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Economia| Angola, Zambia e Gibuti: l’Africa che cerca l’autodeterminazione

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Di Vittorio Sangiorgi (Direttore del Quotidiano dei Contribuenti)


Lo sviluppo e l’autodeterminazione dell’economia rappresentano, da sempre, due tra le maggiori criticità del continente africano. Le ragioni sono molteplici e vanno, ovviamente, ricercate negli avvenimenti del secolo scorso e di quello che stiamo vivendo. Recentemente, però, diverse nazioni del “continente nero”, hanno deciso di impegnarsi e di investire in delle idee di sviluppo e di futuro, che possano gettare le basi per il riscatto di queste terre. Terre che, spesso, sono potenzialmente ricchissime, ma che vengono messe in ginocchio da instabilità politico-sociale e speculazioni.

Gli esempi virtuosi dei quali vogliamo parlarvi sono quelli di Angola, Zambia e Gibuti. L’ex colonia portoghese, dopo la fine della sanguinosa guerra civile (2002) seguita all’indipendenza del 1975, ha pian piano trovato una sua stabilità. Sebbene prevalgono ancora oggi grandi contraddizioni nella distribuzione della ricchezza, il percorso intrapreso sembra virtuoso. Da qualche tempo a questa parte, ad esempio, il governo ha deciso di puntare sul settore dell’estrazione dei diamanti, per svincolarsi definitivamente dall’oscillante mercato del greggio e del petrolio. In Angola, infatti, sono attualmente in funzione 14 miniere, ma si stima che ci siano ancora numerosi siti da scoprire. Fino ad oggi, però, gli unici ricavi di cui lo stato poteva beneficiare erano, appunto, quelli dell’estrazione, del tutto irrisori rispetto a quelli legati al taglio, che viene attualmente effettuato altrove. Proprio per questo, per sfruttare al massimo la sua produzione diamantifera, il governo angolano ha deciso la nascita di un hub (ovvero un centro nevralgico di coordinamento) dei diamanti e una borsa delle pietre preziose. L’hub, che farà parte di un’area di libero scambio, avrà al suo interno un’accademia gemmologica e un centro che si occuperà di studio e ricerca. La borsa, invece, dovrà stabilire la quotazione delle pietre preziose. Un’idea certamente coraggiosa, la cui applicazione potrà portare benefici diretti, soprattutto, ce lo auguriamo, alle fasce più deboli della popolazione.

 

Zambia e Gibuti hanno, invece, deciso di puntare sull’energia alternativa e, in particolare, sul fotovoltaico. Il governo del Gibuti, piccola nazione situata al confine orientale africano, poche settimane or sono, ha avviato la costruzione di una centrale solare collegata alla rete elettrica nazionale. L’edificazione costerà 360 milioni di euro e sarà realizzata dalla società francese Engie. L’obiettivo è quello di produrre energia autonomamente (si stima che le centrale Grand Bara avrà una capacità di 30 megawatt) e di ridurre quindi le importazioni dall’Etiopia. La costruzione di questa centrale, inoltre, si inserisce in un progetto virtuoso e di più ampio respiro, il cui scopo è quello di produrre il 100% dell’energia utilizzata a Gibuti ricorrendo a fonti rinnovabili.

Lo Zambia, invece, grazie ad un accordo tra la società elettrica statale (Zesco Ltd) e la Power China, costruirà tre centrali fotovoltaiche in tre distretti del paese. Il costo di ciascuna centrale sarà di 503 milioni di euro, la produzione di 200 megawatt. Quando i tre centri funzioneranno a pieno regime, dunque, la produzione totale sarà di 600 megawatt, che implementeranno i 2800 già prodotti dalla nazione africana, fornendole, entro il 2022, la possibilità di esportare l’energia prodotta. Senza dimenticare, poi, che la produzione delle centrali solari potrà servire da riserva. Al momento, infatti, lo Zambia si affida soprattutto alle centrali idroelettriche per il suo fabbisogno energetico e si trova, quindi, in estrema difficoltà nei lunghi periodi di siccità che colpiscono il paese.

La speranza che vogliamo trasmettere in conclusione è che, i progetti di cui vi abbiamo parlato, possano realizzarsi compiutamente, senza ingerenze esterne e per il benessere delle nazioni in questione. É questa, a nostro avviso, la strada che deve seguire tutto il continente africano, per far si che i suoi giovani non siano più costretti a scappare e che abbiano, dunque, la possibilità di costruire in patria il loro futuro.

 

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