gianni Santuccio e Paola Quattrini andò così in scena al Carignano nel marzo del 1964. Intanto De Bosio aveva allestito al Teatro Gobetti Il re muore di Eugène Ionesco, uno dei testi più emblematici del “teatro dell’assurdo”, nella traduzione di Gian Renzo Morteo che fu uno dei suoi più fidati collaboratori. Sulla traccia della “prima avanguardia” Gianfranco De Bosio, nel 1965, fece scritturare Roger Blin dal Carignamo, per affidargli la regia italiana di Giorni felici di Samuel Beckett, con Laura Adani protagonista. Altro allestimento di irripetibile valore storico, ma senza più posteri in grado di “rivederlo” e ”ristudiarlo” (non solo in Accademia).
Che De Bosio se ne sia andato così sommessamente (e dignitosamente) incute, almeno in me, una miscellanea di nostalgia (tempus fugit…) e di sincera gratitudine: nell’avere saputo incitare anche noi “giovani critici” a non demordere, a non andare sempre in cerca dei grandi editori o committenti. Apparentemente fragile se non timido (come lo conobbi tanti, tanti anni fa durante un suo breve soggiorno romano) inizio a intuire l’estrema forza della sua determinazione: gentile, garbata, avversa ad ogni ipocrisia.