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Franca-Mente… ( pedagogia dei nostri tempi)

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di Valerio Megara

Veniamo dal Sud, viviamo la precarietà dell’incarico scolastico, incontriamo i ragazzi su un canale telematico deputato. Questa incerta ricerca della piattaforma migliore, del mediare tra apprendimento e cibernetica sociale, approda ai sistemi
di lavoro scolastico da remoto, in una rete complessa di tensioni, progetti, fallimenti.
E’ il quotidiano di una pedagogia in trincea, nella quale la centralità del ragazzo sfuma in una serialità evidente, pre-confezionata di stili, linguaggi, assenze.
Sì, il dato migliore, forse, della distanza è l’assenza, la risposta distratta, il fuggire il confronto. La metafora della scuola includente diviene l’agibilità “politica” se non propagandistica di un nozionismo velato, di un perenne rincorrere il test come arma valutativa e termometro di una consapevolezza non più culturale, ma
fungibile, ubiquitaria.
E se il luogo fisico diviene “fluido”, l’orizzonte libro, la finestra su un possibile agire di ricerca sfuma in una peregrinazione tra mappe concettuali, schemi, lasciando il disparte la motivazione, la curiosità cognitiva, il saper leggere l’oggi sui pilastri di una tradizione vista più come cimelio che retaggio a cui attingere gusto, espressione, autoeducazione culturale. Specchio di un Paese che dimentica
la lezione di don Milani, di Visalberghi, della scuola “attiva” e rincorre il miraggio di una perenne tensione verso il “performarsi”.
Alla fine, scetticamente, ogni giorno è un nuovo inizio e quel ragazzo, distante e disattento, ti guarda, chiedendoti se oltre il ruolo, vi sia un uomo, che possa trasmettere un’esperienza reale e coinvolgente.
Una ricerca perenne, tra sapere e non essere comunità educativa, ma aggregato senza memoria e quindi senza futuro. Il sogno di Don Milani si è infranto, sulle colline di Barbiana, in un pallido e malinconico autunno.
Il Paese per rinascere, cammino lungo, non può che volgersi indietro, perché il futuro, nebuloso e pandemico, parla di difese di ruoli più che di emancipazione.
E il sapere non scientifico, umanistico, relegato in soffitta, non è destinato che ad un lungo oblio, nell’attesa che uomini di cultura, non travet, lo rendano vibrante e seme di nuove consapevolezze, da sintetizzare in una parola: la cura.

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