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Film in TV dell’8 maggio LA SICILIA VIOLENTA E METASTORICA

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DI PIETRO GERMI

Questa sera su Rai Storia (canale 54) alle 21,10 il film “Sedotta e abbandonata”

di Franco La Magna

Autore a “vocazione meridionale” dei cult-movies “In nome della legge” (1949, visione tardo-romantica d’una mafia infarcita di lupare e coppole storte) e “Il cammino della speranza” (1950, dramma dell’emigrazione di un derelitto gruppo di siciliani), appena due anni dopo “Divorzio all’italiana” (1961), ritenuto il suo capolavoro, il genovese Pietro Germi prova a bissare di quest’ultimo (senza riuscirci) lo straordinario successo internazionale tornando speranzoso – per la quarta volta – a girare nella “sua” Sicilia un’altra “storia di mostri”. Nasce così “Sedotta e abbandonata” (1964, “Una storia di mostri” è lo spaventoso sottotitolo, oggi 8 maggio su Rai Storia alle 21,20) grottesco suggello d’una Sicilia esibita in una sorta di catalessi etnica-culturale, priva di qualsiasi movimento dialettico della storia, avulsa dalla nazione, sulla quale impartire lezioni di civiltà con malcelati criteri di neocolonialismo e tarda vocazione pedagogica.

La genesi di “Sedotta e abbandonata” è tutta racchiusa nel “Divorzio”, fortunata (cinematograficamente) storia dell’improbabile barone Fefè Cefalù (Marcello Mastroianni), altra risultante patologica di un’abiezione gabellata come siciliana, che ammazza la moglie strumentalizzando l’anacronistico articolo (poi abrogato) del Codice Penale fascista, per godere delle grazie della bella cuginetta Angela, dalla quale inevitabilmente sarà fatto becco. Infarcito di personaggi di contorno (uno dei maggiori pregi stilistici di Germi), il “Divorzio” piacque talmente tanto da incantare americani e francesi che gli assegnarono i primi l’Oscar alla sceneggiatura e i secondi la Palma di miglior soggetto.

Esaltato dunque dall’inaspettato successo internazionale del “Divorzio”, dopo una perniciosa fase calante, Germi ripiomba nell’isola dalle uova d’oro ammannendo una sorta di sequel, puntando i riflettori sulle aberranti sopravvivenze di costumanze locali e costruendo un vero e proprio museo degli orrori su cui giganteggia il bestiale Vincenzo Ascalone (l’ormai fetish Saro Urzì), indiscusso e temuto pater familias circondato da una torva e abietta genìa isolana. Stanco, ripetitivo e ultimo prodotto d’ambiente siciliano, “Sedotta e abbandonata” srotola una matassa di maschere raccapriccianti, legate ad un distorto concetto d’onore, viste però non come risultante perversa della storia violenta, di miseria, di sangue e di sopraffazione subita dalla martoriata Sicilia, bensì come problema biologico di dolicocefali da affidare allo studio dell’antropologia criminale lombrosiana. Il protagonismo declamatorio e mistificante della commedia con “Sedotta e abbandonata” tocca qui il culmine e diviene mallevadore (insieme al “Divorzio”) dell’esportazione internazionale di un “modello siciliano”, dando la stura a quella fortunatissima e sconfinata iterazione di opere isolane pencolanti tra pecoreccio e vilipendio che hanno contribuito a diffondere nel mondo l’immagine stucchevole e distorta della “metastorica diversità” siciliana. Sfuggendo comodamente all’ammissione del fallimento storico nei confronti del Sud, con “Divorzio all’italiana” e “Sedotta e abbandonata” lo Stato italiano, la bell’Italia (quella settentrionale) – unico paese europeo in cui si sia sviluppato un razzismo interno (ancor oggi propalato sulle rive del Po) – recupera una stolta certezza d’alterità a danno del meridione, autogratificandosi per ritrovare modelli di civiltà da contrapporre alla barbarie siciliana gabellata a spettatori divertiti (e atterriti), subdolamente sospinti verso un naturale meccanismo di rifiuto.

Poco o nulla varrà il tentativo del regista (che ritroverà un guizzo di originalità solo nell’ultimo “Alfredo, Alfredo”, 1972) di sfuggire all’accusa di razzismo girando in Veneto “Signore e signori” (1966), altra commedia al vetriolo. Il tentativo, forse inconsapevolmente, ideologicamente aberrante di Germi di far tabula rasa – secondo le sue parole – “di usi e costumi che offendono la coscienza civile” resta purtroppo per la Sicilia uno dei più colossali inganni del cinema italiano, cosi ben costruito da essere paradossalmente avallato e perfino amato dagli stessi siciliani.

Straordinaria, comunque, la prova dell’intero cast guidato da un’impeccabile regia: Stefania Sandrelli (sedotta dal fidanzato della sorella, rapita per simulare la classica “fuitina” e alla fine costretta sposarlo), Aldo Puglisi (esagitato seduttore), Leopoldo Trieste (nobile spiantato ma onusto “d’onore”, Nastro d’Argento), Saro Urzì (anch’egli premiato a Cannes e con il Nastro d’Argento), Lando Buzzanca, ancora in una delle sue prime apparizioni, poi divenuto “l’amatorius siculus” per antonomasia d’un cinema ripiegato ad libitum su corrivi clichés.


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